Intervista ai Fast Animals and Slow Kids | Conta il viaggio, non la meta

Approfittando della presentazione di Forse non è la felicità presso il fantastico bistrot ‘Na Cosetta, abbiamo fatto due chiacchiere con i Fast Animals and Slow Kids per scoprire tutte le curiosità dietro il loro nuovo album.

Lo scorso venerdì i Fast Animals and Slow Kids sono venuti al ‘Na Cosetta di Roma, un delizioso locale nel cuore del Pigneto, per presentare il loro ultimo disco Forse non è la felicità.

Dopo aver eseguito alcuni brani in acustico e aver scattato delle foto con i fan, la band mi ha raggiunto a tavola per cenare insieme e raccontarmi tutto ciò che c’era da sapere sul disco e sull’intenso periodo di promozione che stanno vivendo. Terminati i convenevoli e dopo aver scelto cosa mangiare, sono partito subito con qualche domanda.

Prima di concentrarmi sul disco vorrei fare un passo indietro. Vi abbiamo lasciato al termine del tour di Alaska con la dichiarazione di voler prendere una pausa. A distanza di un anno siete tornati con questo Forse non è la felicità. Cosa è successo in questo lasso di tempo? Quando avete capito che era arrivato il momento di tornare a scrivere nuovi pezzi?

Aimone: In realtà non ci siamo mai veramente divisi, nel senso che a distanza di un mese dall’ultimo concerto eravamo di nuovo in sala prove. A noi suonare piace, ci diverte, e questo è l’unico vero motivo per il quale ci siamo ritrovati tutti e quattro insieme così presto. L’idea iniziale era davvero quella di fermarci e di non ripartire fino a quando non saremmo stati convinti di qualcosa, ma dato che Alessandro è una delle persone più prolifiche della storia ci siamo ritrovati presto con nuovi riff di chitarra e del nuovo materiale su cui poter lavorare. Siamo tornati in sala prove in maniera molto naturale, semplicemente curiosi di capire cosa sarebbe venuto fuori e senza pensare di scrivere un nuovo disco. Solo nel momento in cui ci siamo resi conto di avere circa undici o dodici brani convincenti abbiamo deciso di tornare a registrare qualcosa e abbiamo avvisato la Woodworm che saremmo rientrati in studio quanto prima. Non l’hanno presa molto bene all’inizio perché neanche loro si aspettavano un nuovo album così presto, però in quest’epoca in cui tutto sembra essere sempre più votato all’immagine o ad avere una pagina popolare su facebook, noi abbiamo voluto premiare la nostra voglia di suonare insieme e la spontaneità con cui sono nate queste nuove canzoni, che poi è l’unica cosa che conta.

Alaska era un album che si avvicinava molto all’idea di concept, dove ogni canzone era legata all’altra per formare un unico grande quadro. Le canzoni di Forse non è la felicità sono legate in questo senso?

Aimone: No, le canzoni sono molto meno unite l’una all’altra. Ma il punto è questo: Alaska si è sviluppato in un periodo emotivamente e temporalmente parlando molto ristretto, in un paio di mesi circa, dove quindi c’era una visione generale, una specie di “sottofondo” che unificava ogni singolo pezzo. Al contrario, questo disco si è sviluppato in un periodo di tempo molto più ampio, in un anno per l’esattezza, e se nello stesso giorno puoi vivere molte emozioni differenti pensa quante se ne possono vivere in un anno intero. È proprio per questo che ogni pezzo può risultare poco legato all’altro. Noi generalmente sviluppiamo ogni canzone in maniera molto fisiologica e se quello che è il “mood” del momento ci convince quella canzone la portiamo avanti su quella linea. In questo disco invece alcune canzoni sono state scritte in un determinato momento, poi sono state messe da parte e infine sono state riprese più avanti, cosa del tutto nuova per chi come noi è sempre stato abituato a iniziare e concludere ogni pezzo.

Alessandro: È per questo che in alcuni pezzi ci sono dei cambi d’umore molto forti, delle parti quasi completamente slegate.

Aimone: Sì, questa eterogeneità deriva proprio da un netto distacco temporale. E da un forte bipolarismo psicologico.

Dal punto di vista degli arrangiamenti ci sono alcune differenze rispetto ai vostri lavori precedenti come l’utilizzo del pianoforte, ritmi a volte meno frenetici e in generale un’aggressività diversa, quasi più “mirata” e controllata.  Come potrebbe dire qualcuno, vi è una certa maturità nella cura delle dinamiche e dei dettagli. Come siete arrivati a questo risultato? È stato un processo naturale?

Alessandro: Di base il concetto è sempre lo stesso, siamo sempre noi quattro che facciamo le canzoni e che ascoltiamo più o meno le stesse cose, non abbiamo aggiunto roba tanto diversa da quello che ci si poteva aspettare, siamo rimasti un gruppo che punta molto sul concetto di basso, chitarra e batteria. Allo stesso tempo in questo disco abbiamo deciso di provare a sviluppare i pezzi in maniera differente, quindi se originariamente c’erano dei pezzi che partivano veloci, abbiamo provato a rallentarli e ad aumentarne l’intensità solo in alcuni punti. Forse è più sotto questo punto di vista che c’è stato un ragionamento diverso.

