Un esordio folgorante | Intervista a Giungla

Siamo entrati nell’universo di Giungla (Emanuela Drei) e ci è piaciuto perderci. Dopo aver ascoltato il suo primo ep Camo, abbiamo avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con lei. Ecco la nostra intervista!

Parliamo di Giungla. Dove e come nasce? Parlo del nome ma anche della voglia di suonare e di raccontarti da sola, soprattutto in virtù delle tue floride esperienze musicali passate con gli Heike has the Giggles e gli His Clancyness.

Con HHTG scrivevo io, ma era da un po’ che avevo in mente qualcosa di diverso. Sono una persona musicalmente “monogoma” e non sarei riuscita a dedicarmi a più progetti contemporaneamente, quindi ad un certo punto ho capito che era il momento di stoppare le altre cose che avevo (tra cui la bellissima esperienza con His Clancyness) per dedicarmi soltanto a questo. Inizialmente l’idea era di formare un’altra band, ma dopo vari incastri andati male ho buttato via molto lavoro e ripensato tutto da capo sapendo solo che avrei voluto portare avanti questa cosa senza turnisti o compromessi di alcun tipo. In qualche modo non mi sarei mai aspettata di finire su un palco da sola ed è come se mi fossi ritrovata con in mano questa cosa che ha stupito me per prima. Nel nome torna questa idea di un bisogno quasi incontrollabile e viscerale di esplorare qualcosa che non si conosce e di farsi un po’ travolgere.

Come nasce la collaborazione con Dragogna? Hai dovuto cambiare qualcosa della tua visione della musica per andare incontro alle sue esigenze o vi siete trovati subito?

Conosco Federico da molti anni perché spesso abbiamo diviso il palco con le rispettive band. E’ una persona che ho sempre stimato molto sia dal punto di vista personale che lavorativo, soprattutto perché ha una grandissima apertura mentale e ti sprona ad alzare l’asticella ogni volta nella maniera meno scontata possibile. Di conseguenza è stato il primo a cui ho fatto sentire quello che avevo in cantiere; è riuscito a capire perfettamente dove volevo arrivare, anzi mi ha proprio fatto vedere da dove partire, sia musicalmente che mentalmente.

Ti stai inserendo magnificamente in un contesto saturo e difficile come il panorama indipendente italiano. Porti una ventata di “aria fresca”, nel senso che, almeno in Italia, la tua è una musica abbastanza nuova. Pur essendo a tutti gli effetti una cantautrice, quanto ed in cosa prendi le distanze dall’attuale cantautorato italiano?

Sinceramente non conosco bene il cantautorato italiano perché non è tra i miei ascolti o riferimenti. In generale ammiro chi riesce ad inserire più elementi nella propria musica, a contaminare o percorrere sentieri non tracciati (di solito è chi ha una visione chiara, se non da producer, quantomeno a tutto tondo, sul suono e sull’immaginario); ad esempio Cosmo secondo me è tra le cose cantate in italiano più fresche uscite negli ultimi anni, perché riesce ad andare oltre, inserisce degli elementi coraggiosi e a modo suo unici. Mi sento più vicina ad esperienze di questo tipo, ma non sento il bisogno di dover prendere chissà quali distanze da altre realtà o di doverle sottolineare: sono a tutti gli effetti una cantautrice, ma in fondo credo basti guardarmi due secondi per capire che sono un po’ il contrario del cliché della “ragazza con la chitarra”; a me interessa da sempre ragionare su una scala più larga e possibilmente confrontarmi con cosa succede fuori, né per snobismo, né per esterofilia, ma perché lo trovo semplicemente più stimolante. Ultimamente ho scritto anche qualche pezzo in italiano, mi è venuto spontaneo, ma le sonorità sono esattamente le stesse che ho quando canto in inglese. Trovo molto interessante l’approccio di alcuni artisti che mescolano la lingua nativa con l’inglese, come ad esempio Christine And The Queens o le Ibeyi, chissà che prima o poi anch’io non faccia uscire qualcosa.

Dopo aver parlato di Giungla, raccontaci qualcosa della vita di Emanuela e del suo primo approccio con la musica. Quando hai deciso di fare musica? Suonare è la tua unica occupazione? Hai mai preso lezioni?

Oltre a fare la musicista mi sono laureata all’Accademia di Belle Arti in grafica e cerco di portare avanti anche questa passione. Fin da piccola ho preso lezioni di piano e chitarra, anche se poi ho proseguito esclusivamente con la chitarra. In realtà non c’è un momento particolare in cui io abbia deciso di fare musica, è una cosa che mi ha sempre accompagnata e di cui non potrei fare a meno.

Come mai hai deciso di scrivere e cantare in inglese? Hai una magnifica pronuncia, frutto di studi o…?

I miei ascolti sono sempre stati di musica cantata in inglese e forse anche per questo mi è venuto spontaneo scrivere in questa lingua. Grazie per la pronuncia, ho studiato al liceo linguistico e quando riesco vado spesso all’estero.

Sappiamo che vivi a Bologna. Quanto questa città ha influenzato sul tuo modo di fare musica?

Bologna è una sorta di pilastro in Italia per quanto riguarda certi generi più sperimentali e per il mondo DIY. Sicuramente deve avermi influenzata in qualche maniera, in particolare nello scambio con altri musicisti, ma cerco di spostarmi sempre per concerti, eventi e in realtà mi sento più legata all’area che va da qui fino alla riviera e alla provincia di Ravenna, che alla città in sé; l’Emilia-Romagna in generale è un ottimo spot in Italia per quanto riguarda la musica e mi sento davvero fortunata ad essere cresciuta in posti come l’Hana-Bi, il Covo, ecc e a considerarli ormai casa.

Oltre a Bologna, parlaci delle tue influenze musicali. Quali sono i tuoi ascolti e tuoi gruppi “di riferimento”?

Mi piacciono molto sia band come i Battles, PJ Harvey, che cose più pop, da Beyoncé e Nicki Minaj fino a Grimes e Christine And The Queens. Ultimamente sono letteralmente impazzita per Bonzai, l’album è fisso nelle cuffie.

Per i nostri lettori più esperti, il tuo è un suono è molto particolare… Ci vuoi parlare della tua strumentazione?

Per ora uso la mia inseparabile Gibson SG, diversi pedali e un sampler con cui mando beat e bass synth (mi sarebbe piaciuto avere direttamente la drum machine e passarla attraverso pedali eccetera – come è stato per la produzione in studio – ma sarebbe stato troppo laborioso ricreare quel setup ad ogni concerto).

Quali sono i tuoi progetti futuri? Dopo l’ep Camo hai intenzione di pubblicare un album intero?

Ora sto suonando parecchio e continuerò fino a fine anno. Nel frattempo ho già in cantiere dei nuovi pezzi e non vedo l’ora di andare in studio. Vorrei fare uscire un altro Ep, magari più lungo, ad inizio 2017.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *