Indiegeno Fest | Intervista a Antonio Di Martino & Fabrizio Cammarata

Quando la rude voce della tenerezza di Chavela Vargas incontra l’eleganza antica di Antonio Di Martino e la forza dell’anima di Fabrizio Cammarata.

Molti di voi forse non conosceranno questo progetto perché ormai contano e passano di più situazioni pseudotrashintellettualoidi o filopolitichepostpunk e quant’altro, ma credo che possa definirsi uno dei lavori musicali più  intensi e uno dei doni più  importanti che due grandi artisti decidano di regalare al pubblico: donare un’anima siciliana e maschile ad un’anima femminile latina che ormai non c’è più ma che ha chiaramente segnato la storia della musica del Messico, donare quindi a noi una cultura fatta di suoni colorati e arte viscerale.

Probabilmente sono spinta da un sentimento d’amore che nasce dall’incontro delle mie due anime: il profondo sud, i posti che hanno visto i miei primi sorrisi e la persistenza di quegli odori tra le piante che da un anno all’altro non si dimenticano ne’ si affievoliscono e la musica ranchera, il suono delle chitarre cariche di malinconia, rabbia ,stanchezza, senza mai dimenticarsi dell’importanza di vivere per l’amore e l’ossessione per questo.

Sto parlando di Un mondo raro, album/omaggio alla celebre cantautrice messicana Chavela Vargas, firmato Antonio Di Martino e Fabrizio Cammarata al quale seguirà nel 2017 l’uscita di un romanzo dal titolo omonimo.

Dopo averli ascoltati cantare all’unisono sotto la montagna della Madonna nera del Tindari , perduti nel nulla più totale nella riserva dei laghetti di Marinello in occasione dell’Indiegeno Fest, li abbiamo fermati per saperne di più.

Perché siete arrivati a Chavela Vargas e alla volontà di renderle omaggio?

Di Martino: La spia è stata accesa da Fabrizio, il quale suonava già da qualche anno durante i suoi live uno dei brani simbolo di Chavela, “La Llorona”. Da lì è nata la voglia da parte mia di scoprire ancora di più su questa cantante ,di approfondire quindi  la sua vita e le sue canzoni attraverso un viaggio in Messico che abbiamo intrapreso insieme. 

Cammarata: Effettivamente l’input iniziale l’ho dato io, ma dopo ci siamo mossi insieme in totale simbiosi verso la scoperta di questa grandissima artista. L’idea di creare il progetto prendendo determinate canzoni e tradurle in italiano e’ venuta proprio a lui. Il lavoro di traduzione poi non è stato faticosissimo perché abbiamo voluto rispettare i testi traducendoli quasi totalmente alla lettera e ci siamo accorti che suonava tutto molto bene e che quindi non c’era bisogno di stravolgerli in nessun modo. Oltre all’omaggio musicale e alla possibilità di registrare dei brani insieme ai Macorinos nonché i musicisti che suonavano con lei, il viaggio in Messico ci ha consentito di conoscere persone che l’hanno vissuta, conosciuta nel profondo, amata e stimata in tutte le sue sfumature, dunque ci hanno raccontato tante storie di prima mano su questa splendida persona oltre all’artista. Tra queste per esempio, tramite Giovanni Buzzurro, amico agrigentino ex bassista dei Tinturia, abbiamo conosciuto l’erede di Chavela stessa: Lila Downs (con la quale lo stesso Giovanni ora collabora) e grazie a lei a sua volta abbiamo conosciuto altre storie e persone sempre legate alla Vargas. Da lì è nata la voglia di scrivere un romanzo che uscirà il prossimo anno e parlerà sempre di questo mondo raro di cui lei era la protagonista e artefice. 

Un ricordo particolare di questo viaggio?

Di Martino: C’è stato un momento quasi biblico: Angelo Sicurella cantante degli Omosumo, era in viaggio con noi e  in quel periodo camminava con le stampelle. Ad un certo punto non sappiamo come perché e quando ma ha deciso di regalare le stampelle ad un mendicante che ne aveva bisogno e ha cominciato a camminare normalmente senza nessun problema. Sarà la stata la magia del Messico o qualche sciamano che si aggirava intorno a noi! 

Qual è il filo conduttore che vi ha portato a questa artista? In cosa vi sentite simili?

Cammarata: Chavela mi ha colpito principalmente perché mi ha aperto le porte dell’interpretazione. Quando l’ho scoperta ho capito veramente cosa significa interpretare un brano visto che nessuna delle canzoni che canta è stata scritta direttamente da lei. È stata una grande lezione per tutto quello che faccio artisticamente. Dal momento in cui l’ho conosciuta ho capito che esiste tutt’altra dimensione da esplorare e a poco a poco arrivo a scoprire nuove cose di me, come se fosse un’analisi interpretativa.
 

In questi mesi passati tra interviste e chiacchiere ho provato a capire e a chiedere quale dovrebbe essere il connotato che fa di una musicista o cantante donna una grande artista. Forse fin’ora ho avuto risposte non del tutto soddisfacenti perché ho rivolto la domanda solo al genere femminile. Quindi lo chiedo a voi due: cosa manca? Perché non c’è più quell’essenza stravolgente che viveva in artiste come Chavela appunto?

Di Martino: Mancano le donne che mettono la vera femminilità nelle canzoni . Ci sono molte cantautrici che non fanno uscire veramente l’essere donna nei brani ma più la ragazzina che portano dentro. Non trovo attualmente in Italia qualcuno che sappia veramente raccontare il mondo femminile,  cosa che invece in Sud America è molto più diffusa. L’unica donna in Italia che più si è avvicinata a questo modo di essere è stata Gabriella Ferri.
La magia della serata è stata immensa ed è proprio così che Chavela, la rude voce della tenerezza (come la definiva Almodovar) sigaro in bocca e vestiti da uomo addosso incontra, in un mondo raro parallelo , gli occhi azzurro ghiaccio di Fabrizio e l’eleganza antica di Antonio. Ed è proprio così che loro la vedono, la imparano per noi e infine ce la tramandano.

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