Intervista a Persian Pelican | Danzando attraverso i sogni

Dai ricordi del tour al forte legame con il mondo onirico: Persian Pelican si racconta ad un anno di distanza da Sleeping Beauty

In una tranquilla serata di metà ottobre, ho avuto il piacere di incontrare Andrea Pulcini, in arte Persian Pelican, prima di un suo concerto al Teatro Parioli di Roma
Subito dopo il soundcheck ci siamo fermati a parlare degli ultimi mesi della sua carriera e dei concerti che lo hanno portato a viaggiare anche fuori dall’Italia, soffermandoci soprattuto sulla grande organizzazione dietro ai festival europei, sull’importanza del ruolo giocato dal pubblico e sullo stretto legame che si nasconde tra il mondo onirico e il suo ultimo disco Sleeping Beauty  (La famosa etichetta Trovarobato / Malintenti Dischi / Bomba Dischi, 2016).

Tra i vari festival a cui hai preso parte questa estate so che c’è stato anche il Primavera Pro 2017. Che tipo di esperienza è stata?

E’ stata un’esperienza prima sognata e poi esaudita. Quando ho intrapreso questo progetto ero proprio a Barcellona e il Primavera è uno dei festival di riferimento per quella città. Andare a suonare in un contesto del genere ha lasciato una traccia molto profonda, non sono riuscito solo a suonare accanto a tanti artisti che ammiro ma ho avuto modo di confrontarmi con un’organizzazione enorme ed impeccabile dal punto di vista tecnico. Mi è servito prima di tutto per testare il sound che io e la band avevamo dal vivo e poi anche per essere ascoltato da un pubblico variegato come quello del Primavera, che ogni giorno conta un’affluenza di circa 50.000 persone. L’esibizione penso sia piaciuta e quindi possiamo dire che l’esperimento sia riuscito!

Hai fatto riferimento alla grande organizzazione dietro ad una manifestazione del genere, se ti chiedessi delle differenze rispetto ai festival qui in Italia? 

Non si può generalizzare perché chiaramente dipende dal festival, però per quanto riguarda quelli a cui ho preso, devo dire che sono stati tutti organizzati in maniera perfetta e non ho avuto nessun tipo di problema. Ovviamente quei festival affermati come il Siren Festival a Vasto o il Mi Ami di Milano, hanno un tipo di efficenza maggiore rispetto a quelli che sono alla prima edizione, però nella mia piccola esperienza posso dire di aver  avuto a che fare sempre con persone molto preparate. L’unica differenza che mi ha colpito del Primavera è stata la serenità e il sorriso con il quale venivano affrontate anche le situazioni più critiche: lì dove magari c’era un momento di tensione veniva fatto passare tutto assolutamente come una cosa tranquilla e posso assicurarti di non aver  visto litigi di nessun tipo.

E per quanto riguarda il pubblico? Secondo alcuni in Italia c’è ancora poca voglia di conoscere nuovi artisti e spesso si finisce per partecipare a queste manifestazioni solo per gli headliner.

Che molti dei festival siano condizionati dagli headliner è vero, però secondo me non è una responsabilità esclusivamente del pubblico ma anche dei promoter o dei direttori artistici. Quello che un po’ dispiace se fai un’analisi molto veloce sui festival italiani che ci sono stati quest’estate ad esempio è vedere come gli headliner siano stati spesso gli stessi, c’è stato una sorta di copia e incolla diffuso e per questo dico che la preparazione del pubblico dipende molto anche da chi fa questo tipo di scelte artistiche. Se un festival ha una grande presa sul pubblico e il pubblico a sua volta si fida ciecamente di quello che gli viene proposto allora diventa una scelta quasi “politica” selezionare degli artisti che magari altrove non troverebbero spazio. Detto questo, il pubblico in Italia oggi come oggi è ben rappresentato da quella frase di Ennio Flaiano che dice “L’oppio è ormai la religione dei popoli” nel senso che ormai ci si accoda alla moda del momento e c’è sempre meno ricerca personale. Gli addetti ai lavori dovrebbero aiutare a sviluppare questo gusto di ricerca nel pubblico.

Fra un piccolo club ed un grande palco, qual è la tua dimensione ideale?

Nonostante sia sempre bellissimo suonare in palchi molto grandi, preferisco l’atmosfera più intima del piccolo club per portare in giro il mio ultimo disco Sleeping Beauty. Suonare in posti più ristretti dove c’è una vicinanza oltre che sonora anche fisica con le persone che ti ascoltano è molto più stimolante rispetto magari a suonare in un festival dove sei uno dei tanti che salgono sul palco quel giorno. Questo rapporto più diretto può incidere maggiormente nell’anima di quella persona che ti sta ascoltando secondo me. Con questo chiaramente non voglio dire che mi dispiaccia suonare in contesti più grandi anzi, spero di avere altre opportunità in futuro!

