Intervista a Colombre| Tra Pulviscolo e perle di mare

Sincerità, naturalezza, coincidenze e cose matte, come direbbe Giovanni, questo fanno di Pulviscolo qualcosa di originale ed artigianale.

Se non lo avete già conosciuto durante i suoi live, Giovanni Imparato è Colombre, ed è in tour col il suo LP Pulviscolo, uscito qualche mese fa per Bravo Dischi. Se vi siete distratti e lo avete perso questo weekend al MIAMI avete un’estate ricca di date per rimediare, se invece avete già goduto delle sue performance live … non vi resta che proseguire nella lettura per conoscerlo ancora meglio!
Noi lo abbiamo incontrato qualche settimana fa e ci ha regalato questa perla di intervista in cui ci ha raccontato tanto di sé, del suo primo progetto come solo e delle perle del mare ricevute che hanno fatto di Pulviscolo un disco davvero originale e prezioso.

“Colombre”… Giovanni dai  siamo originali non partiamo dal tuo nome d’arte!

Ah bellissimo! Allora te lo dico!

Ahah ok, ma saltiamo la parte del racconto di Buzzati, del mostro marino e del povero marinaio sventurato che, dopo una vita di persecuzione e ansie, solo in punto di morte trova la verità inaspettata. Concentriamoci invece sulla dualità che permea il racconto, come lo stesso nome “Colombre”, che nasce dalla sintesi di “colore” e “ombre”. Come ti ritrovi in questa dualità?

Leggendo il racconto ho pensato che fosse perfetto per quello che stavo facendo, cioè iniziare un nuovo progetto: suonavo in una band, Chewingum, e nonostante le canzoni le scrivessi e arrangiassi io, era comunque un percorso a 3, mentre da un po’ di tempo avevo l’idea di fare qualcosa da solo, dove potessi essere io senza nessun tipo di compromesso. Questa cosa mi ha sempre attratto, però anche spaventato, perché comunque presupponeva lasciare un percorso fatto con degli amici e ovviamente mollare tutto per cominciare una cosa che non sai cos’è fa paura, però ho dovuto farla.
Ho cercato di affrontare le cose, senza la certezza di farcela davvero, così come la storia del marinaio inseguito dal mostro, che seguendo i consigli del padre è stato alla larga da certi presunti pericoli, per poi scoprire che il mostro voleva solo donargli la perla del mare, che gli avrebbe portato grande ricchezza, e non l’infelicità temuta. Lui ha deciso troppo tardi di affrontare le cose, e io non volevo fare così, avevo voglia questa cosa prendendo in mano le decisioni e affrontandole e volendo appunto guardarle in faccia e prima di tutto volevo raccontare le cose che avevo intorno. Pulviscolo è un po’ la mia perla del mare!

Pulviscolo è un lavoro percorso dalla dualità a diversi livelli. Questa caratteristica fa parte di te?

E sì! Il colore delle ombre che si mischiano alle cose fa parte della dualità, che è una cosa che mi ha sempre affascinato, come il tragicomico! Due cose che si mischiano agli apposti mi piacciono da sempre. E anche io sono così, nel senso anche questa cosa fa parte di me: è tutto mischiato, colori e ombre. Io cerco di essere molto onesto, con me stesso in primis, quindi le mie canzoni sono così perché veicolate da me stesso, semplicemente o banalmente.

Pulviscolo riflette giustamente questa dualità, è un disco molto spontaneo, autobiografico, sincero. E’ anche un disco di presa di coscienza, di sfida, tutto questo raccontato sia nella musica e sia nei testi. Come nasce?

Mi piace quella cosa duale, quando appunto si mischiano due cose apparentemente lontane. E’ divertente in una canzone musicalmente soave metterci invece un testo molto diretto, e al contrario, la canzone che potrebbe essere molto violenta magari molto rude, si accompagna col testo super leggero. Mi hanno sempre affascinato i grandi che riescono a fare questa cosa.
Per me la musica nasce da sempre dalla naturalezza di una improvvisazione o magari da un’idea melodica. Ci gioco un po’ con l’organo fino a quando non trovo una quadra che mi piace. Allo stesso modo peri testi: senti quando è il momento di dire qualcosa di buono: cerchi di aprire quel “varco lì”, ce l’hanno tutti e bisogna solamente vedere quando il portone è aperto. Cerco di mantenere la naturalezza delle cose, perchè il perfezionismo poi ti frega, diventi cervellotico e rischi di perderti nel dettaglio che senti solo tu. Sono contento perchè tutto è venuto fuori in maniera naturale, e quindi voilà.

 E’ un disco molto intimo, si percepisce che c’è assolutamente tanto di te. Anche per la realizzazione è stato così? Un disco come diresti tu di “artigianato”?

