Live report: Glen Hansard @Auditorium

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glen hansardComodamente seduti nelle poltroncine della Sala Sinopoli – luogo: Auditorium Parco della Musica – c’è tempo per osservare il pubblico che prende posto, chi in platea chi in galleria. Dai trent’anni in su: Glen Hansard è, dopotutto, un cantautore sofisticato, e la location è tanto bella quanto “adulta”. Certo, parliamo di quei trentenni giovani inside, che fanno volentieri a meno del dress code – e meno male: ok che è l’Auditorium, ma il target resta sempre “Circolo degli Artisti dieci anni dopo”.

Apre Lisa Hannigan, graziosa trentenne irlandese già musicista per Damien Rice e autrice di due dischi da solista di buona fattura. In voce e chitarra va detto che la Hannigan su disco annoia piuttosto rapidamente – non qui, invece, dove la prima parte della sua breve esibizione è spesa da sola, a centro palco, il microfono davanti alla bocca, la chitarra in braccio ed un unico faro bianco ad illuminarla verticalmente. L’effetto complessivo è magico, grazie alla voce roca ma dolcissima e a brani magari non brillantissimi ma diretti e intimi. L’arrivo della full band (tutti membri della crew di Hansard) muta il contesto sonoro: What I’ll Do (lanciata in Italia da una pubblicità) è tanto ruffiana quanto esplosiva. Si nota, nel pugno di brani suonati in ensemble, un sound corposo ma un po’ confuso – preludio di ciò che sarà.

hansard albumLa pausa è breve, Glen Hansard non fa attendere i suoi fan e li delizia con una scaletta a dir poco immensa (più di venti brani), supportato da una band…altrettanto imponente: dodici elementi, tra cui praticamente l’intera formazione dei Frames, una sezione di archi e una di ottoni. L’equilibrio è sottile, ma il mix ha dentro di sé una forza espressiva indiscutibile. L’apertura è dedicata al disco solista di Hansard, Rhythm and Repose (uscito nel 2012), in mezzo ci finisce una Respect (sì, quella di Aretha) più rock’n’roll che mai. Ben rappresentato The Swell Season, disco-capolavoro, momenti di grande emozione collettiva sui brani dei Frames – devo dirne uno su tutti? Fitzcarraldo, meraviglioso salto indietro nel tempo – piacevole sorpresa When I Paint My Masterpiece di Bob Dylan, suonata per la prima volta nel corso del tour.

In questo quadro idilliaco (nel senso anche un po’ pastorale del termine) stona fondamentalmente un fattore: il sound. Pieno, corposo, ricco: pure troppo. E magari durante il concerto non ci si fa neanche troppo caso (quante nottate passate con un fischio onnipresente quasi dentro al cervello), ma se Glen Hansard prende in braccio la chitarra, si mette a cantare senza amplificazione e quei pezzi là (Say it to me Now e Gold, e poi la chiusura con Passing Through di Leonard Cohen) sono quelli che suonano meglio dell’intera serata, be’, qualche errore è stato fatto. Una cronica difficoltà dell’Auditorium con i set amplificati, si potrebbe pensare; oppure musicisti e fonici che semplicemente non sono abituati a sale acusticamente perfette (e da questo punto di vista la Sinopoli è migliore anche della sorella maggiore Santa Cecilia) e adottano soluzioni standard che mal si conciliano con una concert hall glen hansard 2d’eccellenza.

Poco male, perché lo show – in tutti i sensi: Hansard ha una verve comica meravigliosa – si mantiene godibilissimo, con molti regali ai fan storici e alcune chicche da conservare nella memoria, grazie anche ad un pubblico sufficientemente partecipe – ma forse reso un po’ abbottonato dal contesto, come notava lo stesso Hansard mentre invitava i fan ad assieparsi sotto al palco, lasciando perdere le poltrone imbottite, comode sì ma per nulla folk.
F.F.

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