CheapSound incontra Lo Stato Sociale

Ore 19.00. Un freddo glaciale fuori stagione lambisce il BlackOutRockClub, che si appresta ad accogliere il concerto de Lo Stato Sociale. CheapSound, nonostante le condizioni metereologiche, c’è e riesce a strappare quattro chiacchiere ai nostri artisti bolognesi dopo il soundcheck, interrotti ogni tanto da qualche chicco d’uva volante e dall’arrivo delle cibarie durante lo spuntino pre-esibizione.

 

Dopo il vostro mirabolante tour in giro per l’Italia, che cosa si prospetta all’orizzonte?  E anche se ho letto in un’intervista che prima del 2014 non ci sarà nessun nuovo album, c’è già qualcosa in cantiere?

Ognuno di noi in realtà dichiara una data diversa per l’uscita del nuovo album. Sostanzialmente abbiamo iniziato a lavorare da poco, quindi ancora non abbiamo nessuna idea di cosa potrebbe venirne fuori. Da febbraio abbiamo poi un tour nei teatri, mentre a gennaio facciamo una gita all’estero, Parigi e Bruxelles.
Prima esperienza all’estero, se non contiamo San Marino.

 

Io direi che dovreste puntare al Vaticano. 

Ma, guarda, abbiamo un progetto  insieme a vari altri di suonare lì. È da un anno che cerchiamo una strada, ma incontriamo resistenza dall’altro lato del muro.

 

Credo che il vostro stile non sia abbastanza ortodosso per il mondo della chiesa.
Parlando appunto della vostra musica, viste le tematiche trattate nei vostri testi, non avete mai paura di cadere voi stessi nel medesimo cliché che biasimate? E qual è, secondo voi, la linea di demarcazione tra una critica genuina e autentica e la solita lagna su tutto ciò che non va in Italia, sulla società d’oggi, i giovani d’oggi, la musica d’oggi e chi più ne ha più ne metta?

Bhè, la prima distinzione è che, sicuramente, se si fa critica, si presuppone che uno abbia una propria idea. La lagna è lagna e basta, è fine a se stessa. Non so spiegare precisamente cosa distingua i nostri testi di critica da quelli peggiori di noi e quelli migliori di noi. Potremmo dire che le nostre canzoni, più che esprimere un giudizio sulla nostra società, ne sono una confessione. Una confessione a cuore aperto e a mutande calate che riesce, a volte, in poche semplici parole, a creare negli altri, nel pubblico che ci ascolta, un momento di empatia e in questo senso possiamo dire che è una critica genuina. Certamente noi non abbiamo l’ambizione di voler spiegare come dovrebbero funzionare le cose nel mondo. Ma già cercare il confronto con l’altro, l’uomo contro uomo, dà un punto di partenza per poter cominciare a capire cosa c’è che non va e come poterlo risolvere.


E che rapporto avete invece, voi stessi, con la critica?

Direi abbastanza buono. Non siamo poi così permalosi, anche se spesso ci scontriamo con critiche molto polarizzate, che vanno da chi trova ispirazione nella semplicità dei nostri testi a chi invece vi riscontra solo banalità. Poi, è normale che se si cerca di dire, di comunicare, qualcosa in un pezzo si prende una posizione, quindi non si può stare nel mezzo. Sarebbe troppo semplice e, in realtà, quasi impossibile.

 

Come nasce quindi una canzone del Lo Stato Sociale?

Diciamo che è seriamente un incontro di teste. Noi, essendo tutti molto amici, vorremmo essere sempre al bar a sparare stronzate, ma così finiremo per non far mai musica. Quindi per ovviare a ciò, ci scriviamo delle mail. Anzi devo dire che la lontananza l’uno dall’altro ci aiuta a comporre. Per alcuni di noi invece, giova l’insonnia, oppure l’essere oberato da tante altre cose. È strano, ma più siamo liberi e più non facciamo niente. Sotto costrizione, invece, riusciamo a trovarci.


– dopo una breve dissertazione sulle abitudini alimentari dei membri della band, distratti dall’arrivo delle cibarie, riusciamo a far concentrare i ragazzi per un’ultima domanda per poi lasciarli al rifocillamento pre-concerto

 

Non possiamo intervistare Lo Stato Sociale senza fare un minimo accenno alla politica…
Non vogliamo sapere chi avete votato alle primarie, anche se, siamo aperti alle vostre dichiarazioni. Più che altro vorremmo sapere se per voi c’è qualcosa che si salva in Italia. Qualcosa che c’è e rimane, nonostante tutto?

Noi salveremmo la Minetti. Anzi, opera di salvataggio per tutte le donne come lei, perché non è giusto toglierle dalla strada e farle finire in Parlamento, dove poi, poverelle, non sanno cosa fare!
Prendendola più seriamente, noi salveremo i centri sociali, i movimenti studenteschi, ogni tanto il sindacato, molte Arci che promuovono la cultura in luoghi piccoli e fuori dalle grandi città. Perché la promozione della cultura nei piccoli centri fa cose meravigliose che purtroppo non si riescono a vedere nei grandi partiti nazionali. Ma se parliamo della politica italiana nello specifico, per noi non si salva assolutamente nulla. Hanno smantellato qualsiasi forma di tutela, di assistenza, di libera istruzione. Culturalmente hanno distrutto tutta l’impalcatura su cui la nostra generazione dovrebbe costruirsi un futuro (ci dicono con faccia alquanto seria).

 

E, con quest’ultima laconica frase, i ragazzi ci lasciano, salutando CheapSound per tuffarsi sul tavolo del buffet.

 

L.L.

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