Paletti | il rifiuto dell’Etichetta & l’Accettazione del tutto

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Foto di Giulia Bersani

Sarò onesto come lo sono stato quando ho incontrato Pietro Paletti al momento dell’intervista: ho conosciuto la sua musica con questo disco. Al primo sguardo su Super (Woodworm Label) ho pensato il calcio in copertina non fosse proprio una novità di questi tempi. Dopo aver riconosciuto Socrates ed ascoltato il disco, sorgevano spontanee domande sulle mille sfaccettature di questi brani. I mille volti di un artista “super”, ma uomo come tutti noi quando si tratta di raccontarsi e sentirsi fragili.

Partiamo dalla copertina. Perchè proprio Socrates?

Mio padre me ne parlava quando era piccolo. Ho il ricordo di una persona spessa, di un reazionario, un uomo fantasioso, sapeva essere provocatore. Ha al’80% il merito di aver fatto passare il Brasile da una dittatura militare ad una democrazia. Però era anche un uomo con i suoi demoni, un alcolista nello specifico.

A me ricorda un misto tra DylanGeorge Best, quelle figure la cui influenza varca i confini dettati dalla loro professione. 

Cazzo lui è stato un attivista politico (a San Paolo andavano in giro con i cararmati!), poi era un medico, ha studiato…

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Quindi sei affascinato dalla poliedricità delle persone?

Assolutamente.

La prima cosa “super” che mi viene in mente è mio padre. Mi hai detto che il tuo è stato il primo a raccontarti di Socrates: quanto influisce sul tuo lavoro il rapporto con tuo padre?

Visto che hai confessato di avermi conosciuto con questo disco, devo dirti che nel mio primissimo EP [Dominus] c’è una canzone che ho dedicato a lui: “Raccontami di te”.

Il nostro rapporto è stato molto difficile. A 19 anni mi sono trasferito a Londra e ho studiato e lavorato li per 6. Per un motivo o l’altro, è sempre stato difficile relazioanarmi con lui.

Aveva dubbi sul tuo futuro da musicista?

No no, non mi hai tarpato le ali, era solamente una persona molto scura, impegnata, silenziosa, se ti ascolti quel pezzo lì te lo descrivo proprio chiaramente.. è anche un pezzo molto pesante per me quello, quasi una terapia.

Poi crescendo, io, ed invecchiando, lui, abbiamo finalmente cominciato a riavvicinarci.

Andando a vivere all’estero, ma soprattutto da soli, si comprendono le difficoltà nel prendersi cura di se stessi, figuriamoci di un figlio… 

A maggior ragione, ora che ho un figlio… In fase adolescenziale avevo delle idee, e lui sosteneva fossi un coglione: con il senno di poi penso avesse ragione. Ero un immaturo del cazzo.. Lui è stato un sindacalista, un personaggio molto generoso, mai egoista..

Quindi il tuo modello di riferimento (tuo padre/Socrates) è sempre stato quello di una persona che combatte per determinati ideali?  

Adesso mio padre lo adoro e lo capisco, nonostante la merda che mi ha tirato addosso quando ero piccolo… ma ora è un idolo. E’ un idolo!

E’ “super”.

Si. Anche se, rivedo in me degli aspetti della sua personalità che mi danno veramente fastidio. Poi, però, penso alla sua integrità, e vorrei riuscire anche io a mantenere la schiena dritta per tutti quegli anni.

Cosa c’è oltre ai genitori in “super”? O cos’altro consideri alla stessa stregua?

Mi viene da dire supercontraddittorio, almeno all’apparenza. Ci sono tante sfaccettature.. tu non sei solamente un giornalista che è arrivato qua stasera a fare l’intervista come io non sono solo un cantautore. C’è il rifiuto dell’etichetta e l’accettazione del tutto di cui siamo composti. Io sono stronzo, generoso, un musicista, un padre, un compagno, uno che ha una manualità fantastica, riesco a costruirti qualunque cosa, ma sono anche un coglione con la matematica…

Si potrebbe dire che siamo “una somma delle parti”.

Si. Ed è normale che sia così. E non si può giudicare una persona da un solo aspetto, bisognerebbe sempre farlo considerando il tutto da cui è composta.

Ma abbiamo noi il tempo, ogni volta, di verificare? 

