Jazz: intervista a Giovanni Palombo

Giovanni Palombo

Giovanni Palombo è certamente uno degli esponenti più significativi del panorama acustico italiano e europeo. Classe 1957, nel corso degli anni ha sviluppato un approccio musicale del tutto personale che racchiude influenze che vanno dal jazz alla classica, avvalendosi di un ampi spazi improvvisativi e di tecniche percussive e di fingerpicking, caratterizzandosi per l’inserimento di sonorità tipicamente mediterranee in contesti armonici jazz.
Capace di vantare importanti collaborazioni (Stefan Grossman, Peter Finger, Jim Kelly, Francesco lo Cascio, Lorenzo Feliciati, … ), composizioni di un notevole spessore musicale, apparizioni a trasmissioni televisive e partecipazioni ai maggiori festival di musica acustica italiana ed europea, Giovanni Palombo è musicista maturo e rappresentativo di una generazione di pionieri che hanno sviluppato un proprio linguaggio musicale, gravido di elementi tipicamente italiani e capace di contraddistinguersi a livello internazionale.
Da un punto di vista personale, ho avuto modo di conoscere Giovanni partecipando al suo laboratorio di World Music per due anni, oltre ad aver suonato sotto la sua direzione presso la “Ciac Acoustic Orchestra”.
E quella che ho conosciuto è una persona calda, solare, in possesso di una grandissima cultura musicale e, ancora dopo tutti questi anni, di una grande passione per il suo strumento e la sua professione.
E proprio per questo che è stato un piacere intervistarlo.

D. Quando e in che modalità ti sei approcciato alla musica?
R. Le prime esperienze musicali le ho avute in parrocchia. Il mio era un quartiere senza neanche la strada asfaltata, figurati, e la parrocchia era l’unico posto che ci desse la possibilità e lo spazio per suonare. Avevo tra i dodici e i quindici anni e suonavo il rock di quei tempi. Beatles, Rolling Stones e la West Coast americana erano all’ordine del giorno.
Fondamentali nella mia formazione musicale furono però anche le lezioni di chitarra classica che presi da mio zio, anche lui musicista.

D. Parlami del tuo rapporto con l’attività concertistica in questi primi anni.
R. Come spettatore, i concerti in quegli anni erano eventi imperdibili. Non avevamo internet, non avevamo i dvd, e i concerti erano l’unico modo che avevamo per saziare quella fame di musica che vivevamo quotidianamente.
Come musicista invece, le mie prime esperienze concertistiche le ebbi attorno ai vent’anni, iniziando ad entrare a far parte del panorama musicale dei locali romani (sicuramente di dimensioni ridotte rispetto ad oggi).

D. E da un punto di vista stilistico, quando hai iniziato ad approcciarti al jazz e a sonorità più ricercate?
R. Proprio in questo periodo di prima attività concertistica, iniziai a sentire il bisogno di andare oltre al rock, di cercare nuove sonorità che mi permettessero di appagare il mio desiderio di ricerca musicale.
Per questo approcciai al jazz, che offriva una gamma stilistica e una complessità armonica che non potevo fare a meno di ritenere stimolante.
Sviluppai inoltre un amore per le sonorità acustiche, probabilmente inevitabile incontro tra i miei studi classici e le mie esperienze in musica moderna.

D. Quando hai capito che avresti voluto fare della musica la tua professione?
R. Subito dopo il liceo. Come capita a tanti musicisti, arrivato all’università mi resi conto di non essere interessato a proseguire gli studi, soprattutto considerando lo svilupparsi della dimensione musicale in cui mi stavo immergendo.
D’altro canto in quegli anni già era inserito nel panorama musicale romano, e frequentavo assiduamente il Folk Studio. Non fu una decisione troppo difficile quella di abbandonare gli studi universitari.

D. E le tue prime esperienze didattiche, quando le hai avute?
R. Nonostante già insegnassi privatamente, le mie prime attività didattiche di un certo spessore le ebbi a ventidue anni, quando venni preso come insegnante alla scuola di musica Ciac, dove insegno tutt’ora anche in veste di responsabile didattico ed artistico.
Nel corso degli anni ho anche tenuto diversi workshop e seminari, tra gli altri al conservatorio di Dresda, al Guitar Meeting di Sarzana, al Festival Internazionale di Chitarra di Fiuggi.

D. Successivamente, come è evoluta la tua attività musicale?
R. Fra i miei primi progetti ho avuto Alba Acustica, caratterizzato da un mix di suoni (per l’appunto) acustici con influenze blues e di folk rock anglosassone, mantenendo comunque una linea italiana. Era un genere innovativo, ed ebbe un discreto successo. Arrivammo a suonare in televisione a Doc, programma che aveva già ospitato artisti come Miles Davis, Pat Methiny ed altri musicisti di fama internazionale.
Proprio dopo questa esperienza televisiva il gruppo iniziò a sfaldarsi, anche per via dell’imposizione di un assetto maggiormente pop da parte da parte della produzione.
Successivamente sviluppai dei progetti musicali personali (Uno Duo, Zembel Jazz, Camera Ensemble, Rosa dei Venti, Giovanni Palombo Acoutic Trio) iniziando a dare ampio spazio anche ad un approccio stilistico individuale, sviluppando le mie qualità come solista.
Ho firmato con l’Acoustic Music Records, etichetta tedesca, e ottenuto l’endorsement per le chitarre Lakewood e l’amplificazione SR.

D. Cosa ne pensi dell’attuale panorama musicale, e dello spazio che offre ai giovani?
R. Parlandoti da quello che sto vedendo, e vivendo, nel mio genere, ti posso dire che il numero dei concerti si è ridotto, ma allo stesso tempo la qualità della musica si è alzata. In particolare negli ultimi anni è venuto meno il senso di sudditanza nei confronti del musicista americano. Anzi, la nostra musica si è arricchita di elementi tipicamente mediterranei capaci di contraddistinguersi ed evolversi in una dimensione a sé stante.
Per quanto riguarda i musicisti emergenti, ho avuto modo di notare una serie di situazioni (concorsi, festival) che danno concrete possibilità di mettersi in mostra. Al contrario di un tempo però il numero dei locali in cui si suona è drasticamente aumentato, e troppo musicisti si esibiscono senza essere adeguatamente preparati, scambiando quello che dovrebbe essere un punto d’inizio come un punto d’arrivo.

D. Ti ringrazio per il tuo tempo, un saluto Giovanni.
R. Grazie a te, alla prossima.

Federico Grimaldi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *