Gazebo Penguins | Nebbia

Tornano, dopo un po’ di silenzio discografico, i Gazebo Penguins. Il nuovo disco del trio Capra, Sollo e Piter uscito, come quasi tutti i loro lavori, per To Lose La Track, è Nebbia.

Ci avevano lasciato con Raudo nel 2013, beccandosi anche un bel premio MEI come miglior gruppo live dell’anno. Nel frattempo, dopo uno split con Johnny Mox e successivo tour, Gabriele Malavasi (Capra), voce e chitarra della band, ha esordito come solista con un disco registrato negli studi dell’amico e bassista-cantante del gruppo Sollo (Andrea Sologni), a sua volta reduce dall’ultimo tour di Calcutta come fonico. Oggi ritornano con un album che ha una consapevolezza nuova rispetto al passato e che prende il titolo, volutamente, da qualcosa con cui i tre emiliani hanno molta familiarità, la nebbia.

Il disco, come raccontano gli autori, è un susseguirsi di immagini e parole che ritornano in quasi tutti i pezzi e che ruotano intorno ad una grande riflessione: se tutti gli altri sparissero, si potrebbe cancellare la sofferenza? E quante volte l’abbiamo desiderato…«Chiudere gli occhi. Far scomparire tutto.»

E così, passando per queste nove tracce si chiedono, nella confusione visiva che la nebbia crea:

«Di che colore è il mondo, di che colore sei tu?»

La prima traccia è “Bismantova”, secondo singolo estratto dall’album. Il sound è quello ruvido a cui ci hanno abituati, ma più maturo. Chitarre distorte, voci potenti e un Piter (Pietro Cottafavi) che alla batteria conferma la sua bravura con un’energia che non fa sconti. Segue la title track e in questa Nebbia ci fa entrare proprio Piter, e non lo fa come uno si aspetterebbe dalla foschia, in modo soffuso, ma con percussioni subito secche. E’ più la chitarra “riverberante” a dare il senso di appannamento e a preparare l’arrivo della voce. L’aritmia e i disegni creati dalle percussioni insieme al resto, con un sound un po’ alla Foo Fighters, fanno da contenitore a testi diretti ma mai banali.

Uno dei brani più riusciti è “Febbre”, il singolo che ha anticipato l’uscita del disco. Qui la nebbia è già nell’aria, ma scomparirà presto completamente assorbita da una voce che irrompe con la forza che conosciamo. E’ uno dei pezzi in cui si sentono di più uno stile nuovo e sonorità più sfumate e pensate rispetto ai lavori precedenti più istintivi.

Quinta e sesta traccia sono a metà tra alternative rock “classico” italiano e post-hardcore. “Fuori porta” soprattutto è un bel crescendo solo strumentale tra distorsori e percussioni violente. Arriveremo poi ad “Atlantide”, un altro bel pezzo, e arriviamo cioè al di là del limite, nell’isola mitologica che secondo Platone si trovava oltre le Colonne d’Ercole, alla fine del mondo conosciuto.

A chiudere circolarmente Nebbia è “Pioggia”, per me la migliore canzone del disco. Colpisce una più ricercata scelta dei suoni, più descrittivi ed evocativi che in altri momenti. Dopo due minuti ci si prende una pausa sonora dalla rabbia, ma non dalla nebbia, tanto che ad un certo punto sembra davvero che una pioggia di percussioni picchiettanti scenda su di noi. E si sente come, pur avendo un sound urbano, questo è assolutamente un album in cui si sentono la campagna e il mondo che porta con sé.

Ad accompagnare la band emiliana dal vivo sarà ancora una volta Andrea Suriani che aveva collaborato anche al disco solista di Capra. Il tour inizierà il 17 marzo dal Nadir di Padova e, soprattutto dopo il riuscitissimo tour di Raudo,  non ci resta che seguirlo e vedere che suono fa dal vivo questa Nebbia che parla di dolore, di separazione e sparizione, che cerca una via di fuga, la quiete dopo la tempesta, la strada giusta per sentirsi risolti.

Perché si sa, alla fine «E’ questione di un attimo e ci si perde davvero».

A cura di Maria Grazia Marsico

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