Il mio viaggio all’inferno | Intervista a L’Officina della Camomilla

l'officina della camomilla

Palazzina Liberty” e intervista a Francesco De Leo de L’Officina della Camomilla

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.

(Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto I)

 

Questa non è un’intervista come tutte le altre.

Non ci saranno le solite domande/risposte, non ci sarà un’analisi razionale dell’album.

Non si parlerà del tour, del disco e di tutta la parte commerciale della musica.

Anche volendo, con Francesco De Leo de L’Officina della Camomilla non sarebbe stato possibile fare niente di tutto ciò.

Ci incontriamo Giovedì 14 Aprile, alle 14, in un hotel sulla Camilluccia, a Roma.

Sapevo che Francesco sarebbe stata una persona particolare, una persona con la quale parlare sarebbe potuto risultare difficile quasi quanto comprendere a pieno le sue canzoni.

Anche lui, come queste, è criptico, perso, distante.

Ci sediamo fuori perché lui vuole fumare per scaricare la tensione. Parlare del suo nuovo album, Palazzina Liberty, è un po’ come descrivere in modo scandito i suoi mostri, i suoi vuoti, i suoi coltelli.

Palazzina Liberty è un posto così tanto spaventoso che ascoltandolo mi sembra di essere di fronte all’entrata di un bosco, in una notte umida. Quando inizio a preparare quest’intervista provo a catapultarmi in quel mondo e fingo a me stessa di trovarmici davvero, guidata dalle canzoni de L’Officina della Camomilla.

Spiego a Francesco che non voglio fargli le solite domande perché a lui, effettivamente, non possono essere fatte. Ci si può provare ma comunque ad un certo punto ci si ritrova in un mondo sospeso e allucinatorio che ti distacca completamente dalla realtà.

Francesco De Leo è una personalità ai margini. Una persona che fa i conti con la continua ricerca di un posto dove poter stare, in un mondo che gli ha cambiato continuamente le coordinate. La Palazzina è un “museo della memoria” in mezzo alla città fatto di “istantanee, scatti, squarci”, tunnel, uscite, isole, treni, persone, droghe e strumenti. La Palazzina è lo stomaco di Francesco che si stringe e si allarga dandosi al mondo nell’unico modo che conosce: la musica.

Entro con Francesco in questo bosco e inizio a incontrare le sue canzoni.

C’è da premettere che ho ascoltato l’album in ordine sparso e ho analizzato i pezzi senza un reale filo conduttore se non quello che ho immaginato. Soltanto alla fine mi sono resa conto che l’album è strutturato con un ordine ben preciso al quale Francesco tiene molto.

Questo, però, è il mio viaggio e io non posso che seguire la mia cartina “sensazionale”.

Vi racconterò, quindi, ciò che ho visto nella “Selva oscura” ascoltando in riproduzione casuale Palazzina Liberty de L’officina della camomilla e chiacchierando con Francesco De Leo.

A trascinarmi dentro il bosco è “Intro Omny”, un pezzo dalle sonorità oniriche, spaventosamente oniriche. Mi sento già in un altro posto e so che di lì a breve mi perderò. Cammino su sassi, catene, conchiglie e binari del treno e improvvisamente vedo alla mia sinistra la grande Palazzina Liberty. Non devo fare troppe domande a Francesco per capire che quella è la sua oasi di pace in mezzo al delirio. Quello che capisco dal suo racconto però è che la pace per lui non ha il significato che noi tutti gli attribuiamo, anzi probabilmente è una parola che non gli si addice proprio. La Palazzina è il posto dove lui va per poter chiudere la porta e lasciar fuori tutto ma sa che gran parte di quel tutto è proprio dentro quel luogo. Dai propri mostri non si può scappare mai totalmente e allora non resta che portarseli dietro e addestrarli. Francesco, lì dentro, tenta di stare in equilibrio sul filo attaccato male della società contemporanea. Nel frattempo, dai megafoni attacati agli alberi di questo bosco assurdo passa “Mio Fior Pericoloso” e io chiedo a Francesco cosa vuole ricordarmi questa canzone. Questo, prova a spiegarmi lui (prova, perché è palese la difficoltà di dire con le parole degli uomini quello che sta dentro la testa di chi qui, in questo posto, ha difficoltà a starci), è quasi un canto onirico, un passaggio segreto che porta alla sua terra. Il “fiore” vuole ricordarmi di resistere alla metropoli e lo fa portandomi in quel “bosco che cade nel mare” che è l’amata (e odiata) Liguria di Francesco.

