serie A, serie B e ALTRE DI B | L’intervista

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Gli Altre di B sono una band basata sull’attitudine punk del “facciamo roba che ci diverte”, hanno tre dischi all’attivo e aperture ad artisti come Alt-J, Primal Scream, Eddie Vedder, Foals, Glen Hansard, Of Montreal ed altri ancora.
Abbiamo raggiunto telefonicamente Giacomo Gelati, la voce del gruppo, e ci siamo fatti spiegare cosa succede se del sangue bolognese incontra suoni distorti, chitarre sudate, bassi prepotenti e batterie intelligenti.

Come nasce il progetto Altre di B?

Siamo nati, come la maggior parte dei gruppi, tra i banchi di scuola nel lontano 2005.
Abbiamo iniziato facendo cover punk rock, ma con l’uscita del primo disco degli Arctic Monkeys c’è stata la svolta: abbiamo deciso di cominciare a scrivere pezzi nostri.

Nel 2010 abbiamo registrato quello che avevamo scritto ed è uscito il nostro primo disco
There’s A Million Better Bands, che è un omaggio ai Presidents of the USA. Il tour di quel disco è stato molto improvvisato: in una delle date abbiamo incontrato Stefano Riccò, che ha cambiato il corso degli eventi della band e con cui abbiamo registrato il secondo ed il terzo album, nel suo vecchio studio di registrazione Dudemusic. Ora ha rilevato L’esagono, un punto cardine nella zona del reggiano.

Il vostro nome si riferisce alle squadre di calcio di serie B che non venivano inserite nella schedina del Totocalcio.
Credo che, oltre alla visione calcistica, il discorso tocchi anche un qualcosa di più generale. Perché quest’attenzione verso questa parte di mondo?

Esattamente. È una roba trasversale che parte dallo sport e tira dentro anche tutto il linguaggio e la “letteratura” del gruppo.
Ci piace molto quell’immaginario “da sfigati” che in qualche modo con un po’ di rivalsa ce la fanno e riescono a risalire.
Ovviamente non lo facciamo per piangerci addosso. Inizialmente quando si pensa a qualcosa “di serie B” si tende a dire «ah, poveretti!», ma non è così. Lo facciamo con estrema dignità e consapevolezza.

Il secondo disco, Sport, è un concept incentrato proprio sullo sport in ogni sua sfaccettatura.
Anche attraverso il nome della band, abbiamo voluto guardare al mondo degli sport minori. Abbiamo anche fatto un video con Zoff perché, anche se non è per nulla un personaggio minore, ci divertiva la figura del portiere.

Sport e musica sono così simili secondo voi?

Assolutamente! Lo sport si può ricondurre in qualsiasi modo al ritmo del proprio corpo, al battito cardiaco e non è per niente distante dall’effetto prodotto dalla musica. La gente che fa sport ascolta musica perché ha bisogno di energia, quindi in cuffia non ascolteranno sicuramente video ricette.

La musica è molto muscolare ed è personale quanto lo sport, nel senso che ognuno ha la propria visione per entrambe le cose.

Miranda! è l’ultima fatica degli Altre di B e si sente una maturazione artistica notevole. So che è dedicato a Quirico Filopanti…

Sì esatto. Abbiamo deciso di svincolarci dal mondo dello sport per fare qualcosa di diverso ed è nato questo disco che è un concept sulla geografia ed il titolo Miranda! è un libro scritto da Quirico Filopanti nel 1858, ovvero un bolognese come noi che inventò i fusi orari. Volendo parlare del viaggio ci è sembrato calzare a pennello. Per quest’album, tra l’altro, abbiamo deciso di registrare le sessioni in presa diretta. Facevamo dieci take per ogni pezzo e sceglievamo il migliore.

“Campetto” è il primo brano che scrivete in italiano?

In realtà è il secondo. Precedentemente avevamo scritto una canzone con testo in italiano per un film dal titolo Mi chiamo Renato, che era un film documentario sullo stadio di Bologna in onore dei suoi novant’anni. Il problema è stato che quando hanno fatto il montaggio del video, hanno messo la traccia senza la voce e quando siamo arrivati lì in Piazza Maggiore, carichi di aspettative, e ci siamo guardati un po’ così. Ma alla fine era una buona traccia strumentale, quindi meglio di niente.

“Campetto”, invece, è nata quando Lo Stato Sociale doveva suonare al PalaDozza (che è il palazzetto simbolo del basket in Italia), e ci siamo quindi riproposti di scrivere una canzone sul basket. Ci siamo divertiti molto. È un brano pregno di quella poetica in cui anche quelli di piccola statura ce la possono fare, ed il campetto è una terra molto democratica dove tutti possono partecipare e si gioca alla pari.

