IL MIT, meet in town, finalmente un grande evento degno di Roma

Ogni tanto capita che a Roma si organizzino degli eventi degni di una capitale europea, e ogni tanto capita che questi eventi concernano la musica elettronica e le nuovi arti visive. E ogni tanto capita il MIT.

Ogni tanto nel senso una volta ogni anno da tre anni a questa parte.

Mea culpa, questa è la prima edizione a cui ho partecipato, anche perché l’anno scorso era a luglio e quello prima… boh quello prima me lo sono perso. Per cui non posso fare un paragone o notare un miglioramento o peggioramento del progetto.

Quello che posso fare, dopo essere stato presente tutta la sera di sabato 9 giungno, è spendere tante buone parole. perché è stato davvero eccezionale.

Il MIT  è un festival di musica elettronica e arti visive con un’ambientazione più unica che rara, l’Auditorium parco della musica di Roma. Una location che da sola vale la metà del successo dell’evento. Senza nulla togliere a chi lo ha organizzato che ha avuto questa brillante idea per ospitarlo.

Immaginate (chi è mai stato all’auditorium) la sala petrassi, la sala sinopoli, la “cavea” dell’ingresso, e tutti gli spazi di passaggio utilizzati per il festival, per fare esibire gli artisti, per ristorare fino alle 3 di notte o per prendersi una pausa tra un’esibizione e l’altra.  Chi non c’è mai stato non può capire veramente  quale gioa posso essere stata per gli occhi e per le orecchie essere presenti lì sabato sera.

In realtà il festival ha avuto una sorta di prologo venerdì 8 giugno, in cui è stato usato lo spazio più underground (letteralmente), cioè il parcheggio, per creare una situazione di clubbing esclusivo e poco convenzionale. Purtroppo però venerdì non potevo essere presente per cui non posso dire nulla, salvo che in nomi del programma non erano affatto male, Lindstrom e Com Truise in testa.

Sono arrivato poco dopo le 8 e 30 ( orario d’inizio secondo la scaletta) ed entrare nella cavea con la luce di un fantastico tramonto di giugno vedendo sul palco afrika bambaataa che smanettava sui piatti è stata un’esperienza unica.

Afrika bambaataa: che dire di una leggenda vivente? Era il nome che non mi potevo perdere, quello che anche da solo valeva il prezzo del biglietto. Afrika bambaataa ha fatto la storia della musica degli ultimi 20 anni.

Era defilato sulla destra ed era assistito da un Mc  e da un altro Dj che verso la fine del set ha preso il suo posto (non so chi fossero costoro, chi lo sa può lasciarlo scritto nei commenti, so però che il  Dj che ha chiuso era un mostro di bravura nello scratch, davvero impressionante). La sua selezione dei pezzi è stata alquanto variegata, strana in realtà, era chiaro che non sapesse nemmeno lui bene come prendere la vasta e diversificata audience presente. Ha suonato dell’hip-hop, della disco, della techno, house, per poi tornare sull’hip-hop e su alcuni sempreverdi classici pop. Tirando le somme forse non è stata una performance eccezionale, ma nessuno se n’è accorto, tutti curiosi ed eccitati come eravamo  a causa di trovarci  lì. E comunque era sempre afrika bambaata. “Performance non eccezionale” è relativo alla maestà del personaggio. Voto 8

Dopo un breve intervallo, durante il quale sono andato a curiosare velocemente in giro, sul palco della Cavea ha preso posto Squarepusher. il fenomeno. Ha dato vita ad uno spettacolo di suoni e video, sullo schermo alle sue spalle e sul suo casco. Su lo schermo e sul casco? sì è difficile descriverlo a parole, consiglio di vedere questo video per avere un’idea e  qui metto una piccola immagine.

E’ un artista estremamenteoriginale e innovativo.  armato di drum machines, computer(credo, non ho visto bene), basso elettrico e chissà cos’altro, ha prodotto  almeno 40 minuti di quella che definirei drum’n’bass  colta. Un concerto magnifico ( e a me non piace la drum’n’bass ) unito, come detto,  a video di geometrie astratte legate a filo doppio col ritmo della musica.

