Human Colonies | Big Domino Vortex

Gli Human Colonies sono un gruppo nato tra Bologna e Firenze nel 2013, con all’attivo già la pubblicazione di una demo e di un vero e proprio EP che rappresenta la loro prima uscita discografica.

Fanno parte di una scena musicale di nicchia (molto di nicchia direi) per il nostro Bel Paese, qual è la Shoegaze o, com’è nota in questi ultimi tempi, la Italogaze. Abbiamo ascoltato con cura la loro ultima pubblicazione, Big Domino Vortex, EP che spacca di brutto.

Ed eccoci qui, felici di poter recensire un EP che apre nel migliore dei modi questo 2017.

Big Domino Vortex rappresenta un viaggio nel Nord Europa che ripercorre sonorità e melodie dalla psicheledia degli anni ‘70 allo “sporco” dei recenti (ormai non più tanto) anni ‘90; e con Nord Europa non mi limiterei solo all’Inghilterra, fulcro culturale indiscutibile dei nostri tempi, ma estenderei il raggio di azione a tutti quei paesi dall’animo freddo e autoctono. Soprattutto nella parte centrale dell’EP ho notato una produzione molto vicina agli islandesi Sigur Rós e agli scozzesi Mogwai, due colonne portanti del Post Rock nordico.

Ma procediamo per gradi, cercando di analizzare brano per brano Big Domino Vortex.

L’EP è aperto da “Sirio” che, oltre ad essere la numero uno della tracklist, è una canzone che riesce ad aprire Big Domino Vortex in tutti i sensi, proprio come farebbe un bambino davanti al suo regalo impacchettato la mattina del 25 Dicembre: lo squarcia con violenza e felicità essendo consapevole che quello è il momento più bello perché con il suo regalo potrà giocarci tutte le volte che vuole, ma può scoprire cosa si nasconde dietro quel pacco solo una volta nella sua vita. “Sirio” mi dà esattamente questa impressione: un brano che introduce e completa al tempo stesso, caratterizzato da suoni fuzzosi, feedback di chitarra (aspetti chiave di tutto l’EP) e da una sezione ritmica trascinante che fa riecheggiare nella mente dell’ascoltatore immagini di viaggi ultraterreni. Non a caso, infatti, il suo nome fa riferimento al noto corpo celeste.

Canzone da aggiungere senza dubbio nella playlist “On the Road”.

Di seguito troviamo la traccia che da nome a Big Domino Vortex e, a parer mio, è l’anima pulsante dell’EP. È un’immersione totale di melodie e ritmiche anni ’90, legate in modo particolare all’ondata Post Punk di quel periodo, ed è proprio qui che per me si scopre la vera identità della Band: dei tizi che suonano da Ramones mentre si atteggiano da Beatles, sporchi nel suono ma raffinati nella sua stesura; un accostamento piuttosto paradossale, ma io li ho immaginati così. Ciliegina sulla torta del pezzo sono i cori che rimangono subito in testa.

“Vesuvius” è l’unica traccia strumentale e, a parer mio, non è altro che l’intro di “Mondrian”, la successiva. Forte la componente naturalistica di questo dittico, caratterizzata soprattutto da un synth “tappeto” in “Vesuvius”, ridondante in tutto il pezzo, che mi dà l’impressione di un canto di uccelli digitale, sovrastato a spezzoni da una parte strumentale che inizia e finisce, cresce e decresce svariate volte. È quasi come se il pezzo non volesse mai partire. E invece inizia proprio con “Mondrian”, nome che mi fa saltare subito alla mente (oltre al baretto vicino casa) il grande pittore Neoplastico, famoso per la sua “semplicità complessa”. Onestamente non so se gli Human Colonies abbiano voluto fare un tributo all’artista olandese, ma in questo pezzo (come forse in tutto l’EP) si può percepire quest’associazione ossimòrica: un uso bello e ordinato di pochi suoni assimilabile all’impiego dei soli colori primari da parte del pittore.

Dopo questo spezzone che ha riportato un po’ di quiete nel mare di Big Domino Vortex, ecco che ricomincia la tempesta con “Kleio”, un pezzo punk in cui basso e chitarra viaggiano sulle stesse frequenze super-fuzzose e accompagnano una voce leggera e molto riverberata. “Kleio” rappresenta per me la fine del lavoro. A seguire, infatti, vi è solo “Psychowash”, un lavaggio per tutte le teste che hanno appena ascoltato l’EP, o semplicemente un ritorno alla realtà dopo essersi catapultati in un viaggio onirico. L’unico pezzo che forse avrei evitato, semplicemente perché a me i ritorni alla realtà non sono mai piaciuti.

Con l’augurio di andare avanti lungo la propria strada, faccio i miei sentiti complimenti agli Human Colonies per questo grande lavoro!

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