Perché la scelta di cantare in inglese?

Più che una scelta è stata un’esigenza, soprattutto perché siamo nati facendo cover di band statunitensi e inglesi che ci piacevano tantissimo. Dieci anni fa, Bologna era piena di band che si lanciavano molto sul mercato estero e alcune sono ancora il nostro punto di riferimento. Quindi: un po’ per il fatto di voler provare a uscire fuori dai confini, un po’ perché ci suona meglio e un po’ anche per comodità credo, avendo cominciato subito così. Il tutto senza mai ponderare troppo la cosa.

Posso dirti che, suonando anche all’estero, la cosa ha pagato un bel po’, parlando la lingua del mondo. In Italia, invece, ci sono stati molti limiti. Visto che la fruizione della musica qui in Italia è cambiata moltissimo, posso dirti che il booking con il quale collaboriamo e che adoriamo, Panico Concerti, ha avuto molte difficoltà per il nostro terzo disco.
«Cantano in inglese? No, grazie» e «Non li prendiamo neanche gratis!» sono state tra le risposte che andavano per la maggiore.

Le date estive sono state contornate da questo clima di pesantezza che derivava proprio da questo motivo e la cosa mi ha scoraggiato un po’. Io ho un modo di recepire la musica molto diverso: se una cosa mi piace, mi piace.

Se dovessimo cominciare a fare canzoni in italiano non sarà mai a nome di Altre di B ma con un nome diverso. Sono dell’idea che i progetti debbano essere coerenti, e quindi nascere in un modo e morire in un modo: se devo fare una roba in italiano preferisco ripartire da zero.

Esperienze sulle trasferte, aneddoti, differenze di pubblico e organizzazione con l’Italia?

Dal punto di vista dell’organizzazione non ci sono enormi differenze in quanto sia in Italia, come anche all’estero, ci sono festival mega organizzati e situazioni disastrose. Tendenzialmente all’estero, negli Stati Uniti in particolare, l’impressione che hai è che anche il bar più piccolo e più sfigato è attrezzato per fare musica dal vivo, di qualsiasi genere.

Per quanto riguarda il pubblico ci sono enormi differenze e questo è dato dal fatto che sono diversi i mercati. In Italia la musica internazionale va molto meno, e questo porta ad ascolti molto diversi. Quando siamo andati in Francia all’Europavox, i maggiori artisti erano hip-hop e c’era anche molto rock internazionale.

Un aneddoto che ci ha fatto ridere tantissimo è quando abbiamo suonato ad un festival nel 2012, dove c’erano gli Alt-j, che erano al loro primo disco e non erano ancora così famosi. Il nostro chitarrista Alberto assomigliava clamorosamente al cantante degli Alt-j. Quando abbiamo finito il concerto, ci vediamo avvicinare un gruppo di ragazzine che chiedevano l’autografo ad Alberto, pensando fosse Joe Newman. La cosa ci ha fatto letteralmente sentire male dalle risate.

Per ora siamo a tre album. Una parola che descriva ogni album, e una che li descriva tutti e tre.

Bella domanda!
Il primo potrei dire sfogo, visto che le canzoni che avevamo raccolto non avevano molto senso tra loro ed era quindi più un volersi sfogare. Per il secondo direi umiltà, facendo riferimento alla figura degli sportivi che ci siamo detti prima. Il terzo, invece, lo identifico con pancia perché è stato un disco non molto pensato ed è stato volutamente non pensato. Abbiamo messo insieme brani molto rock in un momento in cui il rock non stava andando molto, e abbiamo voluto farlo dicendoci «Regaz, chi se ne frega!».

Fratellanza, invece, è il filo conduttore. Ripenso a come si sono evolute le cose tra di noi nel corso di dieci anni, e in tutte le difficoltà ci siamo aggrappati alla fratellanza. È una cosa molto importante, e credo che si senta anche a livello musicale.

Qual è il processo creativo di Altre di B? Esce prima l’inchiostro o la musica?

Tendenzialmente per questi tre dischi è uscita prima la musica. Parti da un giro di batteria, un giro di voce a caso etc.
Per le robe nuove, invece, stiamo facendo esattamente il contrario, scrivendo prima i versi e cercando di trovargli una dimensione musicale giusta. Non ti nascondo la difficoltà nel farlo per via dell’abitudine, ma è una cosa nuova, divertente e stimolante.

Se ti dicessi «NON E’ MICA UNA GARA!», cosa risponderesti?

Hai centrato in pieno una traccia del nuovo album.

