“Majakovskij era una rockstar”: intervista a Il Teatro degli Orrori @Civitavecchia Like Woodstock

Quando la serata inizia alle dieci con un concerto potente come quello dei Linea 77 e prosegue con la carica selvaggia de Il Teatro degli Orrori arrivare sani e salvi (e lucidi) a fine festival non è proprio cosa da tutti. Ed è forse per questo, o soprattutto per il carisma folle di un Pierpaolo Capovilla appena sceso dal palco e con un bottiglia di rum a tenergli compagnia, che l’intervista a uno dei gruppi più gettonati del panorama rock italiano si trasforma in una chiacchierata senza direzione e direttive intorno alla poesia, alla società, alla musica italiana e ai nuovi progetti del leader de Il teatro degli orrori.

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CheapSound: Cominciamo dalla domanda più immediata che suscita questo tour: perché riportare A sangue freddo sui palchi italiani?

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Teatro degli Orrori: Perché abbiamo appena ristampato il disco, lo abbiamo rimasterizzato e abbiamo aggiunto quattro pezzi che non erano nella scaletta originale, li abbiamo ripubblicati tutti in un’unica confezione e stiamo promuovendo quel disco lì.

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CS: Sì, ma perché proprio A Sangue Freddo? Quale motivazione spinge Il teatro degli orrori a riportare dal vivo il proprio secondo disco?

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TdO: Perché tengo famiglia e devo fare soldi. (si ride, ndr)

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CS: Allora la domanda sulla motivazione sociale e culturale la saltiamo (si ride, ndr) e passiamo alle domande più generali e, mi permetto, personali. Perché nelle canzoni de Il teatro degli orrori ci sono così tanti spunti poetici e più in generale culturali? Da Baudelaire a Ken Saro-Wiwa passando per Majakovskij e così via. Tutti e tre gli album sono attraversati da questa continua tensione poetica.

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TdO: Questa è una domanda che non è personale ma che va a coinvolgere il tessuto narrativo che si trova all’interno di tutto quello che facciamo, di tutto il nostro percorso. Quindi tu avrai capito che c’è un percorso culturale, se vogliamo, che noi abbiamo voglia di fare, di affrontare. Noi siamo qui per fare cultura e i riferimenti letterari da un lato si impongono naturalmente nella mia scrittura perché è una cosa che a me piace fare. Io amo rubare. Mi piace rubare agli altri autori, metterli insieme. “Cut up and fold in” diceva William Burroughs, no? Taglia e cuci. Bisogna vedere che cosa succede. E quello che succede spesso è che fioriscono dei contenuti e dei significati che poi neanche tu, che stai facendo quel processo creativo, ti aspetti e quindi mi piace molto fare questa cosa. Poi d’altro lato lo facciamo perché, ad esempio, se io riesco ad indurre un ragazzo giovane, o una ragazza, che vuoi tu, insomma i più giovani ad amare la grande poesia sia essa Baudelaire sia essa i grandi lirici del ‘900 russo o anche Pasolini (ad esempio, adesso sto facendo Pasolini in giro, no?), beh, credo che se riesco ad indurre i più giovani ad amare la poesia, credo di essere veramente riuscito ad acchiappare un obiettivo che neanche io mi aspettavo. Insomma, noi siamo qui per fare cultura o almeno ci proviamo. Poi i risultati non dipendono soltanto da noi, dipendono anche e soprattutto da chi ci ascolta.

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CS: Ma fino a che punto poi quest’aspetto culturale costituisce il dna del progetto Teatro degli orrori? Ad esempio leggendo un passo di Majakovskij come “L’inquietudine ha rotto l’argine della ragione” sembra
di ritrovarvi in pieno l’attitudine all’arte per la quale Il teatro degli orrori sembra sempre in qualche modo rompere l’argine del rock…

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TdO: Guarda che Majakovskij era una rockstar eh! Majakovskij era un antesignano della rock star. Majakovskij scriveva le sue poesie per la sua voce e andava a cantare le sue poesie, a declamare le sue poesie, insomma, a leggere le sue poesie nelle fabbriche, nei centri sociali, nei soviet, nei grandi teatri. Sì sì, lo faceva con la sua voce possente. Lui era un uomo alto due metri, con due mani grandi come due badili. Era un uomo grande, bello, era stupendo Majakovskij. Era una rockstar più o meno come lo siamo noi. E come una rockstar si è suicidato perché non ha creduto nel suo stesso successo dal momento che il suo stesso “successo” non coincideva con quello che stava pensando lui.

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tdo2CS: Ed il rock italiano…

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TdO: Mi suiciderò un giorno! (si ride, ndr)

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CS: Quindi il rock italiano incontra al giorno d’oggi delle difficoltà ad essere apprezzato da pubblico italiano?