Vivere in un posto bagnato dal mare crea una condizione mentale che difficilmente puoi scrollarti di dosso. Il mare, infatti, è un elemento presente quasi in modo ossessivo nei pezzi de L’officina della camomilla. Francesco ricorda la sua Chiavari immersa nell’acqua. Ricorda il coprifuoco notturno, presto, dopo il quale la città diventa fantasma. Lì, in quel luogo fuori dal tempo, “il silenzio fa più casino del rumore”. Un posto insopportabile, difficile da accettare, nel quale, però, senti la necessità di tornare. “Il mare te lo porti dietro” dice malinconico il cantante.

A questo punto non posso che imbattermi in “Noise Sull’Oceano” che per Francesco rappresenta un momento preciso della sua vita: il momento in cui è “scomparso” a Torino tra gli allucinogeni e la musica. Lo so, la droga è un elemento che fa molto “anima maledetta” e a questo punto molti di voi staranno dicendo “bhe, mi sembra palese che il cantante si droghi per scrivere pezzi del genere”. Francesco non si nasconde, anzi. Sa che molti dei suoi pezzi sono nati in “quei momenti” ma non gli interessa molto, ne dei giudizi ne tanto meno delle etichette. Se ne frega e ci parla di “Penelope” , allegoria, appunto, dell’ LSD. Nell’inferno della selva, nel labirinto della Palazzina Liberty, Penelope/Virgilio ci accompagna negli angoli oscuri dell’anima di Francesco.

A questo punto del viaggio trovo un locale. Entro e incontro sagome prive di espressione che ballano al suono di “Soutine Twist”. Il pittore russo è per Francesco un punto di riferimento nei cui quadri rivede i suoi ricordi distorti, una realtà malinconica in cui il cantante sa di vivere.

Per il frontman de L’officina della camomilla, oltre a Soutine, ci sono altri pilastri fondamentali. Per la musica primo fra tutti Pietro Ciampi. Poi ci sono Ivano Fossati, Claudio Lolli, Fausto Rossi e Fausto Romitelli. Nella poesia trova conforto in Dino Campana, Alda Merini e Sylvia Path.

La tradizione italiana è il pentolone dal quale pesca la maggior parte dei suoi spunti e ci tiene a sottolineare il suo attaccamento alla nostra lingua, la sola che può realmente spiegare quello che c’è dentro e al di fuori delle mode (l’inglese e il pop).

Nel locale in cui mi trovo c’è una sala con una luce ad intermittenza, e nelle casse suona in modo ossessivo “Triangolo Industrial”. Con questa canzone Francesco vuole riprodurre il rumore assordante di un paesaggio violentato, cambiato, caotico. Il malessere di un uomo che guarda dal finestrino la sua terra e a stento la riconosce. Stessa cosa per “Macchina Metallica” e “Ex-Darsena”. “Ti modificano l’identità della città” e tu hai bisogno di evadere, di ritrovare quei luoghi antichi in cui il silenzio faceva da padrone. Ritorna la terra, ritorna “La Signora Del Mare” una canzone quasi leggendaria che aspira ad essere una poesia. Una canzone che ricorda posti lontani in modo nostalgico.

Il mio viaggio è quasi finito. Io corro via, veloce.

Sono spaventata (“Underpass”) però sento che tra poco troverò l’uscita (“Exit”).

Prima di lasciare questo bosco mi volto e ripenso a questa notte sospesa e alla Palazzina che in qualche modo mi ha cambiato.

Adesso Penelope mi lascia la mano e suona per me “Altri Posti”.

Sentendola mi viene quasi voglia di prendere una barca e cercare un nuovo mondo.

Mi viene voglia di lasciare alle spalle quella selva apocalittica e provare a sperare, credere e respirare.

Finalmente.

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