HMV chiude, ma la pirateria non c’entra. Largo al mercato libero della musica!

HMV londonHis Master’s Voice, in altre parole La Voce Del Padrone, meglio conosciuto in Inghilterra – e non solo – come  HMV, chiude i battenti. Per chi non ha alcuna idea di cosa stiamo parlando diciamo che HMV sta all’Inghilterra come la Ricordi sta all’Italia. Casa discografica e di distribuzione di altissimo livello nazionale, poi conosciuta per gli innumerevoli megastore sparsi nella nazione. Stessa storia, stesso finale. 
Nell’ultimo anno e mezzo tutti i Ricordi Mediastore sono stati chiusi e inglobati ne La Feltrinelli. In Inghilterra il processo era già stato avviato. HMV vende – ancora per poco – su tutto il territorio libri, dischi, DVD, bluray, videogiochi e tutto quel merchandise “mediatico” che va dalle casse per gli iPod ai poster.
Anche loro costretti a chiudere si avviano alla fine con dei considerevoli sconti su tutto. È tragedia: l’Inghilterra – ci piaccia o no – sul mercato della musica dà lezioni. E questa notizia scuote il vecchio continente, dove i soliti brontoloni cominciano a fare di questo fatto di business la solita questione romantica. Loro, cresciuti ed ingrassati da un’industria di stampo medioevale, non lo possono accettare. Cosa diremo ai nostri figli? Abbiamo distrutto la musica, anzi, la cultura.
Piracy It's a crimeI figli però siamo noi, e noi i dischi li ascoltiamo, li compriamo, li adoriamo ed idolatriamo esattamente come facevano loro. Solo in modo diverso. HMV non chiude perché la musica è morta, non muore a causa dei pirati. HMV chiude perché è un elefante in un’industria di criceti domestici.
È facile prendersela con i pirati, che per anni hanno tentato invano di strillare al mercato discografico di essere diventato obsoleto. È facile prendersela con loro, che vendono musica di bassa qualità a costo zero. È facile, ma è più facile guardarsi intorno, entrare nei negozi, parlare con amici e parenti di come sia cambiato il mercato musicale (per non parlare di quello dei libri) nella loro vita quotidiana.
Ascoltando i più attempati, ti racconteranno di quanto fosse mistico e diverso, acquistare un disco in vinile, assaporare la copertina, gli odori, la fragilità e preziosità dell’oggetto. Ti racconteranno di quanto fosse bello stare seduti davanti al giradischi ed ascoltarlo tutto, magari in compagnia di qualche amico (o pirata, nella concezione moderna).
Altre generazioni ricorderanno l’adolescenza passata affianco alla radio, con una cassetta che registrava i pezzi migliori di quelli trasmessi. Piccoli ladruncoli casalinghi, armati di registratore e nastri di contrabbando.
Altri ancora di quando nell’era pre-rete i dischi li compravano dal vucumprà, che glieli vendeva a cinque euro, invece che venti.
HMV oggi chiude e in Italia abbiamo paura. Perché succederà anche da noi. E speriamo succeda molto presto. Qui in Inghilterra, dove la musica è considerata un nobile mestiere, una passione immancabile, i dischi – letteralmente – te li tirano dietro. Non c’è bisogno di andare al “negozietto di fiducia” per trovare dei prezzi ragionevoli. Un album uscito oggi, dal megastore al supermercato, lo paghi al massimo 10 sterline. Se lo compri su internet lo trovi dalle 7£ in giù. Un disco nuovo, perché quelli vecchi li trovi agli angoli delle strade.
A Roma, tanto per essere un po’ esterofilo, un album nuovo costa minimo minimo 16€, ma si arriva ai 21-22. Per di più, si cercasse mai di andare nei negozietti sperduti, si rischia di imbattersi in posti che per ideologia, contro la filosofia dei megastore, vendono tutti i dischi, ma anche video e musi cassette, a più di 20€ (non sto scherzando, esistono posti del genere!). Si tratti di un album del ’96 o uno uscito la settimana scorsa. Per non parlare del mercato nero del vinile che continua a mostrarsi ignaro dell’esistenza di un mercato enorme, globale e più conveniente in rete.
Il futuro della musica è online. Non su eMule e Napster, come il cinema non può essere sostituito da Megavideo, ma su iTunes, Spotify, Amazon, eBay e compagni. Un mercato come iTunes, che offre la possibilità di acquistare brano per brano la musica, è irraggiungibile, così come Spotify (e gli streaming a pagamento per i film) danno infinite possibilità ad utenti che magari non sono poi così appassionati, più di quanto una radio o un videonoleggio possa fare.
Le stesse radio stanno accusando l’evoluzione del web, e crescono le stazioni su internet (i nostri amici di RadioKaos ne sono un esempio) almeno quanto crescono i dispositivi abili a supportarle.
HMV closeI libri si leggono sui tablet e le persone vanno in giro con intere biblio, disco e videoteche in tasca. Il concetto è quello della borsa di Mary Poppins. In un modo o nell’altro siamo riusciti ad ottenerlo.
E chi vuole comprare i dischi fisici? Chi ama le pagine dei libri e ha una passione per la scatola dei dischi cosa dovrebbe fare? Li compra. Come li ha sempre comprati, continuerà a comprarli, dove più gli conviene, quindi non di certo al negozio.
Insomma, è ormai chiaro anche alla casalinga di Voghera, la musica è passata a un mercato alternativo (il nostro paese peraltro conta uno dei numeri più elevati di download legale). Parliamo di streaming, acquisto online, mercati dell’usato e possibilità di scegliere cosa, quanto, dove e a quale prezzo acquistare qualcosa. Libero mercato insomma. C’è però ancora chi sostiene che tutto questo sia pressappoco rubare. C’è chi sostiene che può esistere la musica solo con le case discografiche che decidono a chi fare ascoltare cosa. Un mondo dove un artista mette ciò che ha su Youtube e lo concede al Free Download non appaga chi per decenni ha sguazzato nel mare del diritto d’autore, materia ostica e probabilmente superflua, cui ormai ben pochi musicisti si appellano, paghi del fatto che se sono in grado di dare qualcosa al pubblico, di certo non vivranno di stenti.
effebbí

5 Comments

  • Non solo sono d’accordo su tutta la linea, ma aggiungo che andare (come internet permette molto agevolmente e “socially”) a prendere il disco fisico, se lo si vuole, direttamente dall’artista o dalla label indipendente è un vantaggio enorme per il sistema. I commessi delle grandi catene, tanto, vendono dischi/libri/film allo stesso modo in cui venderebbero vestiti ed elettrodomestici: non c’è una perdita di specializzazioni. Le piccole label, invece, si trovano a incassare il prezzo di copertina al netto (tolte le spese di spedizione, ben poca roba) anziché passare per grossisti e catene varie.

    • Secondo me sia per libri che per dischi dovremmo andare verso un mercato che stampi solo su richiesta. Tanto il grosso del mercato compra per consumo, non per avere l’oggetto.

      • Sono d’accordo, il prodotto fisico deve essere un plus offerto ad un tipo ben preciso di consumatore. E quindi (sempre secondo me) deve essere un vinile. Nell’era dei .flac, il cd è una via di mezzo un po’ infelice.

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