Independent Label Market | Intervista a V4V e TO LOSE LA TRACK

Ed ecco l’ultima delle interviste doppie prima dell’attesissimo Independent Label Market la prossima domenica al Monk Club.

Stavolta abbiamo fatto quattro chiacchiere con V4V e TO LOSE LA TRACK. Le domande sono sempre le stesse, ma è interessante notare i differenti approcci delle etichette al mondo della musica.

Ci vediamo domenica allora?

V4V

Ti presenti come etichetta? Come è nata? Su che principi si fonda? Mi dai 3 parole di riferimento? Su che genere siete orientati?

V4V è nata un po’ per gioco, molto per passione a fine 2012. Abbiamo iniziato lavorando con amici e nel tempo abbiamo mantenuto il legame personale come uno dei punti guida selezionando anche sulla base dei rapporti umani. Vogliamo che una band si esprima nel modo più genuino e vero possibile, senza poserismi o recite di sorta. Preferiamo l’imperfezione vera alla perfezione falsa. Siamo orientati sui generi più disparati, se dovessi azzardare direi che considero la linea editoriale di V4V come “altro pop” in quanto cerchiamo di spingere gli ascolti dei nostri ascoltatori verso qualcosa di più violento e rumoroso, mantenendo però una componente di melodia e “facile” fruizione del prodotto. Ci occupiamo principalmente di emocore, screamo, shoegaze, power pop e in generale di tutta la musica con le chitarre.

3 parole: fegato, cuore, ardore.

Cosa significa essere un’etichetta indipendente oggi? Qual è la sfida?

Oltre ai vari fattori economici, promozionali, distribuzione, un’etichetta deve essere un punto di riferimento professionale e degno di fiducia per gli artisti. Bisogna riuscire a dare spazio a talenti dal basso, mettere in atto una vero e propria ricerca, ascoltando ogni proposta, cercando di capire se c’è margine di collaborazione. Dare rilievo ed aiutare persone senza pretese ma con la giusta voglia di fare bene. Offrire una fan base creata nel tempo con costanza e fatica è una delle cose più valide che una label oggi possa fare. Una sfida che penso possiamo vincere e stiamo vincendo è quella di allargare il nostro pubblico dalla nicchia più severa al mainstream raggiungendo una fascia di persone che riescono ad apprezzare e supportare il nostro lavoro pur facendo parte di un pubblico a noi lontano. Ci interessa incuriosire e andare oltre i pregiudizi di sorta.

Qual è il vostro background e come è cambiato secondo voi il panorama musicale dagli anni ’90 ad oggi?

L’underground degli anni ‘90, che mi ha portato ad una più o meno maturità musicale nel corso del tempo e il suo revival. I cambiamenti più forti sono legati alla fruizione della musica: acquistata in forma liquida, ascoltata via streaming su piattaforme con pessima qualità audio e attraverso cuffiette comprate dai cinesi o direttamente dal laptop. Questo può ben rendere l’idea di quanto si ascolti in modo poco dignitoso un disco ma essendo questa diventata la prassi, un po’ per esigenze, molto per ricambio generazionale e cambiamento della discografia stessa, ce ne siamo fatti una ragione. Importantissima è la stampa dei nostri dischi con una veste grafica che ci soddisfi appieno e un packaging che renda l’album un bell’oggetto da avere e conservare gelosamente. Vedo l’acquistare il CD fisico, sempre più come l’ultimo atto estremo di supporto ad un artista e per questo vogliamo dare al nostro pubblico dei motivi in più, rendendolo qualcosa di limitato e prezioso. La poesia dell’entrare in un negozio di dischi il giorno d’uscita di un album atteso, senza averlo ascoltato in streaming e immaginandotelo solamente da qualche recensione letta su cartaceo, è sempre più un ricordo del passato.

Qual è il tuo rapporto con internet, i social networks e le piattaforme digitali?

Internet e social sono compagni quotidiani di una label indipendente. Devo essere sincero: la prima cosa che faccio quando mi arriva una nuova proposta è andare sulla pagina FB dell’artista per vedere come si gestisce. Fare una buona comunicazione è essenziale, avere belle grafiche, in generale esprimersi con una certa attitudine che sentiamo di condividere. I social sono diventati senza dubbio l’aspetto più importante, punto di riferimento di qualsiasi addetto ai lavori o band. Ad inizio 2009 ricordo che si diceva in modo sarcastico che “i dischi uscivano su facebook” magari senza neanche sapere che questa sarebbe diventata la prassi. Oggi si svolge gran parte del lavoro sulla rete e si deve stare al passo coi tempi usando metodi promozionali attuali e strategie comunicative adatte ai nostri giorni. La nostra musica è distribuita su tutte le piattaforme digitali da Believe.

In base a cosa decidi di produrre un artista e in che cosa consiste il tuo lavoro di produzione?

