1M Festival: intervista agli Honeybird & the Birdies

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Monique, Paola e Federico, un trio romano che romano non è, tre anime libere raggruppate in un’unica band con la forza espressiva di una piccola orchestra. Coloratissimi e con un enorme ed imperturbabile sorriso, si fanno notare nel backstage del PrimoMaggio, per i boa cangianti, foglie, piume ed arcobaleni disegnati sul viso. Così si presentano gli Honeybird & the Birdies, finalisti del contest 1M Festival, ma già con parecchi successi alle spalle (vincitori del Italiawave nel 2011, del Ypsigrock Avanti il Prossimo nello stesso anno ed ancora prima nel 2010 del Mai Dire Mei). 

HONEYBIRD AND THE BIRDIES

CheapSound Ragazzi solo a guardavi mettete allegria. Com’è andato il vostro live?
Honeybird & the Birdies All’inizio magari abbiamo avuto un po’ di incertezza, prima di salire sul palco. Più che nervosismo soprattutto era la voglia di esibirci al meglio e l’emozione di una nuova esperienza live, come solo il 1°Maggio sa essere in Italia. Ma diciamo che fortunatamente nel corso degli anni ne abbiamo fatte tante di nuove esperienze quindi ci siamo incoraggiati dicendo: ”Dai possiamo fare anche questa!”. Poi siamo saliti e dalla prima nota della nostra musica che facciamo sempre in giro abbiamo cercato di dare il meglio e spero si sia percepito da fuori l’entusiasmo e il brio che sentivamo noi.

CS Certo che si è percepito. Domanda di rito a tutti i finalisti del contest: credevate possibile arrivare fra i primi sei quando avete partecipato a questo festival?
HB No! All’inizio eravamo tantissime band e poi noi avevamo già fatto tanti concorsi. Però poi abbiamo mandato la mail, alla fine che fai non ci provi? Però non ci credevamo tantissimo e invece…

CS Come mai avete scelto proprio ”East Village” come uno dei due brani da cantare sul palco?
HB Uno dei motivi sicuramente è stato la strumentazione che nel brano è più essenziale. È stata una questione soprattutto di tempi, non dovevamo sforare i sette minuti, anzi preferibilmente farne di meno per essere sicuri. Abbiamo preferito fare quindi due brani interi piuttosto che un’edit snaturando un brano. Poi erano due dei tre singoli usciti del nostro album. Abbiamo lavorato molto sul contenuto, l’altro brano che avremmo fatto è “Eine Kalte Gescichte”, che è un pezzo in tedesco e Paola doveva suonare la batteria intera, quindi abbiamo pensato che avrebbe pompato di più. Poi, nella scelta dei due brani ha avuto peso anche la tematica del secondo brano, “To The Earh’s core” che parla di spazzatura ed eco-sostenibilità, un messaggio forte di purificazione a cui noi teniamo particolarmente. Inoltre ci piaceva l’idea di portare un pezzo un po’ afro, un pezzo un po’ più ricercato e diverso da quelli che di solito ci si può aspettare in un evento del genere. Ci sentivamo di proporre qualcosa che nessuno si sarebbe aspettato.

CS Voi di battaglie ed avventure ne avete fatte tante quest’anno e questa del 1° Maggio potrebbe essere vista soltanto come una di una lunghissima serie…
HB Stavamo pensando appunto prima al fatto che questo è stato un anno di avventure. Avevamo un disco  pronto ma non sapevamo come produrlo, abbiamo quindi pensato di farlo venire alla luce grazie ad una raccolta di soldi fra i nostri fan, cosa che in Italia non aveva fatto praticamente nessuno fino ad ora. Abbiamo raccolto ben 7000 dollari e a parte la questione economica è stata un’esperienza molto forte perché ci siamo trovati ad avere contatti, supporto ed anche responsabilità e a doverci confrontare con tantissime persone che seguivano la produzione del disco, ed ancora oggi siamo in contatto con queste persone. È stata un’esperienza veramente fantastica, che ci ha avvicinato tantissimo al nostro pubblico. Poi è partito il tour e anche quello è stato pieno di avventura. Sta andando benissimo e speriamo possa andare ancora meglio! In Italia anche altri l’hanno fatto ma credo dopo di noi, noi l’abbiamo fatto in un’epoca in cui non era impensabile. Ora hanno aperto anche dei siti italiani dedicati a questo, mentre invece noi abbiamo usato un sito americano anche grazie al fatto che Monique è cittadina americana. Infatti in America ed Inghilterra è già un po’ di tempo che si usa questa cosa, alcuni artisti tipo Amanda Palmer, la cantante dei Dresden Dolls, ha raccolto un milione di euro. Noi 7000 dollari che è comunque tantissimo per noi, ed è una cifra addirittura maggiore di quella che ci era stata richiesta!

CS Che vi piacciono le nuove esperienze è comprovato anche dalla vostra partecipazione ad “Unità di produzione musicale”, in che cosa consiste precisamente?
HB Abbiamo partecipato innanzitutto perché Enrico (Gabrielli, ndr) è un caro amico e ha questo progetto da tanti anni. Ce ne ha parlato in modo esoterico per un po’ di tempo finchè un giorno ci ha chiamato e ci ha detto “Io voglio fare il crowd funding voi l’avete fatto? Avete qualche consiglio?”. E noi abbiamo subito voluto farne parte, non ci tiriamo mai indietro quando si tratta di sfide e nuove esperienze. Ed è un esperimento sulla musica, come si mangia, come si vive la musica…una cosa molto interessante insomma di cui noi vogliamo sicuramente farne parte.

Avremmo potuto continuare l’intervista per molto altro tempo con questo trio che da subito abbiamo adorato e sostenuto, purtroppo per noi vari altri giornalisti agognavamo uno scambio di battute con la band. Quindi abbiamo salutato Honeybird & the birdies sperando di rivederli il prima possibile su un altro palco romano.

L.L.

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