Il revival anni sessanta dei Mojomatics

ALT! (da Radio Kaos Italy)

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 E lo facciamo in diretta tutti i venerdì, dalle 17 alle 18, su www.radiokaositaly.com. E da oggi approdiamo anche qui su Cheap Sound per curare una rubrica quindicinale su ciò che più troviamo interessante dal mondo della musica, sempre rigorosamente ALT!ernative Rock.

Che sia un periodo di scoperte e riscoperte, intrecciarsi di influenze, questo ormai lo si era capito. Quello che meno raramente si trova però sono lavori che vanno direttamente nel passato, saltando almeno tre -quattro generazioni, per riprendere discorsi iniziati (e anche finiti, va detto) alla fine dei sixties.

Questo è esattamente quello che fanno i Mojomatics, duo veneziano attivo dal 2003 con ben tre album all’attivo prima del quarto, “You are the reason for my troubles”, uscito da poco, ai primi di aprile, pubblicato per Inside/Outside Records & wild honey records.

Prima di addentrarci meglio all’interno del lavoro, è giusto dare qualche consiglio per l’uso: sconsigliato a chi cerca qualcosa di nuovo, o che elabori influenze diverse tra loro. Il lavoro dei Mojomatics è volutamente indirizzato a quella cerchia dei nostalgici dei sixties (a tutto tondo) e non si distacca minimamente da quelle atmosfere. Al massimo può richiamare un po’ il brit pop britannico della fine degli anni ’90, ma soltanto per il fatto che le ascendenze sono comuni.

Detto questo, la prima cosa che mi ha colpito, quando ho avuto tra le mani l’album, sono stati i titoli. Tutti, tremendamente tristi e malinconici, oltre che arrabbiati. Questo è dovuto al periodo difficile che i ragazzi hanno passato durante la lavorazione dell’album, che non poteva non riverberarsi nei loro testi, oltre che rendere la gestazione dell’album parecchio gravosa.

Titoli come “Yesterday is dead and gone”, “Rain is diggin’ my grave” “Feet in the hole”, “Don’t talk to me” “You don’t give a shit about me”, oltre la title track, possono far capire quello che intendo dire.

Però il timore che le atmosfere malinconiche possano contagiare la armonie viene meno già alla seconda traccia. E questo contrasto tra atmosfere abbastanza allegre, solo raramente malinconiche, fa assumere al disco un quid di ironico. Molto alla Dylan.

Tornando al succo del lavoro, ossia il suo essere totalmente ’60, va detto che le influenze che si incontrano sono le principali di quel periodo: da un lato il rock’n roll brit della British invasion,dai Rolling Stones ai Beatles. Dall’altra le melodie country folk tipiche della west coast, a cavallo tra Byrds, e Neil Young. Il tutto permeato dal Dylanismo di cui si parlava pocanzi.

Sicuramente il disco apre col botto, perché “Behind the trees” è una canzone che trasmette carica energica pura, ed è sicuramente il pezzo più significativo e rappresentativo del lavoro. Segue l’ironica title track, che apre con l’armonica, segno di ascendenza americana, ma avvicinabile anche ai Beatles di “Beatles for sale”.

Notevole anche “In the meanwhile”, che ricorda decisamente gli Stones, con le sue atmosfere evocative. Ma è la traccia numero quattro, “Rain is diggin’my grave” che invece è più moderna, spostandosi almeno di 20 anni avanti in un contesto garage con venature dark, con un ritornello trascinante. Pezzo da singolo anche questo.

Poi, mentre la successiva “Don’t talk to me” richiama il merseybeat, le canzoni successivi invece sono delle ben riusciti ballata country blues, la cui più riuscita è sicuramente “Long and Lonesome day”.

In mezzo si sente anche uno sprazzo di Britpop: “Yesterday is dead and gone”, che sembra un pezzo a cavallo tra Supergrass e Oasis. A ciò contribuisce anche il cantato di MojoMatt, che è tipicamente english (un po’ alla Liam Gallagher, specialmente nelle pronunce). Nel finale c’è spazio per un tributo ai Beatles (dal lato Mccartney) con “The Ghost Story”, che è decisamente un misto tra “Your mother should know” (che si trova in Magical Mistery Tour) e “Good day sunshine” (da Revolver).

Insomma, i Mojo hanno fatto tornare in vita i grandi dei sessanta, mettendoci sopra le loro delusioni amorose dell’ultimo periodo, creando un album che suona classico e scorrevole. Più un prodotto da esportazione, vero, è non aggiunge nulla di nuovo, vero, però sicuramente non vi farà rimpiangere l’acquisto.

Giovanni “Giocker” Romano

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