E Guerra sia! Intervista a Karim Qqru degli Zen Circus

La nostra imperdibile chiacchierata con il batterista dello scatenato terzetto rock italiano riguardo il nuovo album La Terza Guerra Mondiale.

Lo scorso 23 Settembre è uscito La Terza Guerra Mondiale, ultimo LP degli Zen Circus che noi abbiamo avuto il piacere di poter ascoltare e recensire in anteprima (qui la nostra recensione). Complici un paio di treni persi, c’è stata l’opportunità di fare una lunga chiacchierata al telefono con Karim Qqru, batterista del trio (che vede Andrea Appino alla voce e alle chitarre, e Massimiliano “Ufo” Schiavelli al basso), con il quale abbiamo avuto modo di discutere nel dettaglio di questo album, e delle tracce che lo vanno a comporre.

Avete definito La Terza Guerra Mondiale il primo disco “Power Pop” degli Zen Circus. È una svolta che secondo te viene da un cambio di approccio alla scrittura dei pezzi o alle tecniche di produzione dell’album?

In realtà “power-pop” è semplicemente uno dei generi che noi abbiamo elencato per definire questo disco. Per me power-pop è un termine fighissimo perché è un genere accostato forse a tutti i gruppi preferiti degli Zen, ma per noi power-pop vuol dire gruppi come i The B-52’s, i The Knack e i Talking Heads. L’impressione è invece che questa cosa sia stata un po’ la risposta di alcuni giornalisti quando hanno notato un leggero approccio più pop, ma è un discorso di qualche canzone. A livello di produzione questo è il disco più violento degli Zen, mentre da questo punto di vista il disco se vogliamo più “laccato” è Nati Per Subire (2011). Sicuramente La Terza Guerra Mondiale è l’album per cui abbiamo passato più tempo all’interno dello studio e della sala prove, considerando che siamo partiti con 44 provini. Per Canzoni Contro la Natura (2014) invece è stato l’esatto opposto: volevamo registrare tutto live e alla prima take, in modo tale da farlo suonare appositamente sporco. È un disco che è stato ben accolto, ma avendo una produzione più cruda è piaciuto molto a un certo tipo di pubblico e meno ad un altro. Per La Terza Guerra Mondiale abbiamo avuto un approccio diverso: non ci sono strumenti all’infuori di chitarre, basso, batteria e voci; la produzione è pompata, molto rock, e c’è un forte uso dei plug-in e della post-produzione digitale, che dà quel tipo di punch che può farla risultare più “cristallina”. Per quanto riguarda il songwriting, la component pop a livello armonico e melodico gli Zen ce l’hanno sempre avuta, se per “pop” intendiamo armonie, melodie e arrangiamenti che possono accontentare le orecchie meno pronte alla musica sperimentale. Vero è che poi ti cascano le braccia quando leggi che un brano “soul bianco” ricorda Ligabue. Una cosa che prima non dicevamo e che ora stiamo cominciando a dire è che la musica andrebbe anche studiata prima di scrivere certe cose.

Ti riferisci a “L’Anima Non Conta”, giusto?

Esatto. Ti ho anticipato perché questa cosa esce in ogni intervista.

Che a me poi, nei contenuti, ricorda più un De Gregori. Diresti che il messaggio dell’inciso ha un’accezione positiva o negativa?

Lo definirei rassegnato. “L’Anima Non Conta” è un pezzo agrodolce: fa capire che le cose vanno avanti e tutto quello che c’è in mezzo, nel bene o nel male, alla fine passa. Racconta una storia che prende spunto da fatti personali avvenuti sull’asse Pisa-Livorno, e questo diventa il pretesto per girare intorno al perno dell’ineluttabilità. È stato un pezzo rischioso da far uscire come singolo, essendo sull’orlo della durata di 6 minuti, ma siamo veramente contenti della risposta che ha ottenuto: si può dire che è il primo pezzo degli Zen diventato immediatamente un “instant classic”. Il pubblico l’ha capito, ed è stata una delle soddisfazioni più grandi della nostra carriera.

La title-track che apre il disco sembra invece riassumere l’intero album, sia dal punto di vista lirico che da quello musicale. È stata la prima che avete scritto per questo ciclo di canzoni?

Pensa che invece è stata una delle ultime! Il concept – se così vogliamo chiamarlo – è venuto fuori nell’ultima parte delle registrazioni, ma era già nell’aria. Volevamo catturare questo substrato di liberazione a livello sociale e collettivo, e la voglia di sangue che comunque si percepisce soprattutto negli ultimi anni. Nella canzone c’è dentro tanto: davanti a una tastiera sembra così semplice inneggiare al sangue e alla rivoluzione e c’è la curiosità di vedere se da questo punto di vista le cose cambierebbero con l’obbligo di leva ancora in vigore. Di qui la provocazione della terza guerra mondiale. Quando noi eravamo ragazzini l’obbligo di leva c’era ancora e non si percepiva tutta questa voglia di portare la guerra negli altri paesi, perché si correva il rischio di finirci in prima persona, o che vi finissero i tuoi figli. Questa è una cosa che ci fa riflettere su come i social abbiano cambiato non solo il modo di relazionarsi a livello interpersonale, ma anche il modo di vedere la politica e quello di vedere tutta la vita collegata al nostro io rispetto alla società, perché un tempo ci si pensava due o tre volte prima di fare sparate di un determinato tipo di genere.

Una tematica affrontata molto da vicino nel video di “Zingara”, che è uscito recentemente…

Quel video è fatto apposta per fare schifo, noi l’abbiamo visto una volta e non l’abbiamo più voluto vedere. Si vede chiaramente che il testo di “Zingara” è stato scritto dagli italiani: le strofe non sono altro che commenti sparsi presi da YouTube. Qualcuno può anche accusarci di facili qualunquismi, visto che l’Italia ha molti problemi di immigrazione, ma non voglio che passi l’idea per cui noi facciamo razzismo al contrario e l’immigrato diventa quindi più importante dell’italiano. Non ci sembra però che questa colata di sangue, rabbia e bava sia qualcosa di umano, né tantomeno il modo appropriato per risolvere i suddetti problemi. Esiste una via di mezzo, ed è il senso etico e civile, che purtroppo sta scemando in relazione proprio all’uso di Internet, che ha dato voce a tutti. Voci che se prima rimanevano tra quattro mura, ora vengono spiattellate potenzialmente davanti a tutto il mondo: non solo su YouTube, ma anche nei commenti agli articoli dei più importanti siti di informazione si leggono cose aberranti. Uno si dovrebbe assumere la responsabilità di dire certe cose anche dal vivo: se una persona tra un aperitivo e l’altro al bar dice “Io gli zingari li brucerei, gli taglierei la testa e la metterei su un palo” qualcuno potrebbe anche essere d’accordo, ma ti può tranquillamente arrivare una seggiolata in testa. Prima almeno esisteva un concetto di responsabilità, che ora non c’è più. Internet ha portato a questa parvenza di democrazia totale, per la quale la gente si nasconde dietro il diritto di libera espressione – che è sacrosanto, ma a volte anche un po’ “facilotto”.

Invece un pezzo come “Niente di Spirituale” mi da molto l’idea di poter funzionare molto bene all’interno della dimensione del live. Come vi state preparando per il tour che verrà? Nel disco ci sono un’infinità di tracce di chitarra, ed essendo voi un trio come sopperirete a questa cosa?

Tu suoni, vero?

Si…

Eh, infatti… “Niente Di Spirituale” è un pezzo di cui tendono a parlare solo i musicisti. Volevamo fare una cosa psichedelica alla Stone Roses, con molte voci e un’atmosfera sognante, cosa che in genere risulta più amichevole all’orecchio di chi suona. Secondo me è uno dei pezzi più belli del disco, ma non viene mai citato dai media e dai giornali. Speriamo di poterlo eseguire dal vivo, ma bisogna cercare di infilare tutto in scaletta e col fatto che questo disco sta crescendo molto il pubblico vorrà sentire tanti pezzi, per cui toccherà fare una cernita molto dolorosa. Nei primi periodi portavamo un repertorio che piaceva principalmente a noi, ma se uno suonasse solo per se stesso allora non si uscirebbe mai dalla sala prove. In questo tour suonerà con noi un chitarrista aggiunto: Francesco Pellegrini, ex-chitarrista dei Criminal Jokers e chitarrista di Andrea durante l’ultimo tour. Lo consideriamo un amico e non un turnista, anche perché abbiamo una storia che viene dal punk-rock e possiamo fare questo tipo di cose qui soltanto con amici.

