Intervista ai Sick 4 Milk | Indiegestione di latte e creatività

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Il salottino è quello accogliente e colorato del Pierrot Le Fou, nel cuore del Pigneto. È lì che Jacopo, Gael, Riccardo, Andrea e Michele hanno risposto alle nostre domande, prima di suonare in versione “acoustic-presabbene”!

Sick 4 Milk: quando, come, dove e perché è nato questo progetto?

Gael: Il progetto è nato a Roma, nel 2008, da me e Jacopo. Ci siamo conosciuti in un gioco online e abbiamo scoperto di avere degli amici in comune; entrambi suonavamo e abbiamo così deciso di metter su un gruppo. Inizialmente eravamo io, lui, la mia ragazza dell’epoca ed un suo amico, Jacopo Castagna, che adesso è il cantante de Le Larve. Il “perché” ve lo dice Jacopo!

Jacopo: In realtà abbiamo passato un lungo periodo con un nome parziale, i Black out…una cosa indecente! Dopo un po’ che suonavamo abbiamo pensato di cambiare nome e, non avendo idee, ci siamo ispirati ad un metodo antidepressivo che io stesso ho sperimentato. Ero triste e sofferente per via di una ragazza e l’allora batterista, Jacopo Castagna, mi ha consigliato di fare una cosa stupida, che mi avrebbe risollevato il morale. Dovevo semplicemente prendere un bicchiere di latte, posizionarmi nudo nella vasca da bagno vuota con due calzini spaiati e bere il latte tutto d’un sorso. Ho fatto questa cosa, mi sono ritrovato a ridere come un cretino nella vasca da bagno, e mi sono sentito meglio. Ora però il guaio è che stiamo diventando tutti intolleranti al lattosio, malati per il latte (ma malati proprio!)

Su Spotify è possibile ascoltare gli ultimi lavori dei Sick 4 Milk, Pay Intention del 2014 e Food for New Songs, uscito qualche mese fa. Cos’è cambiato in questi tre anni? E cosa invece è rimasto invariato?

G: È rimasto sicuramente invariato il modo di lavorare: qualcuno -tipicamente Jacopo- arriva con un’idea in sala: i pezzi nascono chitarra e voce e poi vengono arrangiati da noi tutti, lavorando insieme e unendo le sinergie. È questo, se vuoi, il motivo per cui il primo disco si chiama Pay Intention: cerchiamo di tirar fuori una visione, un’immagine, un concetto partendo da quella che è semplicemente una linea, un’idea…lo sforzo è quello di dare, tutti insieme, un’intenzione a questa idea di partenza.

J: Ad esser cambiato in questi tre anni è, anzitutto, il sound: il primo, Pay Intention, è un album acustico ed è un live studio. Per un paio d’anni abbiamo portato in giro questo disco, presentandolo nei live con una formazione acustica; poi, però, ci siamo accorti che a mancarci era proprio l’impatto del palco, dell’elettrico, della batteria che picchia, ed abbiamo deciso di ritornare un po’ alle nostre origini con Food for New Songs. Abbiamo scelto, oltretutto, di autoprodurre questo secondo disco per poter essere liberi, per essere noi senza filtri: la nostra prima preoccupazione era che uscisse un prodotto sincero! L’album è stato per noi non solo un prodotto, e quindi un fine, ma anche un mezzo per tornare a quello che sapevamo fare, per provare a rivoluzionare e rinnovare quel sound acustico a cui, nonostante tutto, eravamo affezionati. Fare un disco è un modo stesso per riattivare la creatività: il disco è stato cibo per noi, per poter poi scrivere canzoni nuove (da qui il titolo Food for New Songs).

Riccardo: Che poi, se vuoi, un po’ di continuità con quello che avevamo fatto prima c’è: la costante ricerca  della pulizia del suono, della precisione, il fatto che ogni strumento debba stare al suo posto. E la chitarra acustica nel nuovo album è comunque presente!