Non devi verificare. Devi partire dal presupposto che le persone non sono solo quello che ti mostrano durante una piccola finestra di tempo… cosa ne sappiamo, sostanzialmente, dell’altro? Bisogna essere un pochino più indulgenti con il prossimo… e parlo di me che sono uno che critica tantissimo gli altri perchè critico tantissimo me stesso. E questo [disco] è fondamentalmente una terapia per provare ad essere più indulgente con me stesso.

Si parla di questo disco come incoerente, e la contraddizione sembra essere un tema a te caro. Perchè?

Perchè ho lasciato libere tutte le mie sfaccettature: ho lasciato andare la mia parte autobiografica, la parte biografica, la parte critica nei confronti della societàPoi, all’interno dei sottoinsiemi, ci sono delle cose contradditorie: parlo d’amore, amore che va bene piuttosto di un amore spaventato dal tradimento, l’amore che nonostante il tradimento può andare avanti per sempre… mi sento un pazzo!

Per me è normale porsi questi dubbi. Anzi, il difficile è accettare che tutto abbia una fine. Mi sembra tu ci sia arrivato a questa accettazione: “…cadono le rose, cadono le case, cadono le chiese” (Lui, Lei, l’altro)..

A me è uscita a caso sinceramente. Son quelle cose che scrivi con la pancia e poi razionalmente capisci dopo. E tu che ascolti interpreti in un modo e le parole risuonano in modo diverso. Infatti un pezzo, una volta pubblicato, non è più tuo, ma di tutti.

Ho una tensione addosso per questo disco che non ti dico. Questa per me è vita. E’ la mia vita.

Mi fa piacere tu dica questo. Di solito alla domanda “perchè fai il musicista?” alcuni tuoi colleghi storcono il naso o rispondono “gli amici mi dicevano che ero bravo”/”ci si prova”/etc. 

Vocazione, per me. La musica è sempre stato il mezzo con cui comunicare certe cose. All’inizio, ovviamente, volevo anche attirare l’attenzione delle ragazze, e suonare era già una cosa che mi veniva bene.

Una domanda sul tuo percorso lavorativo. Londra, la Zound. Come funziona esattamente una casa di post-produzione?

Praticamente dopo le riprese e il montaggio, un film passa alla casa di post-produzione dove viene registrato tutto l’audio, tranne i dialoghi, fatta eccezione per alcuni casi. Tutti i movimenti, scazzottate, fruscii, rumore d’ambiente, etc., devi ricostruire tutto. E’ un lavoraccio che può durare anche un anno e mezzo.. 400 tracce di suoni, e devi montare tutto. Poi ti capita anche, quando hanno fretta, di lavorare e non dormire per tre giorni per fare l’audio di un film “de merda”. Ma ho lavorato anche su pubblicità, documentari…

E l’audio di Super dove l’hai registrato?

Il disco l’abbiamo prodotto a Milano con Matteo Cantaluppi, è l’eccellenza per la qualità in Italia. L’abbiam registrato a cavallo di ferragosto in una Milano deserta, era paradossale, abbiam trovato l’energia giusta in quella Milano lì.

Ultima domanda sui grandi sistemi: hai paura dell’alienazione dovuta al fenomeno della teconologia? una perdità di umanità/contatto umano (penso a “Chat Ti Amo”)?

In questo periodo che sono in promozione ho sempre il telefono attaccato e mi sta prosciugando. Ma ti rendi conto che abbiamo in mano dei piccoli miracoli e a volte li butteresti per terra perchè ti parte la tacca e non capisci più niente? Diventiamo veramente ridicoli con questi cosi in mano.

Ho una sorta di aberrazione per la teconologia, ma deve e continua ad essere un rapporto di amore e odio: al computer ci lavoro, ci produco e ci scrivo, però rende tutto troppo veloce e il tuo cervello non riesce a star dietro a tutte le informazioni che gli sparano addosso.

Però mi piace ti sia scritto le domande sul ‘blocchetto’. Anch’io scrivo le canzoni a penna.

L’incoerenza di vivere nell’era digitale e amare l’analogico.

Super.

Si ringraziano Pietro Paletti, Agnese Ermacora, Big Time, e tutto lo staff del ‘Na Cosetta.

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