Intervista ⁄handlogic @MiAmi Festival

Calore neo-soul delle linee vocali agganciato ad un struttura sonora molto sfaccettata, che sintetizza influenze diverse e che si schiude in una grande semplicità emozionale. Questi sono gli  ⁄handlogic. Per chi non li conoscesse, ecco un vuoto da colmare tra le produzioni indipendenti italiane.

A metà check, attraversati dal sole delle “sei del pomeriggio al MI AMI Festival” -è diverso dagli altri “soli”- abbiamo raggiunto il palco Dr. Martens, ci siamo abbandonati per un po’ alla rosea sensazione di benessere che ci stava restituendo e alla fine abbiamo fatto una chiacchiera con due degli  ⁄handlogic: Lorenzo Pellegrini e Leonard Blanche -poco più che ventenni- che insieme a Vieri Cervelli Montel sono il cuore del gruppo. Al trio si è aggiunta una sezione ritmica spaziale composta dai fratelli Alessandro e Daniele Cianferoni e la band, dopo aver vinto il Rock Contest 2016 di Controradio e aver tirato fuori un omonimo debut EP notevole, sta raccogliendo successi e consensi sempre maggiori. Oggi sul palco del MI AMI ci insegnano come si fa ad essere tosti e catturare il pubblico “solo” grazie al proprio sound, senza bisogno di urlare, stonare che fa figo, fare i bad boys cazzeggiatori del caso o auto eleggersi idoli e cantori delle nuove generazioni. A volte, strano a dirsi, la chiave può ancora essere uno stile personale che in questo caso passa attraverso la ricerca di suoni interessanti e descrittivi, la creazione di atmosfere profonde e un’estetica minimalista che si apre a momenti di carica sonora pieni di ispirazione. Degni nipoti dei Radiohead e meritevoli figli di James Blake, gli  ⁄handlogic non hanno fatto ancora molte date dal vivo ma suonano alla grande, non sono una band da “ritornello forte” ma non credo lo vogliano e oggi ci raccontano del MI AMI e di come ci sono arrivati.

Fino a sei mesi fa non eravate mai usciti dalla sala prove e ora siete al MI AMI che è uno dei festival, se non il festival, più importante dell’indie italiano…

Lorenzo: «Si, il nostro primo live in assoluto è stato quello delle selezioni per il Rock Contest di Controradio, poi c’è stata la semifinale e al terzo concerto della vita -la finale- avevamo davanti Alberto Ferrari dei Verdena, Iosonouncane, Giulio Ragno Favero del Teatro degli Orrori e altri a “giudicarci”. E’ stato abbastanza forte. Tra l’altro non erano nemmeno live veri e propri, dal momento che ogni gruppo aveva solo venti minuti per esibirsi. Abbiamo fatto delle date in giro ma questa per noi è la primissima grande prova live e il fatto che sia qui, su questo palco che è forse il più importante d’Italia, ci fa parecchio strano. Quando abbiamo saputo che avremmo suonato al MI AMI siamo letteralmente impazziti!»

Raccontateci di Pippola Music.  Come si sono evolute le cose con loro, avete firmato?

Leonard: «No, per il momento siamo liberi da contratti con etichette. E’ arrivata questa proposta da Pippola Music ma era appena cominciata ogni cosa per noi e abbiamo voluto andarci con calma, anche perché loro erano interessati soprattutto al disco, che è senz’altro tra i nostri obiettivi ma che vogliamo abbia i suoi tempi. Sicuramente è stata un’ottima proposta ed un buon riscontro per il nostro lavoro ma fino a sei mesi fa eravamo ancora in sala prove e in pochissimo tempo sono cambiate tante cose, quindi vogliamo andarci piano e non per sfiducia ma per prenderci un attimo di tempo, vedere cosa succede, vedere dove ci porta il fato».

Il vostro electro-soul è sicuramente affine ad un mondo musicale piuttosto radicato all’estero ma ancora poco diffuso in Italia. Avete mai pensato di fare tutto ciò che fate ma cantando in italiano?

