I-day 2011: WOW!

Il 3 settembre scorso mi trovavo per caso in quel di Bologna, e tutto d’un tratto mi sono ricordato che proprio quel giorno in quel posto si sarebbe svolta la prima giornata dell’ I-Day 2011.
Ok, non è vero.
Ho comprato i biglietti appena usciti ed ho aspettato tutta l’estate di assistere al concerto. Breve parentesi: sono davvero molto contento di aver notato in Italia una incredibile apertura musicale durante questa estate. Dai primi di giugno fino ad inizio settembre hanno suonato praticamente tutti in numerosissimo festival o semplici date di tour! Mi auguro molto vivamente che questo atteggiamento musicalmente internazionalistico si protenda anche all’avvenire, e non sia stata solamente una chimera.
Detto ciò, ritorniamo a noi. E’ stata la mia seconda partecipazione all’I-Day, ed è stata completamente diversa dalla prima (l’anno scorso, Blink-182/Sum 41 e per quanto mi riguarda basta), sotto ogni punto di vista. L’edizione 2011 è stato l’Indipendence Day nel vero senso della parola, in quanto sul palco si sono esibite band indie-rock affermatissime, e (presunti) astri nascenti della stessa scena, tutti rigorosamente made in UK. La giornata è incominciata alle 14:30 circa, con l’apertura dei cancelli e la performance degli Heike Has The Giggles (band nostrana) che sfortunatamente non sono riuscito a sentire. A seguire, in ordine di apparizione:

Morning Parade
The Wombats
White Lies
Kasabian
Arctic Monkeys

Facendo un quadro generale posso fermamente affermare che: 1) White Lies e Morning Parade non mi piacciono neanche un pò; 2) The Wombats live sono veramente divertentissimi; 3) come ha detto uno degli amici con cui sono andato, i Kasabian sono uno tra i gruppi più sottovalutati di sempre; 4) gli Arctic Monkeys sono assolutamente, incredibilmente, splendidamente pazzeschi (sebbene abbia qualcosa da ridire anche su di loro).
Non potendo mettermi a recensire tutti e cinque i gruppi visto che ci impiegherei dalle 4 alle 6 ore e voi vi stufereste di leggere dopo 3 minuti, mi limiterò a raccontare quello che hanno creato i due “big”.

KASABIAN – Ho già sentito i Kasabian come supporto degli Oasis in quel di Wembley Stadium nel 2009. La prima cosa che ho pensato prima che salissero sul palco è stata la seguente: ma, secondo voi, non rosicano da morire ad aprire un concerto per dei “ragazzini”?! E’ pur vero che gli Arctic Monkeys sono gli Arctic Monkeys, ma cazzo, i Kasabian sono una super-band cazzutissima e pioniera di un sound piuttosto unico ed accattivante! Comunque. Io ed un mio amico siamo riusciti a conquistare quasi la transenna sotto il palco, ma appena è partita Club Foot ci siamo ritrovati ad esser sbalzati a destra e sinistra da una massa abnorme di persone fluttuanti, ritrovandoci, alla fine, ben più lontani dal palco di quanto non avessimo immaginato. Il loro live è durato un’oretta e un quarto, ed è stato veramente un gran bello show; Sergio Pizzorno fomentato da morire, Tom Meighan perfetto, e gli altri a completare un suono pienissimo, fortissimo ma, purtroppo, ovattatissimo. E’ pur vero che il sound dei Kasabian si basa molto sulle basse frequenze, ma se queste non consentono di sentire passaggi salienti di chitarra o synth, allora c’è qualcosa che non va. Avevo già notato questa cosa a Wembley, e dunque spero che non sia un effetto voluto; d’altra parte, è possibile che due volte li ho sentiti e due volte il suono poteva esser reso mooolto meglio?!. Lo show si è alternato tra le new entry di Velociraptor!, uscito proprio cinque giorni fa, e le hit di sempre (Club Foot, L.S.F., Underdog, Shoot the Runner…). Il pubblico? Impazzito. Sebbene il suono, come già detto, lasciasse a desiderare, l’atmosfera era semplicemente incredibile. Tom e Sergio hanno una presenza sul palco strepitosa, e lo si capisce dal riscontro del pubblico che si esalta appena viene interpellato da uno dei due.  Noi, del pubblico, investiti da una carica mostruosa sebbene decisamente stanchi dal viaggio e le ore precedenti della giornata.
In finale, gran bello spettacolo. Sono stato decisamente contento di sentirli nuovamente. E’ ovviamente inutile dire “promossi”, sono loro i professori!
Ah, quasi dimenticavo! Il vecchietto roadie che provando il microfono ci urla con faccia schifata “shut the fuck up!”, non ha decisamente prezzo!