La folla è sembrata poco contenta, aspettandosi forse qualcosa di leggermente più “dance”, ma alla fine di ogni pezzo gli applausi erano entusiasti e numerosi. Voto 9

Ecco un’altro segno del successo dell’evento è stata  la partecipazione. La gente era tanta, c’erano giovanissimi e anche persone di una certa età, dai 16 ai 50 direi. c’erano gli amanti dell’hip-hop, quelli più da concerto, quelli più da club, alcuni che sembravano professori del conservatorio, semplici curiosi, fedelissimi della movida romana e tante altre tipologie. Io posso parlare solo per me, e devo dire che l’ambiente era divertente e piacevole. E comunque fa piacere che ci sia stata questo tipo di affluenza per un evento non proprio POPolare.

Tornando alla musica, il mio desiderio era di vedere Afrika Bambaataa, Squarepusher e Sebastien Tellier, mi scuso quindi per non potere fare una recensione completa di tutti gli artisti, ma purtroppo l’ubiquità…

Avendo un buco d’orario tra Squarepusher e Tellier sono andato a rifocillarmi (benedetta anche l’idea di tenere aperto il punto bar per tutta la sera!) e a curiosare negli altri spazi. Ora, un’altra cosa buona di questi eventi è che scpri anche simpatici giovani talentuosi. E questa volta io ho scoperto Spinoff.

Spinoff è lo pseudonimo di Paolo Cuomo, casertano classe 1990. Magari dico una cavolata, ma mi è parso che questo ragazzo abbia suonato tantissimo, qualcosa come 2 ore di set nel foyer petrassi (che altro non era che la zona guardaroba). Ecco magari mi sbaglio perchè io sono passato di lì due volte e ho sempre visto suonare lui, e forse invece facevano a turni, lui ed altri, o che so io. però quel poco che sono riuscito a sentire mi è piaciuto molto, consiglio un’orecchiata al suo soundcloud. La sua zona era sempre piuttosto pienotta, segno che anche il pubblico ha apprezzato, a onor del vero era anche una delle parti più  dance, e questo lo avrà senza dubbio aiutato. Mi è piaciuto molto  anche perchè si è divertito, e non sono molti quelli che te lo riescono a far capire mentre suonano. Voto 9 per lui.

Il punto massimo della serata è stato comunque, come previsto,  il mini concerto di Sebastien Tellier.

Artista French-Pop per eccellenza, Sebastien Tellier ha quasi riempito totalmente la sala Sinopoli in un orario non proprio di routine, sarà stato almeno l’1 e mezzo. Ho scritto mini concerto ma forse non è il termine adatto.

Si è trattato di una performance fatta apposta per il MIT, in cui era accompagnato solo da un batterista e un tastierista. Tuttavia il risultato è stato stupefacente. Tellier è un personaggio più unico che raro, con tempi scenici da attore navigato che in quest’occasione ha dato il meglio di sé, complice anche una splendida scenografia e un’ottima regia delle luci. Verso la parte finale il pubblico si è alzato dalle poltroncine della sala (chi non era già in piedi s’intende) e si è accalcato sotto il palco, per ballare le ultime canzoni, perchè non si riusciva più a stare fermi. Un ottimo concerto, con pezzi meno noti e cavalli di battaglia. Voto 10.

Segnalo anche il progetto Atlas Sound che ha preceduto Tellier. la performance non è stata straordinaria, forse perché un po’ monotona e non al punto giusto della serata, ma questo progetto di Bradford Cox è senza dubbio da tenere sott’occhio, non sono in molti a fare elettronica da soli  con una chitarra e qualche effetto. voto 7

In ultimo degna di nota è l’installazione che era stata posta nel corridoio: un “pista” di circa 10 metri fatta di piastre di sottile metallo che collegata a dei sensori, trasformava i passi di chiunque la calpestasse in profondi battiti dal suono tamburesco. Inutile raccontare di quanti, una volta capito il funzionamento, hanno saltellato e corso lì per mezz’ora inscenando una specie di danza africana. In ogni caso una trovata divertente e interessante che ben si mimetizzava col resto del festival.

 

Forse la mi recensione è troppo entusiastica e non sarà molto condivisa da chi è stato presente e si aspettava qualcosa di più ballabile. Ma è giusto ribadire ogni tanto che musica elettronica non è sinonimo di Club.

v.b.


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