Intervista a Differènce| A dirty pop duo

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 Il racconto del loro ultimo lavoro, Effecinque, il progetto del loro duo e  che cosa significa fare rock in Italia oggi. Questo e molto altro nella loro intervista per Cheap Sound

Tra chitarre acustiche e synth che definire dilaganti vorrebbe dire usare un eufemismo, si tende a dimenticare che nel panorama indipendente nazionale esiste ancora una scena “rock” che sopravvive. E se nomi come Zen Circus e Fast Animals and Slow Kids sono fra i primi a sovvenirci, non sono sicuramente gli unici degni di menzione.

Tra le realtà più interessanti su questo frangente a Roma ci sono i Differènce: Maurizio Lollobrigida (chitarra e voce) e Enrico Strina (batteria e voce) propongono in duo, dal 2011 a questa parte, un rock con fortissime influenze grunge e stoner e lo scorso 31 Marzo è uscito il loro terzo LP Effecinque, che segue l’omonimo Differènce (2011) e Agosto Divide (2014). Noi abbiamo avuto il piacere di scambiare due parole con i ragazzi, in merito a quest’ultimo lavoro ma anche al progetto Differènce in generale, e a quello che significa fare rock in Italia oggi.

Effecinque è dichiaratamente un disco concettuale, che ruota intorno alla fine di una relazione. È cambiato qualcosa rispetto ai precedenti lavori, per quel che riguarda prettamente il processo creativo della musica e dei testi?

Sicuramente dedichiamo molta più attenzione alla scrittura dei testi rispetto al passato: è stato un processo spontaneo e necessario, che avevamo già avviato con Agosto Divide e che abbiamo curato maggiormente in questo disco. Desideravamo farlo ruotare per intero, immaginario visivo compreso, intorno al tema degli aggiornamenti della vita, siano questi volontari oppure imposti dalle circostanze. Questa necessità ha coinvolto necessariamente i testi, e la “fine di una relazione” viene usata come situazione esemplificativa per richiamare quegli stati d’animo scaturiti da tutta una serie di situazioni che portano ogni essere umano ad effettuare un “refresh”: quando la vita si inchioda a volte si ha quella sensazione di volere o dover premere un tasto immaginario, che proprio come il tasto F5 del pc consenta di aggiornare le circostanze.

Affermate di produrre tutto rigorosamente in casa. Perché questa rivendicazione dell’approccio lo-fi, e che ne pensate del fatto che questo vada sempre più dilagando anche tra i vostri colleghi?

Più che dal lo-fi siamo molto presi dal concetto di “do it yourself”. In questo modo abbiamo il pieno controllo di tutti gli aspetti creativi, ma soprattutto riteniamo che se uno sente il bisogno di dire qualcosa non debba per forza cercare strutture ma eventualmente crearsele. Stare in casa ad aspettare non è una buona cosa per la comunicazione, la condivisione di idee e gli spunti di riflessione, e se il DIY è una modalità adottata sempre di più in tutti i campi artistici non può che farci piacere: evidentemente non siamo così addormentati come vogliono farci credere. L’importante è che si cerchi sempre di dare il meglio con i mezzi che si hanno a disposizione, anche a costo di non riuscirci del tutto, purché vengano mantenuti impegno e sincerità, altrimenti il rischio è che diventi una scusa per giustificare approcci approssimativi.

Altra cosa che si vede sempre più spesso in giro sono i gruppi che suonano senza basso quando ci si aspetterebbe di vederlo in line-up, sia che si tratti di un duo come voi o di band da più elementi. Nel vostro caso, a cosa è dovuta questa scelta stilistica? Non trovate ironico che quando poi questa scelta funziona è perché si riesce a non far sentire la mancanza del suddetto, a livello uditivo?

Non abbiamo nulla contro il basso, sia chiaro. Per quanto ci riguarda, abbiamo iniziato a provare senza chiederci troppo se fosse necessario un bassista, e quando ci siamo resi conto che questa formazione ci divertiva e consentiva una discreta praticità organizzativa a beneficio del processo creativo, è venuto naturale scegliere di continuare a suonare e a registrare dischi così. Il fatto che oggi molti gruppi facciano questa scelta è segno che alcuni “dogmi strutturali” sono crollati, e ci piace pensare che sia anche perché la gente stia tornando a dare meno attenzione a questi ultimi e di più alla sostanza musicale. A volte appare effettivamente paradossale come poi alcune di queste band abbiano un suono enorme, ed è affascinante scoprire gli stratagemmi usati per raggiungere lo scopo.

