Incontriamo i Massimo Volume

Ho deciso di scrivere questo articolo aggrappandomi alla voce di Thom Yorke. Lo so, non c’entra nulla, 

apparentemente. Ma per raccontare l’incontro con Emidio Clementi, voce/basso/poetica dei Massimo Volume non mi basterebbero tutti i vocaboli di questo mondo ingrato, sfuggente, vacuo: trovo in Thom l’alleato ideale, capace di smuovere tutti i ricordi del recentissimo incontro. Dopo averlo amato tenendone  le (in)debite distanze, decido di abbattere ogni lontananza e lo raggiungo a Livorno, in occasione del live al The Cage Theatre. 3 ore e 45 minuti di viaggio in treno, che lui mi restituisce in soli 20 minuti, con gli interessi. Ho deciso di acquistare il loro ultimo lavoro, Aspettando i barbari, dopo aver ascoltato brandelli di brani su youtube: di solito i miei acquisti vanno dal periodo anni 50/90. Gli anni zero mi restano indigesti, ma lo confesso senza pudore: questo disco è una pennellata di altissima classe, che da sola basta a risollevare il grigiore di parte della musica contemporanea, quasi mai attuale (la corsa al vintage quasi peggio della corsa all’oro). Aspettando i barbari è modernissimo, sin dalla copertina di Ray Mendoza: l’attesa travolgente del destino che ci trapassa l’anima, mentre noi chiudiamo gli occhi e corriamo incontro alla morte delle nostre anime baciando il barbaro di turno. Quel che segue è una serie di flash provocati dall’ascolto del disco durante le 3 ore e 45. Una delle migliori produzioni di questi ultimi anni: denso di rabbia, fluidità elettronica, minimalismo, misticismo venato di un romanticismo ormai perduto.

Conservate questo disco per quando calerà il freddo nei vostri cuori.

Onora i vivi. Onora Emidio Clementi e i Massimo Volume.

 

[caro Mimì, non scorderò mai il tuo abbraccio]

 

[youtube width=”700″ height=”600″]http://www.youtube.com/watch?v=Dr7h6Y00NCM[/youtube]

 

“La nausea dei vincitori. I lumi della ragione spengono le luci interiori. Dio delle zecche è uno schiaffo

sincero alle mode svilenti che ci segniamo sul calendario per tentare di stare al passo (carrabile)

dei tempi (perduti).  Fermarsi a riflettere (e non a farci riflettere dagli specchi-trappola disseminati

sul nostro cammino iniziatico) è un delitto. L’immobilismo dialettico, le barricate dietro le serrande

dei nostri occhi, gli schermi ionizzati, le scuse che ci usiamo per destabilizzare le nostre distanze involontarie. Il suono è un rombo docile che sottolinea il testo dolente di Danilo Dolci. L’intelligenza non come scambio di conoscenza ma come supremazia mentale: il ciak di una sigaretta dà il via ad un fibrillare chitarristico che eleva ad una tensione catartica prima del soffuso finale. Facile fuggire, non difficile restare. Voltare le spalle al nostro io di ieri, rimuovere le foglie morte dell’amore.

 

L’ultima cena. La vita un brodo allungato, privata d’ogni sapore, destituita dall’ambiguità del potere. Attesa che è resa, svuotamento interiore, cancro che divora le nostre intenzioni; costretti alla vicinanza, desiderosi di lontananza, divorandoci a vicenda, come tempeste ultraviolette: serriamo in fretta le imposte, serriamo gli occhi agli impostori dei nostri sonni dietetici. I sogni ci strizzano l’anima. Il vino non ubriaca, le risate non fanno ridere. I barbari siamo noi quando ignoriamo le debolezze autentiche del nostro cuore assopito.

Chesnutt eroe fragile (estetica dell’etica), più potente del destino la sua voce.

 

Nuotiamo ed affoghiamo nella nostra pozzanghera d’infanzia. Siamo fatti di acqua e di buchi – improvvisi e non sanabili – ogni giorno evadere dal nostro corpo, appropriarsi del tempo, espandersi nello spazio [aggiungere sottraendo]. Provocare la realtà, istigarla al cambiamento. La notte è un rosario di anime sole, incorniciate da solitudini affollate, ove tutte le ombre si riuniscono sotto lo stesso tetto stellato. Siamo instradati, come automi, in conflitti che non ci riguardano. Silvia Camagni e la nostalgia dell’Impero. Il nemico avanza, s’accende il balletto della morte in punta d’armi sul fiume-serpente che morde il fianco alla nostra vanità. Il primo nemico da combattere siamo noi. E il nostro stato”

 

Graziano Giacò

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