Quando il tennis contamina l’elettronica| Quattro chiacchiere con Indian Wells

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A quattro anni dal primo disco, ecco la nostra intervista a Indian Wells

Lo scorso 19 giugno ha segnato il quarto anno dall’uscita di Night Drops di Indian Wells. Il disco, prodotto per la romana Bad Panda Records, mescolava eleganti atmosfere elettroniche di una certa tradizione ambient (Four Tet, Shlohmo) coi rumori di una partita di tennis. Con il successo di Night Drops, Indian Wells ha continuato a percorrere una strada che l’ha portato a registrare un secondo disco (Pause, 2015) e ad esibirsi su diversi palchi di fama internazionale, non ultimo il Sonar di Barcellona. Indian Wells è Pietro Iannuzzi, e questa è la chiacchierata che abbiamo fatto con lui.

Prima di tutto, perché il tennis?

Il Tennis per me è sempre stato un’ottima metafora di vita, oltre ad essere uno sport che ho praticato molto, specialmente da ragazzo. Per dire, in estate mi svegliavo alle 7 di mattina per allenarmi con il mio istruttore mentre i miei coetanei magari alle 7 tornavano a casa. Qualche anno dopo, all’università, invece mi ritrovavo a passare le serate a fare musica mentre i miei coetanei uscivano a fare baldoria. Se ci penso questo probabilmente è dovuto al fatto che sono sempre stato un solitario, sono cresciuto in un paesino di montagna, e questo credo mi abbia dato un forte imprinting, con i pregi e i difetti del caso. Il tennis quindi è stato un ottimo gancio per dare vita a Indian Wells. È uno sport individuale, l’esito dell’incontro dipende molto da te stesso, anche se non ti nascondo che in fondo giocare in coppia non è affatto male.

Domenica scorsa (19 giugno) sono passati quattro anni da quando è uscito il tuo primo disco, Night Drops. Ti piace ancora?

I miei dischi di solito non mi piacciono mai. Sarà perché magari ci lavori per mesi se non per anni e inevitabilmente finisci per avere un forte distacco dalle cose che crei. In più sono sempre molto autocritico, trovo difetti ovunque, il che mi causa diverse notti insonni però di contro mi spinge a cercare di fare sempre meglio. A Night Drops sono affezionato ovviamente, è stato il mio primo lavoro come Indian Wells e ricordo con piacere tutto il periodo che ha portato a quel disco. Però ora, a distanza di anni, quando lo riascolto mi faccio quasi tenerezza, in fin dei conti era un disco fatto nella mia stanzetta con mezzi di fortuna.

Domanda a bruciapelo: Sampras, Agassi o Federer?

Il più scarso dei tre, Agassi. Sampras e Federer sono tra i più forti giocatori di tutti i tempi ma ho sempre tifato Agassi, il “ribelle”. Tra l’altro il suo libro, “Open”, mi ha ispirato molto per la stesura di Night Drops.

Cosa pensi quando sei in fase creativa? Cosa c’è dietro la composizione di Night Drops (2012) e Pause (2015)?

Night Drops era un “concept album”, partiva da un’idea ben precisa, era un disco narrativo, in questo senso è stato molto più semplice poi creare delle tracce. Su Pause invece ho preferito mettere da parte il tennis e trovare una strada che non fosse per forza rinchiusa in quell’immaginario. Per me non aveva senso fare un “Night Drops vol.2”, mi sarei annoiato a morte. Poi ovviamente a volte le tracce hanno una vita propria, indipendente dai tuoi intenti. Mi capita spesso di partire da un’idea e finire completamente da un’altra parte e questo spesso mi porta a elaborare a posteriori quello che faccio.

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Come mi commenti la squalifica di due anni per la Sharapova? [Troppe donne in redazione per chiederti come mi commenti la Sharapova e basta]. (NDR: Maria Sharapova, la siberiana che nel 2005 diventò numero uno al mondo all’età di 18 anni, è risultata positiva al test anti-doping lo scorso gennaio agli Australian Open.)