Avete fatto molta gavetta e di palchi, soprattutto a Roma, ne avete visti e calcati parecchi; qualcuno di voi milita o comunque ha militato anche in altre formazioni. Ma c’è un artista o una band della scena romana cui siete particolarmente affezionati?

J: Prendo io la parola, perché sono quello un po’ più dentro la scena romana: suono ne Le Larve, faccio il chitarrista nel progetto di Jacopo Castagna, ex batterista dei Sick. Un gruppo cui sono personalmente molto legato, oltre -naturalmente- a Le Larve, è Il Branco; e se dovessi farti il nome di una band tra quelle che stanno girando adesso e con cui sarebbe carino fare cose in futuro, ti potrei citare La Scala Shepard, che sono amici e poi si sposano bene soprattutto con il folk rock che facevamo prima.

Del vostro nuovo album mi ha colpito, tra le altre, “Africa, e un passaggio in particolare: «Africa is the spring that gave bitrh to our lives». In che occasione l’avete composta? Avete un aneddoto da raccontare?

J: Ricordo che ero a casa da solo, erano le tre di notte e non riuscivo a dormire; ricordo anche che, nell’insonnia, è iniziata a girarmi in testa una melodia, quello stesso loop che poi è diventato il riff di “Africa”. Mi sono addormentato con questa idea e la mattina successiva, appena sveglio, ho preso la chitarra e ho tirato giù le linee melodiche principali. Poi ho mandato il tutto a Gael, che in quel momento era in Africa.

R: Che poi, in realtà, Jacopo mi rompeva le scatole da un annetto: voleva facessimo un pezzo storto, coi ritmi dispari. E difatti “Africa” è nata storta! Le sonorità rimandano un po’ a quelle travolgenti dei popoli africani per come lo abbiamo arrangiato, ma in realtà un 5/4 che poi ritorna su un 4/4 non è così caratteristico!

G: Come ricordava prima Jacopo, io sono stato in Africa per un periodo, ho fatto volontariato lì. Una volta tornato, il racconto della mia esperienza ha colpito i miei compagni e, dopo un confronto, abbiamo deciso di scrivere un testo blandamente impegnato…una coda di mal d’Africa.

Parliamo anche del vostro repertorio cover: quali sono i pezzi che non mancano mai in scaletta?

J: Su questo punto litighiamo spesso, perché avendo vari set (acustico, semiacustico, semielettrico ed elettrico) modifichiamo molto anche le cover che stanno all’interno. Immancabile è “Swing Low Sweet Chariot”, tipico canto gospel dei neri d’America, anche se abbiamo deciso di renderlo un pezzo super folk! L’altra cover che facciamo sempre, in elettrico, è “My game”, di un gruppo francese che si chiama Deluxe. Un brano che ci piace proporre ultimamente è “Human” dei The Killers, anche quello rivisitato in chiave folk.

Andrea: Diciamo che, in generale, pezzi di Paolo Nutini ci stanno sempre! Per non parlare, poi, della sempiterna battaglia per fare qualche pezzo in italiano: qualcosina di De Andrè, in realtà, ogni tanto la proponiamo, sempre un po’ a modo nostro.

Ho spulciato la vostra pagina Facebook e ho intravisto alcune foto in sala prove. Aria di pezzi nuovi o semplice ed ordinario allenamento in vista dei prossimi live?

J: Negli ultimi mesi ci siamo messi a far tante prove perché, per aumentare un po’ il livello di sana ignoranza rock del gruppo, a noi cinque si è aggiunto di recente Fabio Di Michele, già chitarrista degli X-Aphrodite. Abbiamo chiamato Fabio per rivedere con lui i pezzi e riarrangiato tutto quello avevamo da cinque a sei elementi. Ci voleva proprio un tocco d’ignoranza blues! Con riguardo al futuro, posso anticipare che torneremo a settembre/ottobre pieni di pezzi nuovi, che sono in cantiere e su cui stiamo iniziando a lavorare.

Grazie ragazzi, e a presto!

J: Grazie a voi di Cheap Sound, e scusate le superchiacchiere!

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