Genuinità ed urgenza espressiva, la scelta è sempre di pancia e basata su dinamiche personali. Considero V4V una label ibrida, fuori da determinati standard in quanto mi occupo anche di ufficio stampa, social media e management cercando di gestire le produzioni a 360°. Per questo c’è una forte selezione all’ingresso del roster in quanto una volta entrati a far parte della nostra famiglia prendo la causa molto seriamente e mi assicuro di dare sempre il massimo. Cerco di non lasciare mai nessuno indietro per quanto possibile nonostante la fatica di essere praticamente solo!

Che rapporti ci sono tra voi e le Major, se ci sono? Tendete a collaborare con altre etichette indipendenti?

Ne abbiamo fatte in passato e siamo aperti a collaborare soprattutto con realtà più grandi della nostra che possano aiutare, noi e i nostri artisti, a crescere e raggiungere obiettivi più grandi. Con le major non abbiamo avuto a che fare, ma siamo apertissimi a qualsiasi tipo di collaborazione. La nostra prossima uscita vedrà l’aspetto editoriale curato da un’etichetta di amici che ultimamente credo si sia imposta come la più grande realtà indie emergente.

Quali sono le maggiori criticità che avete incontrato?

L’andare sempre di fretta: avendo spesso tempi stretti, si entra in una routine che potrebbe stressare alla lunga. Tra registrazione e uscita di un disco ci sono tantissimi passaggi e preparazioni che da solo a volte faccio fatica a portare avanti. Però son cose che si affrontano con gioia visto che è questo quello che abbiamo scelto per noi. Spesso è difficile anche responsabilizzare le band e spiegare loro determinate scelte e direzioni, ma con trasparenza e sincerità, si riesce sempre a risolvere ogni problema. Di certo la maggiore criticità è abbattere certi muri culturali e portare le persone sotto i palchi, spingerle ad incuriosirsi e allargare il proprio radar musicale.

Cosa ti piacerebbe produrre, che ancora non hai fatto?

Non saprei dirti davvero in quanto sono riuscito a collaborare con quasi tutti coloro che stimo e apprezzo su suolo italiano. Dovessi fantasticare e sparare nomi a ruota libera te ne farei qualcuno (anche enorme) di estero come Now Now, Cloud Nothings, Crywank, Tiny Moving Parts, Nothing, Nowhere.

TO LOSE LA TRACK

Ti presenti come etichetta? Come è nata? Su che principi si fonda? Mi dai 3 parole di riferimento? Su che genere siete orientati?

To Lose La Track nasce come spirito di emulazione di alcune micro-realtà indipendenti italiane che nei primi anni 2000 proliferavano in tutta la penisola soprattutto al nord. Andando in giro per piccoli festival e concerti mi sono imbattuto nel “do it yourself”: stamparsi i dischi da soli e farli circolare per me è stata una sorta di illuminazione e mi sono detto “perché non lo faccio anche io?”. È iniziata così, più esattamente nel 2015. Le 3 parole: Fare le cose. L’importante è questo, come dicevano i Laghetto. Parlare meno e fare di più, che sia organizzare i concerti, scrivere una recensione o stampare un disco.

Cosa significa essere un’etichetta indipendente oggi? Qual è la sfida?

Io ti dico quello che rappresenta per me: una sorta di famiglia nella quale tutti cercano di fare qualcosa per portare avanti le musiche che ci piacciono. Vuoi anche perché questa è una delle prerogative della nostra label, il fatto che ci si conosca di persona tutti e con la maggior parte delle band c’è un’amicizia che dura da anni, che parte da prima della musica ed è questo quello che preferisco e che intendo io per etichetta. Che secondo me, nel 2016, è l’unica cosa che conta per una realtà che non si comporta da business. La sfida? Far quadrare i conti e andare il più lontano possibile, a testa bassa, finché se ne ha voglia e possibilità.

Qual è il vostro background e come è cambiato secondo voi il panorama musicale dagli anni ’90 ad oggi?

Il modello a cui mi ispiro è quello delle piccole grandi label degli anni ’90 in America, ad esempio Touch & Go o Polyvinyl. Che bello sfogliare i cataloghi rigorosamente su carta e poi scoprire nuovi gruppi bellissimi. Praticamente tutto quello che un tempo distribuiva in Italia Wide Records di Pisa (RIP). Nostalgia a parte, dagli anni ’90 ad oggi la fruizione della musica, dei concerti e di tutto il resto che concerne il nostro mondo è cambiato, è banale dirlo. Sere fa parlavo con un mio amico, coetaneo, organizzatore di concerti (ciao Paolo Visci) e si diceva che in generale da 10 anni a questa parte c’è meno interesse per le musiche chitarrose con l’attitudine che piace a noi. Stanno cambiando i modelli e i riferimenti per i giovani d’oggi. Speriamo nel ricambio generazionale!