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TdO: Ma io non trovo nessuna risposta difficile nel pubblico italiano, la gente ci segue. Guarda noi scriviamo e cantiamo e performiamo canzoni che funzionano nella testa della gente. Ma perché ci rivolgiamo a loro! Ci rivolgiamo alle persone che abbiamo intorno, ai più giovani, ai meno giovani, a tutti quanti. E io ci metto tutta la scarsa cultura che ho a disposizione per fare al meglio le cose che sto facendo. Credo che tutto quello che non funziona è perché non c’è questo sforzo di metterci un po’ di cultura. C’è tantissima gente, diciamoci la verità, che scrive e canta canzoni solo per andare su un palcoscenico. Non è così?

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CS: Sicuramente!

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TdO: E allora! Forse tanti stavano aspettando questo! Stavano aspettando un po’ di contenuto! Dopo vent’anni di berlusconismo, di edonismo berlusconiano, ad un certo punto, soprattutto i più giovani, si aspettano qualcosa di più. Forse è questo il motivo del nostro successo…ma che cazzo ne so io! Penso che sia questo! Mi immagino che possa essere questo!

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CS: Ma il rock italiano può prescindere da una componente cantautoriale?
TdO: Tutto il rock italiano prescinde da una componente cantautoriale. Ma qualcuno segue i cantautori a parte me? No, chiedo: qualcuno segue i cantautori? Dente segue i cantautori?

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CS: Dente, ad esempio, richiama alla mente Battisti…

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TdO: Battisti non era un cantautore, se le faceva scrivere le canzoni. Il cantautore è colui che si scrive e canta le sue canzoni e le sue canzoni normalmente parlano, anzi, sempre narrano la società che c’è intorno, la società in cui si vive. Non ci sono cantautori, a parte rarissime eccezioni. Paolo Conte, non è un cantautore. Battiato era un cantautore. Pino Daniele è un cantautore. De André era un cantautore.

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CS: E Manuel Agnelli?

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TdO: No no Manuel Agnelli è una rockstar. Lui scrive e canta le sue canzoni ma non è un cantautore, è una rockstar perché fa parte di una band ed è parte di un progetto. Io neanche sono un cantautore. Io e Manuel siamo più simili di quanto sembri.

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tdo3CS: Infatti la mia riflessione sull’aspetto cantautoriale del rock italiano nasceva proprio su delle considerazioni mosse sulle presenza all’interno di band come Afterhours e Il teatro degli orrori di personalità come quelle di Pierpaolo Capovilla e Manuel Agnelli che si impongono all’attenzione con il loro carisma…

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TdO: No no guarda, io lavoro con i miei ragazzi. Per me fare musica è un esercizio di democrazia, letteralmente. I pezzi non li scrivo io, li scrive la band. Li scrive la band. Li scrivono Giulio, Gionata, Franz, li scrivono loro i pezzi. Io arrivo sempre per ultimo. Io ci metto sopra le parole, quello è il mio compito. Quindi faccio parte di una band, di un progetto e faccio una cosa insieme agli altri. Se c’è una cosa che ci è impedita di fare in questa società è fare le cose insieme, cooperare. Tu fai questo, tu fai quello, tu fai quell’altro, nel frattempo comando io. In una band non funziona così. Pensa ad un gruppo giovanissimo di ragazzi che si ritrovano a fare quello che vogliono loro. Quella è una bella palestra democratica per imparare a fare le cose insieme, a cooperare, senza che nessuno comandi nessuno.

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CS: Da poco avete annunciato la vostra partecipazione a Hai paura del buio?, il festival itinerante nato per iniziativa del sopracitato Manuel Agnelli con l’ obiettivo, secondo le sue stesse dichiarazioni, di creare un “positivo fermento culturale”. Perché Il teatro degli orrori decide di partecipare?

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TdO: Manuel non è la prima volta che organizza simili iniziative, è un gran lavoratore. Noi abbiamo partecipato perché siamo molto amici e siamo molto felici di partecipare a questa iniziativa. C’è un motivo amicale, che è una cosa privata, personale, che ci spinge a fare queste cose qui e inoltre pensiamo che sia una bella iniziativa.

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CS: Attualmente state registrando qualche nuovo lavoro di prossima uscita?

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TdO: C’è un mio disco solista in cantiere e poi c’è una band che ho fatto insieme a Franz. Io suono il basso e basta, Franz suona la batteria, Xabier Iriondo degli Afterhours suona la chitarra e Eugene Robinson è alla voce. Informatevi perché Eugene Robinson è un personaggio veramente notevole del rock americano che si è concesso a noi ed è veramente bello.

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A.I.

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