Intervista ai Blindur | Non importa dove andiamo

FOTO_BLINDUR_ 7833 copia

Lo scorso martedì, ospite dell’ufficio stampa Big Time di Roma, ho avuto l’occasione di intervistare Massimo de Vita e Michelangelo Bencivenga: i Blindur per parlare anche del loro primo lavoro omonimo.

Dopo un buon caffè e qualche minuto per far riprendere fiato ai Blindur che mi avevano raggiunto direttamente da Radio Rock, abbiamo iniziato una piacevole chiacchierata a proposito del loro progetto e del loro disco di debutto.

Cercando sul web qualche informazione a proposito dei Blindur  si legge che siete entrambi originari di Napoli. Una band italiana, dunque, che però è proiettata molto di più verso il Nord Europa, basti pensare ad esempio al nome “blindur” che è la traduzione in islandese di “cieco”, oppure alle influenze folk tipicamente irlandesi e anglosassoni.
Qual è il vostro rapporto con questi Paesi?

Massimo: Il legame con l’Irlanda è quello più antico dato che risale ai tempi della band che avevamo precedentemente ed è determinato dal fatto che ci siamo avvicinati molto a quel tipico folk irlandese negli anni dopo il liceo. La prima volta che ci sono stato risale al 2007 e poco dopo Michi ha iniziato a seguirmi. Spesso siamo andati lì per suonare a qualche festival e almeno una volta l’anno vogliamo tornarci perché abbiamo stretto delle belle amicizie con molte persone del luogo. L’Islanda invece è una cosa più recente ed è nata dalla passione per i Sigur Ròs. Di quel mondo ci interessa soprattutto l’aspetto musicale come l’elettronica, il post rock e in generale tutta la sperimentazione. Io ci sono stato due volte lo scorso anno mentre Michi ancora non l’ha vista.

Ascoltando i vostri brani si nota un arrangiamento caratterizzato dalla presenza di diversi strumenti eppure la band è composta da soli due elementi che spesso si ritrovano a fare quasi da “one man band”. Storicamente è sempre stato così? Non avete mai pensato di ampliare la vostra formazione?

Michelangelo: No perché odiamo tutti

Massimo: No dai non è vero

Michelangelo:Devi sapere che il marchio “odio tutti” lo abbiamo inventato noi

Massimo: No no lo ha inventato Michelangelo, io amo tutti. Controbilanciamo. Scherzi a parte, all’inizio eravamo in quattro ma la formazione è durata solo qualche mese senza mai esibirsi dal vivo. L’idea di suonare come duo è venuta proprio in occasione della data zero perché gli altri avevano preso già un impegno e noi non volevamo assolutamente perdere quell’occasione. è stato un azzardo perché in dieci giorni abbiamo dovuto inventarci tutto da capo, creare una nuova scaletta e capire come far funzionare i brani. Nonostante questo però il live andò bene e da quel momento abbiamo deciso di continuare solo noi due. Nel tempo poi abbiamo condiviso il palco con un sacco di amici musicisti che spesso aprivano i nostri concerti e poi finivano a suonare sul palco anche i nostri pezzi. Noi siamo per noi stessi un punto fermo come line-up, però stiamo iniziando a ragionare seriamente su di un terzo elemento. Il punto è che ci piacerebbe avere una persona multitasking come noi e non uno che si limiti a suonare un singolo strumento.

L’idea c’è quindi?

Massimo: Sì, l’idea c’è. Anche perché è capitato nei palchi molto grandi di sentirci quasi su due fusi orari diversi, dato che ci mettiamo sempre agli estremi. Dobbiamo riempire gli spazi, assolutamente.

Questo self-titled è il vostro debutto ufficiale nel mercato musicale ed è arrivato dopo due anni di concerti e numerosi riconoscimenti. Ho letto che è stato registrato completamente in presa diretta, come mai questa scelta?

Michelangelo: Semplicemente perché sono brani pensati per essere suonati live prima ancora che per un qualsiasi progetto discografico. Abbiamo tentato varie volte di fare la solita produzione a tracce separate però il risultato non ci ha mai soddisfatto a pieno e quindi abbiamo deciso di provare a riprodurre quello che poteva essere uno dei nostri concerti in uno studio di registrazione. Anche durante il primo incontro che abbiamo avuto con Enrico della Tempesta, lui disse proprio che il live era molto più forte dei provini che gli avevamo mandato e che quindi dovevamo cercare di tirare fuori la stessa energia. Con un po’ di tempo e un po’ di calma per lavorare sui suoni siamo riusciti nel nostro intento e il risultato è stato esattamente quello che volevamo: un disco in grado di trasmettere tutta l’energia e la grinta che solitamente mettiamo sul palco.

