INTERVISTA | Orchestraccia live @Lanificio 159

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Non c’è filtro, non ci sono formalità per farsi due chiacchiere con l’Orchestraccia.
Ti invitano a sedere, ti offrono da bere, nel backstage del Lanificio 159 dove li incontriamo prima della data di ieri, in cui il gruppo si esibisce con il quartetto fisso e fondamentale: Marco Conidi, Luca Angeletti, Giorgio Caputo ed Edoardo Pesce, insieme a tutti i musicisti che giorno dopo giorno accompagnano le sonorità della band. Fra una risata, un’imitazione stupida, l’ultima discussione per la scaletta, l’autodefinitosi “gruppo itinerante delirante folk-rock” prepara la prima data della stagione nello storico club romano, e trova venti minuti per il giornalista mai visto prima definito “un amico che ci è venuto a trovare“, che poi sarebbe chi scrive.

 
IMG_20141106_212233Nella presentazione della band in rete si legge che le canzoni della tradizione romanesca, di Belli e di Trilussa, che voi cantate, sembrano “essere scritte oggi”. Cosa significa per voi portare in scena questi testi e queste sonorità?

 
Per noi è incredibile sentire l’Elezione del Presidente di Trilussa e accorgersi che sembra raccontare la situazione del Parlamento Italiano, con i gruppi di potere che non riescono a mettersi d’accordo nemmeno per fare il loro dovere. Gigi er Bullo è una macchietta di Ettore Petrolini, parla di bullismo, è stata scritta all’inizio del secolo, e solo poche settimane fa abbiamo visto quel ragazzo a Napoli violentato con una pistola ad aria; Santa Nega parla delle carceri, così come Alla Renella, e la suoniamo oggi dopo quel che è successo con la sentenza sul caso di Stefano CucchiLella, che ci onoriamo di aver riportato sul palco e che la gente canta a squarciagola, parla del femminicidio. La musica che cantiamo parla delle classi più umili, e del malessere sociale che le attanaglia che non è migliorato di una virgola negli ultimi cento anni.

 
Ve lo chiederanno di continuo, ma raccontateci come è nata l’idea dell’Orchestraccia.

 
In effetti non è una domanda nuova. La nostra è una collaborazione e un’amicizia che nasce intorno alla romanità, sui campi da calcio e sui set cinematografici; ma l’Orchestraccia è un cantiere aperto, che vuole raccogliere e attirare decine di persone e di artisti non necessariamente romani. Abbiamo collaborato, collaboriamo e vogliamo collaborare con artisti e attori di regioni diverse dalla nostra, vogliamo raccontare insieme a loro il folklore delle loro terre, perché il folklore non è solo quello romano. I fan devono sapere che arrivano cose nuove nella storia dell’Orchestraccia, che abbiamo visitato e visiteremo sonorità e regioni come la pizzica pugliese o la tradizione siciliana. E tanto altro vogliamo fare.
A Roma ma non solo, la scena indipendente inizia un po’ a riscoprire le sonorità tradizionali e la musica popolare; sono ormai molti i gruppi che si inseriscono in questo filone.
In realtà il nostro è un po’ un discorso a parte, non facciamo parte e non seguiamo nessuna scena musicale codificata. Partiamo da un folklore che è già esistente e che rivisitiamo, oltre a proporre alcuni brani originali, il tutto raccolto intorno all’esigenza comune che è quella di raccontare il folklore della nostra città, che è però solo un punto di partenza, un immaginario.

 
IMG_20141106_210446Avete detto prima che il vostro con Roma è un legame emotivo, che è alla base del motivo per cui portate queste canzoni sul palco. Quale è il vostro rapporto con questa città?

 
Diciamo che ognuno ha i suoi percorsi e i suoi gusti musicali, ma l’esigenza comune è quella di affrontare i nostri temi che sono i temi della romanità, trattati con lo stile della romanità, che è uno stile amaro e sarcastico di parlare delle cose. In questa città ogni tema viene affrontato con l’invettiva, con il sarcasmo, anche quando si parla d’amore. E’ uno stile amaro, cinico e disincantato ma che si porta anche dietro una grande voglia di riscatto.
Gli eroi della romanità  sembrano scansafatiche ma davanti alle prove tirano fuori un eroismo inaspettato; e così accanto ai personaggi narrati da Gabriella Ferri, Trilussa, dal Belli, da Ettore Petrolini che sono fondamentali nel nostro repertorio, spicca un po’ la figura dell’anonimo, l’anonimo romano, che rappresenta la voglia espressiva che nasce dalle strade e dal popolo.
Oltre quattrocento persone sono arrivate al Lanificio, puntualissime, nonostante la pioggia scrosciante e la bomba d’acqua che ha portato il prefetto e il sindaco a chiudere le scuole per la giornata. Proprio il sindaco è uno dei più citati nelle pungolature della band, e per lui viene cantata La lettera musicale aperta ad Ignazio Marino che ironizza un po’ sullo stato della mobilità romana dopo le pedonalizzazioni disposte dal Comune; Stefano Cucchi viene ricordato con una foto proiettata prima di Santa Nega e un lungo applauso. La condizione dei lavoratori immigrati che lavorano a Roma viene descritta con ironia in Chitarra Rumena, parodia brasiliana-rumena del popolare adagio romano. Si conclude, ovviamente, con Lella.

Un’esibizione dove ogni canzone è una vera presa di posizione sulla città, sulla società, sul momento storico che viviamo.

Tommaso Caldarelli

 

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