Hide Vincent | Hide Vincent

Il debutto ufficiale di Hide Vincent, nome d’arte di Mario Perna, riprende tutti gli elementi positivi della demo autoprodotta nel 2012, “Imperfection” e li unisce ad una sorprendente maturità artistica all’interno delle sue 10 tracce

Registrato all’IMRecording e pubblicato sotto Imakerecords, questo self-titled scorre in maniera piacevole senza mai stancare, alternando momenti più cupi e melanconici ad altri più solari. Uno degli aspetti più apprezzabili è sicuramente la cura delle dinamiche dei singoli brani e l’attenzione agli arrangiamenti che, seppur essenziali, riescono a creare atmosfere intime ed ipnotiche.

Atmosfere che richiamano un panorama cantautorale internazionale ben definito, quello di artisti come Damien Rice, ma che riescono a coinvolgere l’ascoltatore senza dare quell’impressione di già sentito.

La ritmica, curata da Francesco Tedesco e Riccardo Iannaccone, insieme al suono delle chitarra acustica si incontra sapientemente con le brillanti linee di archi di Sharon Viola, riuscendo così a valorizzare la voce molto interessante e sempre ben dosata di Mario.

10 brani che ricercano il senso di spontaneità e di naturalezza della vita, 10 piccole storie che raccontano la comunione tra l’essere umano e la natura.

Comunione che, fra le altre cose, ha caratterizzato anche l’artwork del disco.

Hide Vincent è un album di debutto davvero valido, che nell’alternare le sue atmosfere mette in luce l’ottima voce dell’artista campano e una maturità nella composizione non indifferente.

Ho avuto modo di scambiare due chiacchiere con lui, durante una breve ma intensa pausa caffè..

Ciao Mario, innanzitutto complimenti per il disco e per tutto il lavoro che c’è dietro…Il 27 gennaio è uscito il tuo disco di debutto e la prima cosa che ho notato è stato il titolo: “Hide Vincent”. Per quale motivo hai scelto di usare l’espediente del “self-titled”?

In realtà quando ho iniziato a lavorare su quest’album avevo pensato ad altri titoli che potessero essere direttamente collegati con le varie canzoni, poi però nel momento in cui tutto ha assunto un aspetto più definito ho ritenuto necessario utilizzare lo stesso nome che avevo dato a me stesso. Questo disco è come un autoritratto, essendo un album di debutto è come se fosse il mio biglietto da visita, una sorta di presentazione nel mondo della musica e per questo motivo ho preferito chiamarlo semplicemente Hide Vincent.

Il primo singolo estratto è stato “Blood Houses”, del quale hai diretto il videoclip in prima persona insieme a Indiba Film. Come mai hai scelto proprio questo brano come singolo di lancio?

Quella di “Blood Houses” non è stata una scelta soltanto mia ma è stata coadiuvata insieme al mio produttore. Abbiamo scelto questo pezzo perché abbiamo ritenuto fosse una sintesi efficace di tutte le diverse atmosfere che si susseguono nel disco e secondo me è anche il testo che racchiude al meglio lo stile di scrittura utilizzato per gli altri brani; è quasi una fotografia perfetta di quello a cui l’ascoltatore potrebbe andare incontro ascoltando l’intero album. Inoltre avevo questa idea per un videoclip che mi portavo dentro da molto tempo e che insieme all’aiuto e alla grande abilità di Francesco Caruso e Francesco Bonagiunto dell’Indiba Film siamo riusciti a realizzare. Direi quindi che il motivo è stato questo binomio tra il brano e l’idea del videoclip.

Quali sono le tematiche affrontate nei testi? Esiste un filo conduttore in grado di unire le varie canzoni?

Se esiste un filo conduttore probabilmente sono io, nel senso che sono brani che racchiudono miei ricordi e mie storie, sia vicine che lontane, e che ho cercato di rendere il più possibile impersonali per far sì che ognuno potesse cogliervi liberamente un aspetto di sé. Se dovessi però trovare una tematica generale all’album direi che è quella di di sentirsi un essere umano in mezzo alla natura. Un essere umano in grado di guardare alle proprie emozioni con un occhio freddo e impersonale e capace di rendersi conto di come queste cambino nel tempo. Sentirsi quasi come una foglia nel mare. Sì, questo disco parla della vicinanza tra l’uomo e la natura e non a caso tutto il progetto grafico curato dall’illustratrice Simona Fredella si basa sulla fusione fra questi due elementi.

L’album si avvicina come stile ad un genere molto cantautorale, dominato dalla chitarra acustica e suoni molto semplici e grezzi. Quali sono stati gli artisti e gli album di riferimento? Sei partito sin dall’inizio con l’idea di questo tipo di arrangiamento?

Sono molto affezionato ad una determinata scena cantautorale internazionale, in particolare ad artisti come Damien Rice, Nick Drake o Bon Iver che inevitabilmente poi influenzano anche il mio modo di scrivere. In ogni caso, però, non è mia intenzione fare degli omaggi o ispirarmi ad un determinato album. Cerco di trovare una mia autonomia e un mio mondo nel quale sviluppare le canzoni. Se sono partito con l’idea di questo tipo di arrangiamento? Sì, assolutamente. Proprio qualche giorno fa parlando con il mio produttore dicevamo che se c’è stata una cosa in cui siamo riusciti al cento per cento è aver reso l’idea che ci eravamo predisposti quando per la prima volta si è parlato di come doveva essere questo album. L’idea è stata sin da subito quella di un disco minimale dove tutto era basato sulla leggerezza e sulla purezza del suono. Credimi non è stata una questione di piccoli budget o una questione di accontentarsi, questo album è esattamente come lo volevo e questi arrangiamenti sono esattamente come li ho pensati.

Il disco è stato registrato presso l’IMRecording Studio sotto la supervisione di Francesco Tedesco, che si è occupato anche delle linee di basso. Insieme a lui hanno partecipato anche Sharon Viola per il violoncello e Riccardo Iannaccone per la batteria. Come è stato lavorare con loro?  Vi siete trovati subito in sintonia oppure c’è voluto del tempo per far capire loro in che direzione volevi andasse il disco?

Sharon e Riccardo sono entrambi due musicisti eccellenti e il loro apporto all’album è stato decisivo sopratutto per la loro passione e per il loro coinvolgimento. Riccardo lo conoscevo già da tempo e ho deciso di coinvolgerlo per il suo talento e per la sua attenzione; Sharon l’ho conosciuta in corso d’opera ma è nata subito un’ottima amicizia che sta continuando tuttora dato che si è aggiunta alla formazione live e mi accompagnerà per il tour. Con Francesco invece è un discorso a parte, perché oltre a essere parte del progetto come musicista lo è anche come direttore artistico, mentore e co-produttore. Tra di noi c’è stato un rapporto importante fondato sullo scambio e sulla complementarità e se questo progetto ha preso vita in questo modo è perché ognuno ha dato fede alle idee dell’altro e ha fatto di tutto per realizzarle.

Grazie mille Mario per questo intervista, un augurio di buona fortuna per il tour e per la sponsorizzazione del disco.

Ma grazie a te e a Cheap Sound!

Di Lorenzo Imperi

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