Intervista ai Sonic Jesus

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Dall’Inghilterra a Doganella di Ninfa, passando per Roma e Grace, ultimo album uscito a Marzo per la Fuzz Club Records, quattro chiacchiere con i Sonic Jesus.

Ciao! O meglio, dovrei dirti Hi!, perché, davvero, ascoltando il tuo lavoro mi è sembrato di catapultarmi nel mondo inglese della seconda metà degli anni ‘00. Ovviamente il riferimento maggiore va a An end has a start degli Editors, soprattutto per le sezioni ritmiche di Grace. Quanto quest’album e, in generale le produzioni Indie/ Post-Punk di quegli anni hanno influenzato il tuo lavoro?

Ciao! Grace in realtà nasce da sé senza grandi punti di riferimento, almeno non espliciti sin dall’inizio, durante la scrittura dei brani. Per dire, di album come An End Has A Start ho ascoltato veramente poco. Paradossalmente le maggiori influenze musicali che sento e i miei ascolti vertono per lo più sul folk e sul garage anni ‘60. Ultimamente seguo anche moltissima elettronica! Quindi di sicuro inconsciamente alla scena post-punk qualcosa è stato rubato, ma dietro la scrittura di Grace c’è molto altro, tanta voglia di sperimentare e di provare a giocare con nuove sonorità: sostituire i synths al Farfisa, provare a lavorare di più sulla ritmica (io nasco come batterista) e sulle linee di basso, e soprattutto cercare di mettere più melodie… avere un approccio più ‘pop’, diciamo.

Domanda banale: perché Sonic Jesus? C’è qualche motivazione che ha a che vedere con quella band statunitense che durante gli anni ’90 aveva veramente pochi rivali?

No, assolutamente! Hai presente i Sonics – il gruppo garage per eccellenza – e Jesus, il brano dei Velvet Underground? Eccoti la risposta!

In molti pezzi dell’album ho percepito un contrasto emotivo che ho apprezzato molto: melodie felici si intrecciano con sonorità dark e malinconiche. Questa unione è stata voluta o no? O semplicemente si è trattato di un mio errore di percezione?

Certamente, è stato voluto. Nel disco precedente, ‘Neither Virtue Nor Anger’ c’erano tante melodie, ma restavano sepolte dentro il vortice di armonie dark e malinconiche, questa volta ho voluto giocare spruzzando colori qua e là, inserendo più luce dentro ogni brano, per quanto le mie musiche possano essere definite ‘solari’… Ma ecco, è stata una decisione precisa, i pezzi sono nati da patterns di batteria o semplicemente dall’unione di basso e voce, per questo stavolta la parte vocale è più centrale ed in risalto.
Avevo davvero bisogno di respirare aria nuova.

Questa apparente dimensione malinconica/allegra di Grace si riflette anche nelle liriche? C’è qualche argomento in particolare che viene trattato nei tuoi testi? E a cosa è dovuta la scelta di cantare in inglese?

L’inglese è una lingua ritmica, quando Sonic Jesus è partito come progetto psych/noise, era impensabile di approcciarsi con l’italiano. L’inglese ti permette di distorcere le parole, di veicolare il suono per primo… senza contare che cantando in inglese siamo stati contattati immediatamente da Fuzz Club! L’inglese, oggi più che mai, ti permette di arrivare in ogni parte del mondo e suonando generi così internazionali, non potevo fermarmi all’Italia.
Per Grace i testi sono stati curati da Marco Barzetti (Weird.), che è abituato a scrivere in inglese e da cantante è riuscito a mantenere praticamente tutte le melodie originali.

La dicotomia di cui parli si riflette anche nei testi, sia per una nostra attitudine comune, sia perché la musica lo ha ispirato in questo senso, nel mantenere cioè una sorta di ambiguità di fondo… in tutto il disco c’è questo protagonista maschile che ricerca uno stato di profonda grazia, ma non riesce a trovarlo in un essere umano, soltanto la natura riesce (a volte) a placare la sua insoddisfazione. Questo leit-motiv ritorna costantemente e direi che, senza ragionarci troppo sopra, si fonde perfettamente con quello che la musica voleva trasmettere.


Nella tua biografia leggo che in questi anni hai suonato perlopiù in Europa, ma credo che tu abbia avuto modo di confrontarti anche con artisti italiani. Cosa ne pensi della scena indipendente italiana?

Indubbiamente stiamo vivendo un momento di rinascita, l’interesse c’è e non mi riferisco solo all’indie ‘di successo’. C’è fermento anche nelle frange più sperimentali ed underground e sono contento che assieme a noi stiano crescendo ed affermandosi molte realtà italiane che stimiamo: Giobia, The Gluts, Go!Zilla e molti altri che all’estero vengono apprezzati al pari dei nostri colleghi inglesi, scandinavi o americani. Spero davvero che questa curiosità in Italia non resti tale, ma si evolva in interesse e passione, soltanto così potremmo riuscire a creare la rete e la forza (organizzativa ed economica) che c’è all’estero.
Musicalmente, non siamo di certo da meno!

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