Intervista a Mèsa| Pop, rock e cantautorato

 Cinque tracce per entrare nel mondo di Mèsa, nel vortice de “La Colpa” fino alla risoluzione di “Tutto” in pace con il caos

La cosa che ti colpisce subito di Mèsa, anzi di Federica Messa, è la sua vitalità e la sua autenticità. Percepisci subito che di fronte hai una persona determinata, classe ’91, fa parte a pieno titolo della schiera, sebbene ancora poca numerosa, delle giovani cantautrici, che tra anima e accordi mettono in musica le loro vite. Ma Mèsa ha qualcosa in più: lei combina sapientemente rock e pop, gioie, dolori e lucubrazioni metafisiche in un sound da full band… la nostra intervista è partita con un caffè rovesciato e un flusso di parole. A voi Mèsa per Cheap Sound.

Mèsa, con questo EP omonimo esordisci a pieno titolo come cantautrice nella tua città e in un momento in cui la scena musicale  qui è in grande fermento. Come ti senti?

Mi sento benissimo! E sono ancora più contenta perché c’è un’atmosfera fantastica tra noi musicisti: non c’è competizione, siamo uno squadrone, massima collaborazione tra di noi, uno spirito bellissimo. E ci sono tanti bei progetti, non è soltanto una roba di spirito e di amicizia, ma anche di qualità.

Come mai secondo te stiamo vivendo un momento del genere? Sarà un fattore generazionale o geografico? Come lo vedi dall’interno?

Roma è un meltin’ pot! Se considero solo il mio gruppo di amici, penso a Il Branco e vengono da Terni, poi Danilo Ruggero è di Pantelleria, e tanti altri… io stessa sono mezza siciliana, quindi secondo me questo melting un po’ ci rende tutti fratelli. E’ la sindrome del fuorisede indie!

Sei una cantautrice, sangue siculo nelle vene … Come la vedi la “frangia femmina” cantautoriale dentro la scena romana?

Siamo pochissime e questo un po’ mi dispiace, perché è un mondo di maschi, ma non solo la musica, in genarle. Di amiche nel giro ne ho poche, Marat, Charlotte Cardinale… Vedere una femmina che suona uno strumento desta sempre un po’ di stupore “ ma la suoni proprio tu la chitarra?” . Effettivamente questo può avere anche un risvolto positivo perché ti mette magari più in evidenza. Quando la musica è “femmina” si sente, l’approccio allo scrivere è diverso, per le tematiche, la dolcezza e anche la rabbia è diversa… se urla una donna si sente!

Facciamo un salto indietro: c’è stato un momento in cui capito che fare musica era il tuo modo di esprimerti?

Ho sempre cantato fina da piccola in cameretta con i miei come pubblico, poi ho iniziato a scrivere le prime canzoni, poi a portarle nei localini con la band fin da quando avevo 17 anni. Sono autodidatta e fino a qualche tempo fa scrivevo in inglese, poi ho realizzato che se vuoi dire bene una cosa e vuoi arrivare alle persone devi farlo in una lingua che ti appartiene e che gli altri capiscono bene. Non ho fatto questa scelta per moda, anzi, ho proprio trovato la mia dimensione e non ho più scritto in inglese. Ho trovato il mio binario.

Mèsa è il tuo EP omonimo, che come tu stessa dici nasce da un punto di svolta e di crescita causato da una plurima rottura! Come sei approdata a Mèsa?

Il mio progetto precedente era legato ad altre ambientazioni, se vuoi più folk alla Mumford and Sons, progetto che era un duo. Poi il duo si è sciolto e una cosa analoga è successa alla mia vita privata. I temi del disco sono legati alla seconda rottura, quindi l’amore, l’accettazione e prima la riflessione, mentre la nuova condizione come solo artist mi ha dato necessariamente la spinta a mettermi in gioco! E come ti dicevo è stato lì che ho iniziato a scrivere in italiano perché avevo bisogno di dirmi delle cose in un certo modo.

Arriviamo ai temi dell’EP, indaghiamo cosa c’è dentro Mèsa … Di cosa parli nel concreto? Ti ha ispirato qualche luogo in particolare?