Sì, assolutamente! Io ho scritto le canzoni da solo in modo “artigianale”, curando ogni aspetto, però da solo non vai da nessuna parte, così ho chiesto nel caso specifico della registrazione a mio fratello Marco di suonare la batteria, dando un contributo incredibile per il suo modo di suonare molto speciale, con un apporto decisivo su alcune canzoni che a livello ritmico non mi avevano ancora convito e Carta, che suonava con me nei Chewingum che è anche un mio caro amico. Dal punto di vista musicale il loro contributo è stato fondamentale, perché l’abbiamo registrato senza cuffie, senza click, quasi buona la prima, proprio per cercare di ricreare quel feel lì, dell’istante. Forse questa ricerca del “momento” è legata anche al fatto che, nella band precedente, avevamo una drum machine, ed era sempre molto implacabile, e questo mi aveva un po’ stancato. Poi ci sono tutte le altre “perle del mare” portate dentro al disco da altre persone come Iosonouncane, che mi ha donato i cori in “Blatte”, Francesco Aprili ha suonato le percussioni su alcuni brani, Nicolò Pagani ha suonato il basso in “Bugiardo” e poi ho la fortuna di stare con una persona che capisce molto di questo modo, ed è inevitabile condividere anche il momento in cui scrivi le canzoni, mi riferisco ovviamente a Letizia (Maria Antonietta). Lei è stata fondamentale sotto vari aspetti, ma soprattutto in relazione alla comunicazione delle cose: questo suo essere diretta è una cosa che vivendoci per anni ti accarezza positivamente. E… son cose matte, è un bel lavoro di squadra se penso anche “all’artigianato” di Fabio Grande, Pietro Paroletti che hanno registrato il disco. Sono stati fondamentali perché quando vai in uno studio ti devi affidare, le cose che hai fatto “in casa” devi farle tradurre e sta tutto nella sensibilità loro e questa è stata un’altra bellissima situazione .
E’ stato proprio un lavoro di squadra che ha fatto sì che pezzo per pezzo venisse su questo disco di cui sono molto contento…anche pulviscolo è l’insieme di tutte quanti gli elementi che sono anche lì, se guardi controluce …

Tra le perle di Pulviscolo hai citato la partecipazione di Iosonouncane. Come è stato lavorare con lui?

Lui mi ha aiutato donandomi questi cori su “Blatte”. E’ andata anche qui in maniera del tutto naturale: ci conosciamo da un po’, abbiamo suonato insieme ed era rimasta sempre la volontà di fare qualcosa, abbiamo gusti affini per molti cose, dagli Os Mutantes a Brian Wilson… e “Blatte” è stata  l’occasione giusta. Gli è piaciuta da subito e in prima battuta l’abbiamo registrata voce guida, basso e batteria e, da lì, l’idea dei cori… non ti dico l’emozione il giorno che sono arrivati i suoi file via email, e piano piano abbiamo montato le sue tracce registrate… la canzone si allargava con questi cori, ed è stata una cosa bellissima, un grande regalo, ne sono proprio molto fiero. Gli ho lasciato completamente carta bianca è una persona con una sensibilità e capacità sonora impressionate, ed è per me un grande regalo il suo contributo al disco .

Anche il video di “Blatte” è molto particolare e torna questa dualità di cui abbiamo parlato…E carino è anche il tuo cameo. Cosa ci racconti a proposito?

Anche il video è una perla del mare e me l’ha donata Alberto Gottardo, un altro ragazzo con una grande sensibilità, che ha capito subito di cosa parlava il pezzo e ha deciso di creare tutta questa situazione con questa protagonista… Era a questa dualità che ti riferivi?

Sì esatto… mi chiedevo se la protagonista, la ragazza, lo pronuncia o riceve in qualche modo il testo di “Blatte”.

Bhe è tutto lì il gioco: non sai se lei lo sta dicendo o l’hanno detto, poi c’è la scena del telefono e non capisci cos’è in realtà…ma la cosa più bella è che anche in questo caso tutto è venuto fuori in modo matto e naurale: lei lavorava in quel ristorante, Alberto andava a mangiare in quel ristorane, allora lui l’ha vista, ha pensato che potesse essere la persona giusta, quando glie lo ha chiesto, lei il giorno stesso, si era licenziata in malo modo. E quando abbiamo registrato capisci la situazione surreale, secondo me, la tensione era vera, lei non stava recitando, secondo me … lei quelle facce quelle posture che ha, le espressioni sono vere! E non finisce quindi, anche la scena della telefonata è autentica: era il suo ragazzo che l’ha chiamata…Non so di preciso ma non se ne stavano dicendo delle belle, quindi anche questa cosa qui, matta così, quel giorno lì.

E quello è proprio il senso del racconto, se tu prendi una scelta poi la scelta ti premia, in maniera completamente inconsapevole, perché poi decide lei, non è che decidi tu.

Questa è proprio una frase da finalone! Grazie mille Giovanni!

Grazie a voi di Cheap Sound

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Gattone del Monk su sfondo Colombre 

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