Sicuramente ha sbagliato, vuoi per superficialità o per quella di qualcuno del suo staff, ma per come si sono evolute le cose la vedo meno grave di come potrebbe sembrare. Mi viene difficile da pensare che un atleta ai massimi livelli sia consapevole di assumere una sostanza dopante e possa pensare di passarla liscia. Lo stesso tribunale ha ammesso che non è stata una condotta intenzionale, essendo stato il farmaco riconosciuto come doping solo a gennaio. Poi se vuoi possiamo aprire tutto un discorso sulle sostanze che utilizzano gli atleti, legali e non, ma ne usciremmo vivi dopo una settimana almeno. Di sicuro ecco, lo sport è meno “naturale” di quello che crediamo, basti vedere il ciclismo, ci sono troppi interessi in gioco ormai.

Pause è stato prodotto da Matilde Davoli. Parlaci un po’ della vostra collaborazione, come vi siete conosciuti? Che influenza ha avuto sul disco? (NDR: Matilde Davoli è una musicista salentina in attività dai primi anni 2000. Attualmente sta portando in giro il suo ultimo “I’m Calling You from a Dream”, tra Primavera Sound e Spring Attitude. Date un’occhiata qui per il suo prossimo concerto del 29 giugno a Firenze, dove suonerà con annesso spettacolo di video mapping!)

Con Matilde ci siamo conosciuti per un mio vecchio progetto, le avevo proposto di cantare un pezzo e poi visto che lei è un ottimo ingegnere del suono le ho chiesto di darmi una mano con i mix dei miei pezzi, essendo io abbastanza ignorante in materia. In realtà non si tratta di una produzione vera e propria, di solito le porto in studio le tracce finite e lavoriamo sul suono, ma quasi mai aggiungiamo parti o altre cose. L’influenza chiaramente è quella del suo gusto che incontra il mio, oltre ad essere una persona con la quale mi confronto per cercare di far venire fuori il meglio dalle cose che faccio.

Non so se hai letto il saggio Democrazia e Commercio agli US Open (1996) di Foster Wallace. In questo, l’autore racconta di come in un torneo così prestigioso il tennis sia comunque un pretesto per vendere qualcos’altro. La musica è stata spesso in passato un pretesto per altro (vedi Elvis e i jeans). Come vedi l’industria musicale in questo momento? Quale pensi possa essere lo spazio per la tua musica?

Guarda questo libro non l’ho ancora letto (ma me lo segno), però da poco ho finito di leggere sempre di Wallace Il Tennis come esperienza religiosa dove comunque risalta il “contorno” in qualche modo. Come dicevo prima ci sono molti interessi in gioco nello sport, è evidente, la musica non mi sembra sia un’eccezione, almeno a livelli medio grandi. L’industria musicale si è evoluta per ovvi motivi, ma direi che non è cambiata nella sostanza, si continua a bruciare tutto a velocità supersonica, a spremere il possibile. Quanto al mio spazio, non ho idea di quale possa essere! Sinceramente non mi sono mai posto questa domanda, quello che mi è concesso va più che bene.

(NDR: il libro che cita Pietro contiene al suo interno il saggio Democrazia e Commercio agli US Open. Siamo sulla stessa lunghezza d’onda!)

Infine, dove possiamo sentirti prossimamente? In progetto live/nuovo disco?

Mi fermerò un paio di mesi per poi riprendere il 3 Settembre all’Home Festival di Treviso. Al nuovo disco sto lavorando già da un po’, direi che ci siamo quasi, stesso discorso per il nuovo live, in realtà già qualche pezzo nuovo lo suonerò nelle prossime date.

Così si conclude la nostra breve chiacchiera con Pietro. In attesa di sentirlo presto, vi consigliamo l’ascolto di quanto questo ragazzo di San Donato di Ninea (Cosenza) ha prodotto fino ad oggi. A parere personale, qui sotto trovate un pezzo bellissimo, che non potete perdervi.

 

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