Qual è il tuo rapporto con internet, i social networks e le piattaforme digitali?

Internet rappresenta sicuramente un aiuto importante per quello che facciamo, ti permette di essere sempre presente e di arrivare direttamente a chi ti ascolta: tanto che qualche anno fa abbiamo messo praticamente tutto il nostro catalogo in free download perchè era importante poter diffondere la musica il più possibile. Ora con le piattaforme di streaming la musica si è fatta anche più liquida e gli ascoltatori trovano tutto il nostro catalogo direttamente su Spotify, etc. Anni fa era impensabile, ma i tempi cambiano e se ricordo la fatica per organizzare una minima cosa, i fax mandati la notte con le playlist, le audiocassette scambiate per il tape trading, le lettere inviate per posta (e le settimane ad aspettare una risposta), credo che i giovani d’oggi siano assolutamente fortunati. Possono accedere a tutta la musica che vogliono (sia indipendente ma anche di grosse produzioni) in un istante. Forse pure troppa scelta ma è meglio così.

In base a cosa decidi di produrre un artista e in che cosa consiste il tuo lavoro di produzione?

Siamo partiti “sponsorizzando” band essenzialmente locali, amici che secondo noi avevano qualcosa da dire e con i quali ci andava di condividere un pezzo di strada musicale. Persone belle, con le quali stringere un rapporto al di là della musica. Girando per lo stivale, la cerchia di amici si è allargata ma rimaniamo sempre della stessa convinzione, che il rapporto umano vada al di là di tutto. In genere non ho tanta voglia di ascoltare i gruppi che mi scrivono le email e mi mandano gli mp3 così dal nulla, perché sono convinto che prima ci debba stare il rapporto umano con le persone, poi in caso si parla di musica. Non siamo in cerca di band, lo dico a tutti quelli che ci scrivono e che ancora aspettano una risposta da me, prima o poi lo faccio amici, ma purtroppo non riusciamo a produrre tutto quello che vorremmo e che ci piacerebbe. L’aspetto fisico, materiale della produzione del disco è importante per noi che siamo anche un po’ feticisti del supporto fisico. Mi occupo della stampa del disco perché il più delle volte il gruppo mi arriva con il master finito; in genere anche con la copertina e tutto il resto, altrimenti cerchiamo un amico grafico che se ne occupi. Metto dei soldi per la stampa del formato che scegliamo con la band (vinile e/o cd a seconda del caso), mi occupo di seguire la stampa, contattare i distributori (in Italia con Audioglobe, poi abbiamo anche distributori in Europa e in Giappone e ogni tanto riusciamo a piazzare qualche copia in Usa) e seguo poi la pubblicazione sulle piattaforme digitali. Collaboriamo con uffici stampa ma alcune cose le seguo io direttamente, dipende anche dal budget che la band ha a disposizione. Molto spesso mi occupo (aiutato da mio padre che è in pensione, grande uomo) pure di realizzare i packaging dei vinili e dei cd che stampiamo, tanto per fare un esempio.

Che rapporti ci sono tra voi e le Major, se ci sono? Tendete a collaborare con altre etichette indipendenti?

Le major? Ma esistono ancora o seguono solo i format dei talent show oggigiorno? A parte gli scherzi, non credo che questo tipo di domanda sia applicabile. Stiamo parlando di situazioni agli antipodi. Invece le coproduzioni con realtà simili alla nostra sono utili per spingere da più parti un’uscita, condividerne i costi e per sottoporla a più realtà. Oltretutto ci piace collaborare con persone che stimiamo e a cui vogliamo bene.

Quali sono le maggiori criticità che avete incontrato?

Banalmente, tutto gira intorno a far quadrare i conti e fare in modo che i proventi di un disco vadano a finanziare le spese di un altro. Tutto questo giro per poter continuare a produrre musica e gruppi bellissimi. Poi cercare sempre di coinvolgere un maggior numero di persone, ai concerti, al festival che organizziamo (come all’Italian Party, che si svolge a Luglio, a Umbertide dove è nata l’etichetta) e cercare di far crescere l’interesse sempre di più, sperando che ci siano altri che un giorno faranno quello che fai tu ora.

Cosa ti piacerebbe produrre, che ancora non hai fatto?

Ci siamo presi diverse soddisfazioni nel corso di quasi 12 anni: ad esempio fa piacere vedere che gli americani S U R V I V E (ai quali stampammo un 7″ nel 2013 dopo che li vidi suonare in un vecchio cinema abbandonato di Austin, in Texas), dopo aver realizzato la colonna sonora della serie tv Stranger Things, sono ora approdati all’etichetta Relapse. Se devo essere sincero, quello che mi piace produrre lo sto già facendo ora e le cose stanno andando avanti benone. Il vero problema è che per il 2017 ho così tante bombe per le mani che non so come faremo a farle uscire tutte!

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