FOTO_BLINDUR_7746 copia

Per tornare al discorso del Nord Europa, so che ha partecipato alla realizzazione del disco anche Birgir Birgisson, già produttore dei Sigur Ros. Che contributo ha fornito al disco?

 Massimo: Con Bigir avevamo già lavorato precedentemente per altri progetti e siamo sempre rimasti in contatto. Di tanto in tanto durante le registrazioni gli abbiamo chiesto dei consigli tecnici ma in realtà il suo intervento vero e proprio è stato sulla post-produzione, ovvero sulla parte del missaggio e del master, e su quello ci ha messo la firma. Bigir è una persona che lavora in un modo talmente personale e caratteristico che qualsiasi cosa faccia si capisce che quel lavoro appartiene al suo mondo e per noi è stato davvero molto importante lavorare con lui.

Se dovessi trovare una tematica generale del disco, direi che è lo scorrere del tempo, penso alle strofe “Non perdere tempo che di tempo ne hai poco” o “la vita tende sempre a stabilire un nuovo record di velocità”. In particolare tutto il disco, Blindur, sembra girare intorno a una sorta di ossimoro, una contrapposizione molto forte fra il passato e il futuro, tra il ricordare ciò che è stato e il prepararsi per un avvenire sempre più “imprevedibile”.  Cosa potete dirmi a proposito? Vi riconoscete in questa analisi?

 Massimo:Sì assolutamente, questa cosa del tempo è un po’ una mia fissazione. Io ho 29 anni e il tempo in questo momento della mia vita ha acquisito un valore molto importante, nel senso che cominci a ragionare e cominci a dire: “Ok, non ho più 18 anni ma non ne ho nemmeno già 40, sono giusto a metà strada… che si fa?”. Mi trovo in quella famosa fase in cui devi decidere dove devi andare e come lo devi fare e se prima potevi concederti qualche errore in più adesso inizi a fare tesoro delle esperienze passate per calibrare meglio il colpo.Dico questo non perché non contempli l’ errore anzi, io sono un fan degli errori e degli sbagli, però ovviamente sarebbe meglio non inciampare sempre nella stessa cosa. Sicuramente da una parte è fortissimo l’elemento della nostalgia, cioè delle cose che sono andate e non ritorneranno, dall’altra però, come dicevi tu, c’è assolutamente la festa del futuro. Che poi più che il futuro mi piace pensare che sia il presente, il mio presente e il mio guardare avanti. Basta guardarsi indietro, guardiamo avanti! Non sappiamo cosa succederà, non sappiamo dove stiamo andando, però andiamo. Andiamo e poi si vede. Mi piace molto pensare a questo fatto.

Oltre alla “macro-tematica” dello scorrere del tempo, ho trovato molto forte anche il tema del viaggio e l’immagine del treno che passa o che è già passato. E’  interessante notare come nelle vostre canzoni l’avvenire sia spesso rappresentato come una serie di avventure sempre nuove da affrontare. Pensate sia davvero così?  Cosa vi aspettate dal futuro ora che avete pubblicato questo album?

Massimo: In generale do un enorme valore al viaggio, ho sempre sostenuto che potrei anche non suonare più però non riuscirei mai a non viaggiare, per me è proprio la quintessenza della vita. Credo veramente nel valore della strada in termini di esperienza, nel senso che fare tanta strada vuol dire vedere tante cose, fare tante cose e incontrare tante persone e già soltanto contare i chilometri può voler dire aver vissuto tanto. In questo momento io credo che i Blindur non si  aspettino molto di più di quello che si sono aspettati fino a questo momento. Noi abbiamo sempre fatto quello che volevamo fare senza pensare troppo a cosa ne sarebbe venuto fuori, ci siamo sempre buttati nelle esperienze fin dal primo concerto. Speriamo che le cose vadano nel miglior modo possibile, che venga più gente possibile ai concerti e che il disco vada bene e possa essere accolto ancor meglio di quanto non è stato accolto fino ad ora, che è un risultato gigantesco perché non era assolutamente messo in conto che venisse fuori con Tempesta. Più che le aspettative a noi interessano i sogni e quelli non mancano mai.

Io vi ringrazio per questa intervista e ricordo a tutti la vostra data a Roma che è il 19 Febbraio a Le Mura.

Blindur: Grazie a te e a tutta la redazione di Cheap Sound!

di Lorenzo Imperi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *