Indigeno Fest | Intervista a Cesare Basile

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Cesare Basile, la sua sicilianità e gli occhi e il cuore di chi ha deciso di amare consapevolmente la terra d’origine.

Cesare Basile ha un nome importante, molte storie da raccontare, una personalità misteriosa ma anche molto limpida e piena di fascino. La sua presenza e’ ormai incisiva nel mondo della musica. Lo abbiamo incontrato durante la quarta serata dell’Indiegeno Fest alle grotte di Mongiove dove si è esibito insieme ad altri tre artisti siciliani (Bondì, Alì e Turè Muschio) che si stanno formando o confermando nella scena indipendente italiana e una piacevolissima presenza romana (Tommaso di Giulio).

In che modo è presente la Sicilia nelle tue canzoni?

La mia musica è fatta di racconti e storie e la Sicilia è da sempre proprio questo quindi la sua presenza si può riconoscere nelle immagini e nelle narrazioni che inserisco ma soprattutto nella lingua che utilizzo cioè il dialetto. Nonostante in passato io abbia avuto un percorso molto diverso, ad un certo punto ho deciso di riconnettermi con la lingua di questa terra che è la terra  in cui sono nato. Per me il dialetto è un grande strumento di interpretazione e comunicazione della realtà, l’ho voluto riscoprire dato che è stato un elemento che mi appartiene fin dall’infanzia. Personalmente questa scelta mi ha dato modo di scrivere, forse perché nelle metafore tipiche del siciliano c’è una sorta di coscienza dell’archetipo che ti permette di far diventare tutto nuovo. Spesso mi sembra una questione di modalità temporale: alcuni racconti di pastori del ‘300 funzionano ancora come storie di attualità che si sentono dentro i bar, per cui sarà sempre benvenuta la disponibilità di ascoltare le lingue dei luoghi in cui siamo nati e non credo però che tutto questo determini un’appartenenza. La coscienza delle proprie radici e’ sintomo di libertà profonda; non uso la mia lingua per sottolineare la differenza con gli altri e la non accettazione di essi. 

Quest’anno il tema dell’Indiegeno e’ l’immigrazione. Nella tua carriera ti sei trasferito più di una volta lontano dalla terra d’origine. Come ti sei sentito nell’essere un’emigrante della musica e in che modo i nuovi luoghi, città e culture hanno segnato il tuo percorso artistico?

Sicuramente non mi sono sentito come l’emigrante siciliano che andava via negli anni ’20/’30. La situazione e’ ben diversa! Se c’è però una cosa che accomuna i luoghi del sud del mondo e’ il fatto che la partenza non sia mai segnata da una scelta ma da una conseguenza del disagio in cui si vive. Questo elemento è stato il comune denominatore dei miei viaggi. L’emigrazione e’ spesso un’arma a doppio taglio perché quando decidi di andare via sei consapevole di lasciare la tua terra in mano ad altri e non sempre questi la sapranno gestire al meglio. Credo che ogni volta che te ne vai da un posto lasci che qualcun altro prenda il tuo di posto. Per me nonostante tutto ciò è stato inevitabile allontanarmi così come lo è stato tornare soprattutto perché come la lingua mi ha dato spunti poetici nuovi , tornare mi ha dato un punto di osservazione nuovo. 

Secondo te è più importante, ai fini soprattutto artistici, tornare e portarsi dietro quello che si è imparato nel nuovo posto o lasciare il luogo d’origine e abbandonare tutto quello che ci ha segnati e formati fino a quel momento? Andare via per dimenticare e riempirsi di un’anima nuova?

Questo dipende dal quantitativo di dolore o violenza che ti spinge ad andare via da un determinato posto non credo esista una formula assoluta. Io ho imparato tanto girando il mondo e paradossalmente non sono tornato in Sicilia perché volevo portarmi dietro il nuovo bagaglio culturale e tutto quello che avevo imparato ma anzi sono tornato proprio per imparare nuove cose che non avevo avuto tempo di capire quando vivevo qui forse perché ero troppo giovane o perché c’era una fame e un’urgenza che mi spingevano verso quei luoghi in cui le cose che cercavo erano più presenti. Fondamentalmente la questione non è nell’andare o nel tornare ma il problema sta nella libertà di poterlo fare soprattutto quando sei costretto; il paradosso del problema migrante e’ che un po’ tutti usano questo dramma o questa “spartenza” come si diceva una volta in Sicilia, senza farne arte realmente e di fatto sia quando vogliono tutelare i diritti dei migranti sia quando li vogliono cancellare se ne fregano dei migranti in sé. Le persone non sanno cos’è l’essenza di quel viaggio. 

Credi che nelle tue parole e nella tua musica la Sicilia sia stata raccontata in maniera degna al punto da permettere a chi non la vive in maniera diretta di guardarla, conoscerla e viverla anche solo per pochi attimi nella sua interezza? Senti di essere stato suo leale “ambasciatore”?

Non lo so sinceramente! Credo innanzitutto che la Sicilia vada trattata come un posto del mondo, come tutti gli altri confini e luoghi. Non perché non meriti un senso elitario ma perché fa parte del mondo e la sua importanza e’ uguale a quella di tanti altri posti. Il problema grande è che noi in generale questo mondo lo trattiamo male quindi comunque decidi di chiamarlo alla fine il dramma si ripete sempre nello stesso modo. La verità è che stiamo tutti subendo lo scontro fra chi ha tanto e vuole a tutti i costi conservare il tanto che ha e chi non ha niente e vuole quello che gli spetta. 

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