Lorenzo: «Non sei la prima a chiedercelo ed è una cosa a cui in effetti stiamo pensando. Giulio Ragno Favero ad esempio ci ha detto “La vostra musica è davvero interessante, se la faceste in italiano sarebbe molto originale perché è difficile trovare uno stile come il vostro cantato nella nostra lingua”. In realtà però ammetto che è più una mia difficoltà -lui è autore dei pezzi, testi compresi- dovuta al fatto che sono cresciuto col cantato in inglese e la musica italiana non è molto affine al mio sentire, nonostante ci siano degli artisti che mi stanno piacendo molto e che mi stanno facendo riscoprire la bellezza del cantato nella nostra lingua, proprio come Iosonouncane o Motta. Confesso che ci ho anche provato qualche volta ma è una cosa che mi porta fuori dalla comfort zone, non  mi viene naturale e mi sembra un po’ forzata per ora. Però non so, non si può mai sapere…»

Carlo Pastore ha definito il vostro EP pazzesco, vi ha apprezzati sin dall’inizio e vi ha voluti su questo palco…

«Gli siamo molto grati. Lui prima ancora del Rock Contest, prima di tutto, quando l’ufficio stampa aveva mandato un po’ di cose in giro, ci ha subito contattati perché gli eravamo piaciuti. Poi ci ha passati in radio e ci ha anche invitati a Babylon (il suo programma su Radio 2, ndr). E’ stata un’esperienza molto interessante: lui è un grande professionista e una persona stimolante; in quell’occasione ci ha un po’ coccolati e ci ha fatto sembrare quasi simpatici -Leonard ride- e meno timidi del solito.»

Ecco, appunto: parliamo di questa storia che gli  ⁄handlogic sarebbero troppo precisi, troppo accademici, i primi della classe, quelli che non si sono mai drogati. E’ verissimo, vi da fastidio, è una cazzata, non ve ne frega niente?!

«In realtà un po’ ce ne frega. Ma io ce l’ho una teoria su questa cosa -dice Lorenzo- e il fatto è che queste etichette ci sono state cucite addosso in un momento in cui effettivamente eravamo ancora molto acerbi: erano le prime volte che suonavamo ed eravamo molto concentrati sui pezzi, quasi paralizzati dalla paura di suonare sul palco. E poi dato che la nostra musica non è così immediata e non è proprio “chitarre sparate in faccia” viene da pensare che anche noi siamo un po’ ingessati e poco diretti, ma in realtà basta che ci parli e conosci due minuti e capisci subito che siamo dei cazzoni totali.»

Confermo! E quindi mai assunto nessun tipo di droga…

«Ehm…» Leonard si schiarisce la voce…Ridacchia: «Possiamo parlare diffusamente anche di quello se vuoi».

Cosa farete ora, prossimi obiettivi?

«Fino a settembre saremo in giro a suonare. Abbiamo già qualche data al Sud: c’è ancora qualcosa da confermare ma probabilmente toccheremo Campania, Calabria, Sicilia, Puglia, Sardegna. Stasera, come abbiamo fatto in qualche altra data, suoneremo anche qualcosa di nuovo che stiamo testando dal vivo per vedere come suona, se funziona e magari poi lavorarci in sala prove nell’ottica di un disco. L’orizzonte è di un anno ma potrebbero volerci otto mesi così come due anni. L’idea però, come dicevamo, è quella. Al momento comunque l’aspetto più importante rimane il live: non possiamo svelare niente ma c’è anche qualche apertura importante nell’aria.»

Siete pronti? Ve la state facendo addosso?

«Un pochino -ridono- e poi si sente talmente bene su questo palco che siamo fregati! Però siamo gasatissimi! Siamo saliti per il check e appena abbiamo attaccato si sentivano dei bassi che non abbiamo mai sentito prima, che ti arrivano proprio nello stomaco. Siamo supercarichi!»

Lasciano le fresche panche ombrose del Magnolia per andare a prepararsi. Li ringrazio, ci salutiamo. Durante il live i bassi profondi li abbiamo sentiti e nella morbidezza del suono hanno colpito il nostro corpo con scosse raffinate.

A cura di Maria Grazia Marsico

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