ARCTIC MONKEYS – Devo esser sincero (e mi vergogno parecchio).  Ascolto assiduamente e fanaticamente gli Arctic Monkeys solo da due anni e non vedevo l’ora di poter assistere ad un loro live (per rimediare andrò a sentirli anche a Londra il 30 Ottobre!). L’attesa e le speranze sono state ricambiate al 100%, senza ombra di dubbio. Alex Turner e compagni salgono sul palco per le 22.00 e tutta l’Arena Parco Nord di Bologna è in visibilio.
Venti pezzi in scaletta: diciassette e tre per il bis. Parto dalle critiche, che per quanto mi riguarda, sono due: una tecnica ed una formale. La prima è che, purtroppo, a mio avviso, le chitarre nelle prime tre canzoni (Library Pictures, Brianstorm e This House is a Circus) avevano un suono orrendo. La seconda, decisamente più grave, è l’estrema “americanizzazione” nella quale si stanno tuffando i quattro di Sheffield. Già dall’ultimo album, Suck It and See, è stato piuttosto palese il cambiamento di sound dal “tipicamente-indie-rock” al “rock-piuttosto-comune” ma ok, ci può stare che un gruppo maturi e apra i propri orizzonti verso nuove idee e fan. Ma non accetto il fatto che quattro icone del brit si camuffino da texani d’altri tempi. Turner con la banana alla Fonzie (che tra una strofa e l’altra si pettina accuratamente proprio come faceva l’idolo di Happy Days), Cook e O’Malley vestiti da contadini del Mississippi ed infine Matt Helders che, fortunatamente, da dietro ad un set di batteria dipinta completamente con Union Jack, sembra conservare ancora un pò quella semi-coattanza inglese che li contraddistingueva (purtroppo poi, anche Helders si è lasciato colpire dalla “febbre U.S.A.”, come è possibile notare dal video del brano omonimo del titolo del cd).
Comunque, apparte ciò, com’era prevedibile, il concerto è stato una bomba. Dal quarto pezzo in scaletta (sia lodato Babbo Natale!) Still Take You Home, i volumi si sono rimessi apposto e l’atmosfera ha raggiunto un grado di figaggine strepitosa. Canzone dopo canzone (tratte tra l’altro da tutti e quattro i lavori in studio) il parterre è stato un continuo e divertentissimo pogo tra gente che cantava a squarciagola strofe difficilissime da dire anche per un madrelingua. I pezzi si susseguono (Dont’ Sit Down ‘Cause I’ve Moved Your Chair, Pretty Visitors, She’s Thunderstorm, Teddy Picker, Crying Lightning, Brick by Brick, The Hellcat Spangled Shalalala…) ed io sono sempre più convinto che anche live, i vecchi pezzi siano meglio di quelli dell’ultimo album: sono più caratteristici, sono decisamente più Arctic Monkeys. Si continua con altri classici: I Bet You Look Good on the Dancefloor, The View from the Afternoon etc., fino ad arrivare all’ultimo pezzo prima della pausa pre-bis, When the Sun Goes Down. E’ stato piuttosto comico ed imbarazzante, ma anche esemplificativo del fatto che chiunque può sbagliare. Ed infatti, Alex Turner, ha palesemente toppato davanti a trentamila persone uno degli accordi iniziali del pezzo; ma è stato divertente lo stesso e il pubblico gliel’ha perdonato. Il bis non mi ha fatto impazzire (Suck it and See, Fluorescente Adolescent, 505), per quanto mi riguarda potevano fare molto di meglio, soprattutto dopo una scaletta molto ben fatta e varia!
In conclusione: concerto da paura, gruppo da paura (anche se sembrava quasi che a Turner non andasse minimamente di suonare), giornata da paura. Non vi ho raccontato del viaggio, ma ci sarebbero volute altre tre pagine di word per farlo.
Spero di riuscire a tornare all’I-Day anche l’anno prossimo per vedere band di questo calibro che, potete star certi, è molto difficile che vi deludano!

Yeah, M.C.

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