A proposito di Sleeping beauty, ho letto che i testi sono strettamente collegati al mondo dei sogni. Puoi spiegarmi esattamente questo rapporto?

Secondo alcuni studiosi il mondo onirico non funziona solo di notte ma vive anche durante il giorno solo che quando siamo presi dagli impegni quotidiani quello che sogniamo lo immaginiamo e il mondo dell’immaginazione, questo flusso parallelo che corre insieme alla nostra vita, è meno visibile perché offuscato dalle altre cose. Solo durante la notte, quando le distrazioni esterne vengono meno, possiamo avere un rapporto diretto con questo luogo. Quello che ho cercato di fare con questo disco è stato dare voce all’altro mondo, il mondo onirico. Ho provato a parlare di storie che raccontassero il rapporto tra una persona e i propri sogni. Ovviamente quando parlo di “mondo onirico” non lo intendo solo come quello dei sogni da realizzare, di quelle cose che speri un giorno possano avvenire, ma un luogo nel quale poter entrare in contatto con persone che hanno fatto parte della tua vita e che ormai non ci sono più. Degli affetti cari che hai perso in passato ma con cui puoi continuare a parlare. Attraverso il sogno si possono costituire dei legami in grado di aiutarti anche nella vita di tutti i giorni, se ad esempio riesci a risolvere un problema emotivo che avevi con qualcuno poi questa cosa si riverserà inevitabilmente anche nella realtà.

Un mondo dove poter chiudere i conti con il proprio passato per poi trovare soluzioni ai problemi della vita reale?

Sì, anche. Quanto meno che possa stimolare la soluzione dei problemi. Tutto è nato dalla lettura di un libro di Jodorowsky , “La danza della realtà” che ho cercato di  rielaborare in maniera personale nelle tracce di questo album.

Possiamo dire quindi che le canzoni di Persian Pelican hanno una componente autobiografica?

Sì certo. Magari parlo di un momento della vita anche sentimentalmente controverso oppure del rapporto tra il mio io reale e il mio io onirico, di come ha agito nella vita e di come in qualche modo avrebbe potuto agire se avesse preso una decisione differente. C’è una sorta di dicotomia, di sdoppiamento della realtà, fra il mondo reale e quello onirico.

Per certi versi questo luogo sembra rappresentare la propria coscienza

Non parlerei proprio di “coscienza” perché non c’è una componente morale, è solo un modo per aprirsi a tante possibilità. Nella vita a volte sei portato a fare delle scelte mentre invece in un sogno puoi muoverti con molta più agilità, è come se stessi danzando in piena autonomia.

Sleeping Beauty è stato pubblicato da ben 3 etichette fra cui Bomba Dischi.  Come è nata questa collaborazione?

Sì il disco è uscito con una cordata di tre etichette che oltre a Bomba Dischi vede Trovarobato di Bologna e Malintenti Dischi di Palermo. I primi due album mi hanno aiutato in qualche modo ad avere un minimo di notorietà fra gli addetti ai lavori e successivamente anche grazie a persone che collaborano con me dal punto di vista del booking siamo riusciti a contattare queste etichette a cui l’album è piaciuto molto. Secondo me è stata una decisione molto bella e collaborativa quella di pubblicarlo insieme, una volta si faceva spesso nel mondo dell’hardcore e del punk. Idealmente si è voluto avere una sorta di pubblicazione lungo tutto la penisola dato che un’etichetta è del nord, una è del centro e una è del sud. Essere usciti con un tipo di produzione diversa rispetto al passato mi ha aiutato ad entrare nelle orecchie di molte più persone e la buona accoglienza che ha avuto questo disco mi ha permesso di fare più concerti e di partecipare ad eventi sempre più grandi. C’è tutta una macchina che si mette in moto quando si pubblica un lavoro che si apprezza, aumentano i concerti e aumentano gli ascolti, anche se poi alla fine l’unico e solo banco di prova rimane l’esibizione dal vivo.

Sleeping Beauty è uscito a distanza di 4 anni dal precedente.  Dovremo attendere di nuovo molto tempo per il prossimo album di Persian Pelican?

In realtà sto già lavorando su un altro disco che non so quando vedrà luce perché è ancora in fase di scrittura anche se a buon punto. Ho in mente un po’ di cose strane che non so se realizzerò mai, tipo un doppio album e cose così. Credo che dimezzeremo sicuramente il tempo comunque! In tutto questo poi sto lavorando su un altro progetto che avrà luce fra poco ma di cui ancora non posso dire niente. Diciamo solo che sarà tutto in italiano e molto votato alla melodia e al pop.

Un nuovo progetto sempre solista?

No no questa volta insieme a Paola Mirabelli, la ragazza che suona con me in questo tour. Probabilmente uscirà prima di un mio nuovo album, però ora come ora non posso aggiungere altro!

Grazie a Persian Pelican.

 

 

 

 

 

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