Il mio brano preferito del disco è “Non Voglio Ballare”. Che storia c’è dietro questo pezzo?

Non Voglio Ballare” è sicuramente il pezzo più pop del disco, ma quando l’abbiamo sentito per la prima volta avevamo tutti quanti i lucciconi agli occhi. Volevamo rifarci ai R.E.M e ai Replacements. Con questo ritornello cosí aperto, sapevamo che il pezzo avrebbe avuto una marcia in più degli altri e quando abbiamo fatto girare i provini era uno di quelli che ha colpito di più. Siamo arrivati a scriverlo insieme: Andrea aveva portato la parte di chitarra e c’erano delle voci, ma tutto il resto lo abbiamo costruito in studio all’ultimo. Nel testo Andrea è riuscito a mettere dentro qualcosa di tutti quanti noi tre: lui è molto bravo ad annusare l’aria e dare un taglio comunitario ai brani ed è una delle cose che io apprezzo di più di lui come autore di testi.

Chi è Ilenia?

Ilenia (non è il suo vero nome) è una nostra fan che ci ha scritto una lettera da cui poi è stata tratta la canzone. Noi non l’abbiamo nemmeno modificata, tanto ci ha fatto venire la pelle d’oca. Era un punto a cui noi non potevamo arrivare: in questa lettera ci sono tutte le incertezze, i dubbi e la paura di non essere in grado e di scontrarsi con la società di una ragazza di diciannove anni e noi abbiamo deciso di fare un passettino indietro e lasciarla parlare, per poi dare una risposta nel finale. Quando è uscito il pezzo, ci siamo resi conto che aveva colpito, al di là dei numeri di YouTube che purtroppo ora contano: ci sono arrivati una marea di commenti di ragazze e ragazzi che hanno spento la nostra paura che potesse essere un brano troppo femminile. Invece è stato capito, evidentemente perché è puro e non artefatto. È un testo che lo senti che è vero: scritto di getto, non troppo pensato, con tante parole incastrate in una ritmica serrata. Lei quando ha visto che la cosa stava succedendo davvero stava per ripensarci, ma ora è contentissima. Le abbiamo recapitato i tanti messaggi di complimenti e di amore che abbiamo ricevuto.

In “Pisa Merda” non siete forse un po’ troppo duri con la vostra città?

Ti rispondo su Pisa in modo diverso da come lo farebbero gli altri due.Pisa Merda” è ovviamente un pretesto per parlare della provincia in generale. Al di là del fatto che Pisa è la nostra città, “Pisa Merda” è anche una scritta che ci ha seguito ovunque: l’abbiamo trovata in Finlandia, in un bagno in Turchia, sulla muraglia Cinese, in Australia. Volevamo parlare dell’amore/odio verso la provincia, che così come ti ha dato Cesare Pavese, ti ha dato anche i sassi dal cavalcavia. Io sono sardo da entrambi i genitori, e cresciuto tra la Toscana e la Sardegna. Da Pisa sono scappato a gambe levate, vivo tra la Romagna e la Sardegna. Quel tipo di provincia mi ha sempre messo a disagio: io sono sempre venuto da paesini, mentre Pisa è un paese con l’illusione di essere una metropoli. Non mi ci sono mai trovato molto bene. Ci sono delle dinamiche sociali ripetitive, le persone sono poche e la collettività è viziata, stantìa di persone che crescono insieme e stanno sempre fra loro: questa cosa ha dei lati bellissimi dal punto di vista dell’amicizia e del mutuo soccorso, ma anche dei lati orrendi. La canzone prende spunto da Pisa per prendere per il culo la provincia, noi stessi e anche altre provincie per poi dire che alla fine la provincia, nel bene e nel male, la amiamo o la odiamo ma quella rimane. Non è un “j’accuse”, perchè gli Zen raramente puntano il dito, e noi siamo i primi a metterci in discussione perché sappiamo di essere tre stronzi scappati di casa.

