Gazebo Penguins @ Monk 27/04/2017

La nebbia e le massicce distorsioni dei Gazebo Penguins hanno travolto lo scorso giovedì il Monk di Roma, in una commistione fra emo-core e atmosfere intimiste.

Potente, intenso, coinvolgente. Quello che i Gazebo Penguins hanno proposto l’altra sera al Monk, in una Roma coperta dal freddo e dalla pioggia, è stato un concerto che difficilmente dimenticherò.
Non c’è più solo la band dai suoni ultra-distorti e massicci conosciuta nei primi dischi, l’innovazione portata avanti dall’ultimo album Nebbia con le sue atmosfere più eteree ed intimiste è una dimostrazione di crescita musicale che si è tradotta sul palco in uno spettacolo davvero interessante.

Sin dall’inizio della serata il pubblico ha avuto modo di scatenarsi grazie ai riff distorti dei Diffèrence, che non hanno tenuto nascosta l’emozione di aprire il concerto ad uno dei gruppi che più li ha influenzati.  Anche se ancora un po’ grezzi, i due ragazzi hanno dato prova di saper reggere in maniera ottimale il palco e di avere una serie di brani decisamente buoni, sarà interessante pertanto seguirli nei prossimi mesi per vedere cosa combineranno.

Giusto qualche minuto per aggiungere un paio di microfoni e senza perdere altro tempo la band di Correggio è salita sul palco.
A differenza di quanto mi sarei aspettato, i Gazebo Penguins non hanno suonato subito qualcuno dei loro pezzi più famosi ma hanno preferito invece dividere il concerto in due parti, proponendo nella prima frazione solo ed esclusivamente brani provenienti da Nebbia.
E così, fra il pogo generale, si sono susseguite le varie Bismantova”, “Nebbia”, “Atlantide”, “Soffrire non è utile”, “Fuori portae il singolo Febbre” , fra i più apprezzati dell’intero live. “Di che colore è il mondo? Di che colore sei tu?”

L’elemento più interessante per chi, come me, è stato sempre abituato a vedere la band con la classica strumentazione basso-chitarra-batteria, è stato senza dubbio l’utilizzo di una piccola tastiera Korg per creare dei “tappeti” musicali con cui introdurre o separare i vari brani e mantenere un senso di continuità lungo tutta la serata.
Ogni canzone sembrava una sorta di imponente montagna che man mano si innalzava fino al cielo e superava la “nebbia”, appunto, che queste sequenze strumentali creavano attorno a lei.
La prima parte del concerto è proseguita spedita fino ad arrivare all’ultima strofa di Pioggia”,  cantata a squarciagola come un mantra liberatorio tanto dai Gazebo Penguins quanto dal pubblico.
“Resto solo se resti con me”

Dopo aver atteso che la foschia dei nuovi pezzi si fosse definitivamente diradata, Gabriele ha impugnato la chitarra e ha iniziato a suonare il primo accordo di “Finito il caffè”, seguito da un boato assordante.

Questa seconda parte è stata un vero e proprio tuffo al cuore: sentire dal vivo i vari “Finito il caffè”, “Il tram delle 6”, “Difetto”, “Trasloco” e tutte quelle canzoni che hanno segnato la mia adolescenza mi ha riportato indietro di qualche anno quando, con i capelli più lunghi e lo zaino in spalla, aspettavo l’autobus al ritorno da scuola.
I classici e massicci riff di questi pezzi sono stati resi in maniera ancora più imponente grazie alla seconda chitarra di Daniele Rossi, che si è aggiunto al trio per accompagnarlo lungo questo nuovo tour.

Mi ha piacevolmente colpito anche la scelta di suonare dei brani che raramente erano stati eseguiti live, come Riposa in piedi contenuto nell’EP del 2014 Santa Massenza o Nevica, presente nello split del 2012 con Niccolò Contessa de i Cani.

A chiudere il concerto, infine, non poteva che esserci la loro canzone più famosa, uno sfogo rabbioso e disperato tradotto in musica: Senza di te.

Avevo delle aspettative molto alte per questo concerto sia per il buon lavoro fatto in studio con l’ultimo disco, sia per quanto questa band ha rappresentato negli anni per me.
Posso serenamente dire che i Gazebo Penguins hanno dimostrato ancora una volta le loro qualità e hanno regalato a tutti i presenti una prestazione di grande livello, speriamo di non dover attendere di nuovo molto tempo prima di rivederli a Roma.

 Foto di Gian Marco Volponi

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