Con Effecinque avete consolidato un sound che è accostabile al grunge e allo stoner rock, in un panorama musicale indipendente dove le chitarre distorte trovano sempre meno spazio. Che ne pensate dell’attuale situazione musicale indipendente italiana? Quali sono, secondo voi, alcuni nomi da tenere d’occhio?

 È il nostro linguaggio e cercare altre sonorità per strizzare l’occhio a sonorità maggiormente in voga non sarebbe stato onesto e certamente questa “disonestà” sarebbe trapelata, come poi del resto a volte capita purtroppo di ascoltare. Nella scena indipendente italiana riteniamo siano molti i nomi da tenere d’occhio: senza dubbio Gazebo Penguins, Fine Before You Came, Fast Animals and Slow Kids, Cosmetic e potremmo continuare… Abbiamo inoltre apprezzato molto Motta, che tra l’altro nella sua formazione ha uno dei migliori chitarristi “rumorosi” italiani che si possano trovare, Giorgio Maria Condemi, a dimostrazione del fatto che le chitarre distorte trovano sempre spazio se usate con intelligenza e con la sincerità di cui parlavamo, anche in progetti che in qualche modo si discostano dall’uso più tradizionale che normalmente se ne fa.

Nel nome della band tra l’altro figura la parola “pop”, nel sottotitolo. Mi viene molto difficile associare la vostra musica a questo genere… È una provocazione?

La parola “pop” è un gioco, forse uno scherzo, ma sta lì per simboleggiare il nostro amore per la semplice forma-canzone: a volte ce ne usciamo sfociando in improvvisazioni strumentali, ma poi torniamo sempre alla canzone, l’impro e il noise rappresentano quindi le uscite di casa, i toni pacati di una lunga e piacevole chiacchierata o i toni forti di una litigata. La forma-canzone è il ritorno al luogo dove pensare, gioire, sentirsi a proprio agio, ma anche mettere a nudo le proprie paure e preoccupazioni cercando le soluzioni che l’intimità di un luogo sicuro e conosciuto fa arrivare più velocemente di quanto ci fanno invece credere gli schemi mentali che ci costruiamo: una canzone semplice e breve ma che con poche parole riesce a smuoverti dentro è esattamente questo.

Considerate le dichiarate influenze di artisti come i Nirvana, la menzione in alcuni testi, e la militanza del vostro batterista in un progetto come quello della Festivalband (la band di Borghetta Stile), che cosa rappresentano per voi gli anni 90?

Di sicuro non è nostalgia, sono gli anni in cui siamo cresciuti e tributarli spesso ci viene di istinto. Indubbiamente hanno avuto un’influenza immensa su di noi, non solo a livello artistico, ma anche sul piano sociale. Sono stati anni di importante e rivoluzionario fermento artisitico, talmente grosso che le nuove generazioni ne subiscono ancora oggi, più o meno inconsapevolmente, l’influenza. Enrico “milita” nella Festivalband per il piacere di suonare con bravissimi musicisti (Matteo Iacobis, Alessio Lucchesi, Claudio Gatta, Valerio Smordoni, sono nomi ormai di una certa notorietà nell’ambito indipendente della Capitale) e per esplorare quelle cose che negli anni 90 ci sono entrate dentro a volte forzatamente e che spesso abbiamo anche un po’ “schifato” perché facevamo quelli puri che sentivano solo il grunge. Alla fine chi non ha mai cantato gli 883 o i Lunapop?

Infine, la domanda di routine sul futuro. Che cosa dobbiamo aspettarci dai Differènce nei prossimi mesi?

Abbiamo intenzione di pubblicare dei video live delle nostre recenti performance, abbiamo già incominciato a scrivere nuovo materiale e stiamo lavorando a dei live set acustici: una dimensione che abbiamo esplorato ancora troppo poco. È necessario anche questo per noi, dato che abbiamo un lato busker che sentiamo il bisogno di esprimere.

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