Aimone: Spesso all’inizio pensavamo che la rabbia si traducesse in musica per forza con urla o con un’alta velocità nei pezzi, in realtà la rabbia e tutto quello che hai dentro può essere espresso in maniera forte e potente anche se vai più lento e ragioni di più in termini di suono. In questo disco, per esempio, abbiamo perso tanto tempo sul suono della chitarra distorta e ci siamo concentrati per trasmettere questa “forza emotiva”. Abbiamo ragionato in termini mentali: mentre prima era solo istinto, questa volta c’era anche la possibilità di poter capire come gestire il tempo.

Dunque è giusto parlare di più “razionalità”?

Aimone: Assolutamente, sotto ogni punto di vista. Mai come questa volta ogni singolo pezzo è stato il frutto di un’analisi che abbiamo fatto anche in maniera quasi pazza.

Alessandro: Secondo me il risultato sembra anche meno pensato rispetto agli altri, cioè mi sembra un disco più naturale rispetto ai precedenti, però al contempo mi rendo conto che invece dietro c’è molto più ragionamento.

E per quanto riguarda le tematiche? Di cosa parla Forse non è la felicità?  Sento molto forte l’elemento del tempo e della malinconia, è così?

Aimone: Vorrei dire di no ma purtroppo è così. Una tematica generale del disco è la presa di coscienza del tempo che avanza e della piccolezza umana e quindi, contestualmente a questo, della condizione di instabilità umana. Di fronte a questi due aspetti ci si ragiona non più in termini di disperazione, come magari era successo precedentemente, ma proprio come presa di coscienza: è una presa di posizione che non è triste, magari non è neanche felice, ma semplicemente esiste.  È il concetto dell’aver ben presente che il tempo passa e che alcune cose seppur non si potranno più rivivere comunque rimarranno nella propria mente.

Alessandro: Forse è qui che entra l’elemento della natura, alla fine è un disco anche molto naturalistico nelle descrizioni e nei confronti del tempo.

Aimone: Certo, anche perché stiamo parlando di un album che si è sviluppato in un periodo che va dall’estate all’inverno: ha visto il tempo che passa, le querce che appassiscono, i colori che cambiano. E poi non lo so, magari è una cosa un po’ personale, però il concetto della natura imponente a me ha sempre dato un forte senso di caducità umana ed è anche per questo poi che nell’album c’è un parallelismo continuo con la natura, perché è quella cosa che ci fa comprendere lo scorrere del tempo.

Nonostante gli evidenti elementi di differenza, questo album mi sembra strettamente legato ai due precedenti. In particolare ritengo che la title-track “Forse non è la felicità” risponda ad una domanda che vi siete posti quattro anni fa con “A cosa ci serve”, il primo brano di Hybris: a cosa serve impegnarsi così tanto se poi è sempre difficile arrivare al successo, arrivare alla meta? Ecco, è come se in questo disco i Fast Animals and Slow Kids avessero compreso che forse non è il successo la loro meta, forse non è quello che porta alla felicità bensì il viaggio che si compie per raggiungerlo. È così?

Aimone: Ma infatti è proprio là il concetto, è proprio là. Il punto non è dove arriva la tua band ma cosa sta facendo, è il percorso che tu stai avendo. Mi spiego meglio: ci sta capitando di vivere in uno strano limbo, un limbo per il quale il giorno prima sei all’Alcatraz con 2.800 persone che cantano le tue canzoni e il giorno dopo ti si allaga la sala prove che si riempie di fango e tu sei lì, nel mezzo. Qual è il fatto? Cosa è cambiato? Niente! Non è il risultato dell’Alcatraz a darti la felicità, non è quello, la felicità sono entrambe le cose.

Alessandro: Anche il modo in cui siamo arrivati all’Alcatraz è importante, nel senso che arrivare a fare un concerto del genere per noi che siamo partiti suonando in sala prove da quando eravamo ragazzini dopo averne passate di mille colori secondo me è un’altra cosa rispetto ad arrivarci subito senza aver dato un valore al percorso.

Aimone: Sì è il percorso. Quelle due, tre sciocchezze che tu percepisci di volta in volta. Siamo molto legati a questa idea, perché la musica non è fatta dal videoclip bello, dall’immagine bella o delle pacche sulle spalle, la musica è fatta di un furgone, di chilometri, di sudore e di sensazioni che tu hai ogni volta che prendi la tua chitarra o le tue bacchette in mano. Questa grande “scalata” non serve a niente.

Alessandro: Io ho sempre visto “Forse non è la felicità” un po’ come un “A cosa ci serve” che si approccia ai trent’anni. L’ho sempre vista così, dalla prima volta che l’abbiamo suonata.

Grazie mille ragazzi e buona fortuna per la promozione del disco.

Grazie a te e a tutta la redazione di Cheap Sound per questa intervista!

Scorrete la gallery per le immagini dello showcase!

Foto di Gian Marco Volponi

 

 

 

 

 

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