I temi di Mèsa, se vuoi, sono molto pop: l’amore, il perdonare, la consapevolezza, il fare i conti con se stessi… che poi sono sempre gli stessi se ci pensi. Però non mi ricordo chi, una volta mi ha detto la frase più vera al mondo: «Uno se è felice non scrive una canzone » è questa la base di tutto! Se uno è felice, contento ed innamorato se ne va in vacanza! È questa la verità. Siccome a tutti tocca prima o poi soffrire per amore, ecco perché scriviamo sempre delle stesse cose. Per quanto riguarda i luoghi finora  non mai parlato di un posto in particolare, non c’è quasi mai un setting ma un viaggio mentale tra le mie riflessioni rispetto alle cose che vivo e che mi sono accadute.

Musicalmente siamo a cavallo tra rock e pop anni ’90 e testi cantautorali. Dove sei partita musicalmente? Con chi dei tuoi miti ti piacerebbe avere la possibilità di cantare?

I miei gruppi preferiti sono i The Pixies e i Nirvana, poi  Dinosaur Jr., Holes, Distillers, tutti gruppi post punk. Poi crescendo mi sono incuriosita e ho visto che anche dei musicisti con solo la chitarra facevano delle cose incredibili, ti parlo di Nick Drake o di Eliot Smith. E da lì ho iniziato ad ascoltare Joni Mitchell, Laura Marling e cose del genere che ora ascolto molto di più che da piccola. Dagli arrangiamenti magari senti che c’è un fondo più rock, però chitarra e voce danno quel suono pop. “Where is my mind” mi fa morire è una delle canzoni più bella mi scritte e non caso Bowie aveva grande stima dei The Pixies e poi loro sono ancora vivi…girano fanno tour… il desiderio mi pare attinente.

Come è nato l’EP? Come sono venuti fuori i pezzi?

Io penso tanto, e qualsiasi cosa mi dia modo di pensare per me può essere uno spunto per scrivere, una vera esigenza.  Ad esempio la stessa “Un nome alle cose” è una meta canzone, ho scritto proprio sul senso di scrivere le cose , su quanto senso abbia passare la vita a cercare le parole giuste per esprimere un concetto. Le parole dicono quella cosa? Quelle cose esistono a prescindere dalle parole? È una follia quindi la riflessione in generale mi ispira.
I primi quattro pezzi “ Un nome alle cose”, “ Cose Vere”, “Morto a Galla” e “La colpa” sono stati scritti in un mese. “Tutto” invece è venuto furi a distanza di un annetto, non a caso chiude l’EP e offre una visuale più dall’alta del caos che ho raccontato nell’EP. E’ stata anche la prima uscita ed è proprio un pezzo che fa pace con il fatto che nella vita ci sono cose belle e cose brutte, però non si può depennare nessuna di queste cose, e che anche quelle brutte servono a andare avanti a capire determinate cose. Quindi è un fare pace.

Cosa ti piace di più dello scrivere? Quelle canzoni esistono dentro di te anche senza che le scrivi?

Assolutamente sì, ti dirò di più… mi sono resa conto scrivendo “Tutto” ,  e da lì in poi è stata una costante, che io mi rendo conto di “a che punto sono della mia vita dopo” che ho scritto una canzone, mai prima.  Io rileggo quella cosa e dico…ahh guarda allora quindi ho superato quella condizione!

E musicalmente come è stato da solista a trovarsi in studio con la band?

Loro hanno trovato me. Fino all’anno scorso eravamo in due io e il bassista-contrabbassista, Eugenio Carreri, con un altro progetto. Poi ho incontrato per caso il chitarrista e il batterista, Enrico Bertocci e Alessandro Palermo, che cercavano situazioni in cui suonare, gli era piaciuto il nostro progetto e da lì abbiamo preso i pezzi e li abbiamo arrangiati totalmente insieme in un mese e poi subito in studio.

Chiudo chiedendoti del tuo rapporto con i cani! Che ci fa questo cagnone sulla copertina del tuo EP?

Questa copertina è un verso di “Morto a Galla”,  che  trae ispirazione  da un passaggio del romanzo Vergogna di J. M. Coetzee , in cui c’è un signore che lavorando in un canile, sta portando a sopprimere un cane e lui è tristissimo. E il cane lo guarda come se avesse capito e dice proprio « forse i forse i cani sentono l’odore dei pensieri», e questa frase mi è rimbombata in testa per tanto tempo, e ho tenuto questa immagine per il mio disco.

Poche parole per conoscere Mèsa, ma approfittate delle prossime date live, ad iniziare da Spaghetti Unplugged questa domenica.

Le foto di Mèsa sono di Claudio Patrizi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *