An Early Bird | Nel bosco dell’animo umano

An Early Bird

An Early Bird è il nuovo progetto di Stefano De Stefano, ex frontman dei Pipers.
Ascoltando il suo album Of Ghosts & Marvels siamo entrati in un bosco immaginario, e lo abbiamo intervistato seduti sotto una quercia.

Non sei un volto nuovo nella scena musicale italiana. Hai militato per circa dieci anni con una band chiamata Pipers ed ora hai deciso di concentrarti su te stesso. Il tuo progetto solista si chiama An Early Bird. Perché hai deciso di intraprendere questa strada in solitaria? Cosa avevi ancora da dire?

La storia è molto semplice: nonostante io abbia militato in una band, ero sempre io ad occuparmi della scrittura dei pezzi. Quindi, in un certo senso, ho sempre vissuto la cosa come se fossi un solista e An Early Bird rappresenta una naturale evoluzione di questo percorso. I Pipers erano un progetto nato a Napoli ed il mio trasferimento a Milano ha creato non poche difficoltà in termini logistici: mi sono ritrovato a suonare da solo e da lì ho deciso di iniziare un percorso nuovo con un vestito che mi calzava di più.

Of Ghosts & Marvels è un disco introspettivo, come il buon cantautorato insegna.
Quanto ci si mette a scrivere un album, sfidando quelle frequenze interne che solleticano l’animo?

Il disco ha dieci canzoni che attraversano un periodo di dieci anni. Alcune sono state scritte nel 2009, come “Never-Ending Present“, e altre dopo. Il tempo in cui si assemblano i giusti pezzi per raccontare le sfumature della tua vita è molto variabile e per nulla semplice. Quando scrivo canzoni ed arriva il momento di creare un percorso più strutturato, inizio a guardarle cercando delle connessioni tra loro. Molte cose, inizialmente, sembrano essere autonome e indipendenti tra loro, ma insieme riescono a dare il senso di tutto.
Ci si mette una vita!

Hai avuto modo di aprire numerosi concerti di artisti esteri e condividerne il palco: nomi del calibro di The Charlatans, Jake Bugg, Jack Savoretti, Ian Brown ed altri ancora. Ripensando a quei momenti di condivisione artistica, cosa ti è rimasto?

Al di là degli stessi palchi e della folla magari diversa da quella che viene ai tuoi concerti, rimane il vedere come si muovono i professionisti della musica dietro le quinte e sul palco. Questo dà molti stimoli al tuo percorso musicale e personale. L’umanità è un’altra cosa che rimane: l’aspetto umano dei musicisti che hai citato, è reale. Loro hanno ascoltato veramente quello che ho portato sul palco, e ci sono stati numerosi scambi tra noi. Quello che davvero conta è capire che dall’altra parte c’è un’artista che ti sta dando la possibilità di suonare prima di lui, ed è molto formativa e d’ispirazione come cosa.

Un artista che decide di cantare in inglese e non nella sua lingua madre, solitamente, lo fa perché non ha voglia di avere confini, ma di utilizzare la lingua più parlata del mondo, per parlare al mondo. Anche con i Pipers cantavi in inglese. Cosa ti ha spinto ad esprimerti anglofonicamente?

Feuerbach diceva «Siamo ciò che mangiamo», ma secondo me anche quello che ascoltiamo.
Ho cominciato ad ascoltare musica seriamente quando avevo 15 anni. Erano usciti i primi dischi degli Oasis, dei The Verve, dei Radiohead etc. Mi sono ritrovato ad ascoltare più musica scritta in inglese e quindi per forza di cose l’assimili. I miei primi testi erano rudimentali, scritti male, ma questo è stato uno stimolo per affinare la scrittura, sempre guidato dalla passione. Quindi mi è venuto naturale. È da considerare anche il fatto che scrivere canzoni in inglese ti dà la possibilità di portarle fuori e poterti confrontare in contesti diversi, ed alimentare così la tua vena creativa.

Nel tuo album, ho sentito molto quel folk alla Ray LaMontagne, Elliott Smith, Iron & Wine. Quali sono i tuoi ascolti maggiori, quali quelli del momento, e se ti chiedessi di dirmi il nome di un album che ti ha cambiato la vita?

Ce ne sono molti, ma in particolare Gold – il secondo disco solista di Ryan Adams.
Ultimamente sto ascoltando molto Tom Rosenthal, un cantautore di Londra: riesce a tirare su un disco con solo chitarra e piano e per mezz’ora sei ipnotizzato; Benjamin Francis Leftwich, un super cantautore che ultimamente sta andando verso suoni più moderni, mantenendo sempre una grande scrittura; poi sto divorando Dermot Kennedy, un cantautore irlandese che ha sonorità black e new soul molto interessanti.
Ciò che ascolto maggiormente, più che il folk in senso stretto, è molto songwriting.

Qual è la canzone più complessa, con la quale hai combattuto di più in fase di realizzazione del disco, e quale quella che, invece, è uscita liquida dalla tua mente?

Probabilmente, quella più complessa con la quale ho lottato di più per la resa finale è stata “Never-Ending Present” – che, essendo nata quasi dieci anni fa, è stata suonata in mille modi diversi: con la formazione a 4, con tonalità differenti, con il fingerpicking, con le chitarre elettriche etc. Due chitarre acustiche e qualche suono in sottofondo sono state le misure definitive per questo brano.
Till Dawn” è stata quella che è venuta fuori più facilmente, ed è stata realizzata proprio come me la immaginavo: tre chitarre sovrapposte con qualche elemento orchestrale. Ho un bel ricordo di quando la registrai a Venezia.

Raccontaci del primo incontro che hai avuto con quel meraviglioso strumento che è il dulcimer.

In realtà non è proprio un dulcimer. È uno strumento della Seagull, ispirato al dulcimer.
Andai in un negozio di strumenti a Milano, ed ero in vena di comprare uno strumento che non conoscevo:  adoro sperimentare. Ho visto questo strumentino con la forma un po’ strana: quattro corde, ma con un suono corposo. Visto che il prezzo era abbordabile, ho deciso di prenderlo e ci ho scritto “Something Left“. Quando hai a che fare con strumenti nuovi ti lasci ispirare molto facilmentem e sperimentando  vengono fuori nuovi accordi, nuove progressioni. Sono già alla ricerca di un nuovo strumento a corde.

Di tutte le recensioni che sono state scritte sul tuo album d’esordio, qual è la cosa che hanno evidenziato di più e cosa, invece, non hanno saputo comprendere?

In realtà hanno compreso bene lo spirito del disco. L’unica cosa che mi fa sorridere è che quando fai un disco in lingua inglese, con delle melodie e con un po’ di malinconia acustica, la metafora che esce sempre fuori è quella del parco in autunno. E la cosa ha anche un po’ rotto il cazzo, affettuosamente parlando. Non è che una chitarra acustica malinconica preveda per forza un thè caldo da assaporare in autunno. Per fortuna c’è sempre voglia di ascoltare roba che ti riporta a quella stagione, per cui alla fine va bene così.

La copertina dell’album com’è nata?

La copertina è nata con la voglia di fare qualcosa di diverso. In realtà il disco è un 15×15 cm con una serie di cartoline illustrate ispirate ognuna per ogni canzone dell’album. L’autrice è Maria Ballarin, un’illustratrice napoletana che vive a Lucca. Le dissi il titolo del disco e che mi sarebbe piaciuto fosse illustrato un bosco, con fantasmi e meraviglie, che è un po’ la metafora dell’animo di ognuno di noi: lati oscuri e lati più chiari.
Ci ho fatto inserire anche i miei due gatti.

Ci siamo conosciuti in un momento in cui, a causa di incompetenze da parte di terzi (uffici stampa, booking, management etc.), ti sei ritrovato da solo e a dover far tutto. Hai anche scritto un post di denuncia su Facebook. Quali consigli daresti ad un giovane artista che decide di intraprendere questa strada tortuosissima, ma che può dare soddisfazioni incommensurabili?

In Italia ci sono tantissimi professionisti della comunicazione musicale ma ce ne sono molti “improvvisati”, in un certo senso. Io ho studiato comunicazione musicale, quindi mi viene anche facile fare da me, quando vedo che qualcuno non corre al mio passo. Ma non è detto che un giovane di oggi sia in grado e ne abbia voglia.
Se fossi un giovane senza competenze, ma tanta voglia di rimboccarsi le maniche anche su quell’aspetto, mi darei da fare spulciando comunicati stampa dei propri punti di riferimento e proverei a scriverne uno. Dopo aver impaginato il tutto, mi perderei nel mare magnum dei contatti. Se avessi qualche soldino, proverei a fare un lavoro con qualche ufficio stampa. Prima di farmi intortare con frasi del tipo «questo disco è bellissimo», «sei bravissimo», mi informerei bene sull’ufficio stampa, sulle sue referenze e con chi lavora. È chiaro che se sei un cantautore e ti rivolgi ad un ufficio stampa che tratta rock psichedelico, i canali sono diversi.
In sintesi, consiglierei di non buttarsi da soli, ma di cercare qualcuno di affidabile e competente in grado di instradare.

Prossimi progetti? Stai lavorando a qualcosa?

Sto lavorando ad un EP di quattro canzoni, che chiuderò entro la fine dell’anno, e mi piace pensare che possa uscire ad Aprile. E mi piace pensare che in quel periodo starò registrando il secondo disco che magari potrà uscire verso la fine del 2019. Il materiale c’è, il titolo anche, per cui bisogna solo registrare e creare una struttura.

An Early Bird

Of Ghosts & Marvels è uscito il 5 ottobre per Riff Records e Dead Bees Records.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.