Questa frase, scritta su un muro di un capannone abbandonato, la leggevamo sempre quando andavamo a registrare. Abbiamo sempre pensato che fosse una frase veramente geniale e, ogni volta che la leggevamo, nel mondo stava accadendo sempre qualcosa di diverso, e quindi assumeva sempre un’accezione diversa.
Per noi è una frase molto importante in quanto sta ad indicare di viversi serenamente le cose.
Ci faremo anche delle magliette!

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Riferimenti italiani ed esteri? Con chi vedresti gli Altre di B a collaborare?

A me, per esempio, piace tantissimo Alice Bisi in arte Birthh. Ha una voce bellissima, scrive molto bene ed ha delle sonorità molto simili agli Alt-j, che io adoro.
Per quanto riguarda un artista estero ti direi Damon Albarn, come cantante dei Blur ma soprattutto come musicista dei Gorillaz. A luglio siamo andati a vederli a Lucca e ci è sembrato di andare a scuola. È stato incredibile, anche perché era l’unico bianco in mezzo a quindici afroamericani,  e si è letteralmente trasformato. Una trasformazione clamorosa.

Con quali band italiane avete un rapporto d’amicizia? Quanto è importante la complicità con le altre realtà musicali? Quanto non è importante l’invidia, invece?

Hai tirato in ballo una cosa molto attuale. Faccio riferimento alla realtà di Bologna, ma è un discorso che si può tranquillamente allargare.
Bologna è una città piccola, dove tutti si conoscono e tutti hanno suonato con tutti, quindi di fatto c’è molta complicità tra tutte le band.
Io, per esempio, con Lo Stato Sociale mi trovo bene e ora sto suonando con loro come chitarrista aggiunto. Abbiamo ottimi rapporti con i Forty Winks, con i Baseball Gregg, con I Botanici etc.

L’invidia, da questo punto di vista, ha generato, e continuerà a farlo, delle problematiche – in quanto sterile e stupida. Il nostro è un paese piccolo dove le band che fanno i cartelloni sono sempre le stesse, quindi non avrebbe senso litigare e pensare di essere migliori di altri.

Qui torna il discorso “Non è mica una gara!”

Bravissimo. Torna tutto! Il puzzle con tutti i pezzi si sta componendo da solo.
Tra l’altro ora stiamo facendo i pezzi nuovi e vorremmo fare per ogni pezzo una collaborazione con un artista a cui vogliamo bene e con il quale siamo in amicizia. Ti ho citato i Forty Winks e i Baseball Gregg proprio perché loro saranno i primi, e ci sarà anche una band americana con cui abbiamo suonato qualche mese fa, che sono i China Gate di Memphis. Figoni pazzeschi, mega bravi.

Domanda difficile, citando il vostro singolo “Sherpa”: chi è lo sherpa di Altre di B? Il vostro Everest? Quando capisci di essere in cima?

Parto dalla fine.
Quando sei in cima non lo capisci mai perché, per ragioni di energia karmica, per ogni cosa bella ce n’è un’altra che riporta il tutto all’equilibrio. Un obiettivo che ci portiamo dentro per tutta la vita.
Lo sherpa è la nostra pazienza. In numerosi momenti di difficoltà ci siamo appigliati proprio al nostro essere pazienti e solo così siamo riusciti a fare, passo dopo passo, un minimo di strada in avanti.
Il nostro Everest è il palco del Festival di Glastonbury.
Raggiunto quello, io scendo dall’altra parte del palco, appendo la chitarra al chiodo e mi do alla letteratura o a qualsiasi altra cosa!

Consigli tecnici e spirituali che darebbero gli Altre di B ad una band in erba?

Fatevi forti del vostro gusto, delle vostre capacità e della vostra personalità, cercando di trovare una vostra dimensione.
Il mondo della musica è forse quello più difficile e frustrante che ci sia, ma è una potenza e una gioia intrinseca in ogni cosa che fai, che secondo me cancella quel senso di frustrazione.
Il mio consiglio, in sintesi, è che ognuno dev’essere libero di fare quello che vuole, e non fermarsi alle prime strane proposte che vengono fatte da gente esterna alla band.
Bisogna fare le tartarughe cercando di rimanere sotto il guscio, proteggendosi.
La band è l’unica cosa che ti può far fare esperienza e non un elemento esterno. Prima la band!

Altre di B:
Giacomo Gelati – voce, chitarra, synth
Alberto Laffi – chitarra
Giovanni Ruggeri – basso
Andrea Ortolani – batteria

Miranda! è uscito il 27 ottobre 2017 per Black Candy Records.

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