E l’idea di scrivere di un quartiere di Torino quale San Salvario come vi è venuta?

A San Salvario ha vissuto Andrea nel 2005. Noi ci siamo molto affezionati. Un giornalista ha detto che è un’evoluzione di “Vecchi Senza Esperienza” (traccia 2 di Andate Tutti Affanculo (2009) ), e in un certo senso è vero. Il brano è un guardarsi allo specchio, tramite il quale si arriva alla conclusione che forse la cosa migliore da fare è perseverare nei propri errori. È una lettura dell’essere arrivati a una certa età – perché gli Zen comunque sono vecchi – e fare una chiusa su un periodo come quello dei trent’anni, senza voler essere generazionali. Si usa San Salvario, che ora è invasa da ragazzi tra i diciotto e i vent’anni ed è diventata una Babilonia metropolitana, per vedere cosa è cambiato dai nostri diciotto anni a quelli di adesso.

Poi c’è il bambino che vuole fare il “terrorista”.

In “Terrorista” parliamo della libertà dell’immaginazione, del fare “terrorismo” con le idee. Abbiamo sempre creduto nella visione da parte del bambino (vedi “It’s Paradise” in Andate Tutti Afffanculo) e usiamo questa figura come unità umana pura, non essendo ancora contaminata. Lui dice che vuole fare il “terrorista”, e c’è questa riesamina degli occhi di un bambino riflessi negli occhi di un adulto. La canzone gioca molto sui simbolismi e sul fatto che la libertà ti può far fare tutto. È un pezzo per noi quasi atipico, colmo di speranza e se vogliamo anche sbarazzino.

Per concludere, nel finale del disco arriva il messaggio che se ci si vuole sentire dire che andrà tutto bene allora bisogna volgere le orecchie a musica diversa dalla vostra. Eppure dietro al concept generale di questo album, io comunque ci ho visto la voglia di offrire quantomeno un principio di soluzione. Si può quindi dire che “La Terza Guerra Mondiale” è in fin dei conti un disco ottimista?

Sono contento che tu dica questa cosa, perché significa che il disco è aperto a molte letture: alcuni recensori ci hanno visto la fine della speranza. Secondo me non c’è tanto una soluzione, perché noi non offriamo soluzioni, però sicuramente c’è l’idea di come questa terza guerra mondiale potrebbe servire a capire qualcosa, per avere quantomeno una lettura più chiara tra le mani. È un disco impregnato di cinismo, però c’è la voglia di andare oltre la trincea e vedere cosa ci rimane davvero. E non è un dire che è tutto finito, questo disco è tutto fuorché nichilista. C’è la voglia di vedere come potremmo guardarci allo specchio per fare qualcosa in più, senza aver fatto un disco politico o che voglia far pensare la gente, perché la gente se vuol pensare lo può fare da sé senza che glielo dica un musicista. Andrà tutto bene” dice che è giusto che esistano gruppi e musicisti che ti dicano che la vita è qualcosa di stupendo e che l’amore ti migliorerà il futuro, ma noi non siamo cosi. Non perché siamo dei pessimisti, ma perché la nostra visione non è cosi semplice: io non credo che nessuno torni a casa la sera tutti i giorni e dica “la vita è una figata, spacca il culo, andrà tutto bene”. Se esiste, sono contento per loro. Ma credo che serva la presa di coscienza che non sempre va tutto bene.

La Terza Guerra Mondiale è uscito il 23 Settembre 2016 per La Tempesta Dischi.

Tracklist:

  1. La Terza Guerra Mondialezen-circus_la-terza-guerra-mondiale

  2. Ilenia

  3. Non Voglio Ballare

  4. Pisa Merda

  5. L’Anima Non Conta

  6. Zingara

  7. Niente Di Spirituale

  8. San Salvario

  9. Terrorista

  10. Andrà Tutto Bene

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