A lezione di chimere e futuri imprevisti | Intervista ai Dunk

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Due inediti, poche date per un mini-tour in decollo che presenta un vinile 7’’ e un nuovo componente. Sono cinque i Dunk (Ettore e Marco Giuradei, Luca Ferrari, Carmelo Pipitone, Riccardo Tesio) sul palco del Largo Venue in occasione del live del 18 Ottobre. Si avvicina Ettore, paroliere e portavoce del gruppo, per rispondere a qualche domanda.

La band ha spiegato in diverse occasioni che la parola Dunk nasce dal sincretismo tra Dio e Punk… Così noi, qualche mese fa, abbiamo provato a immaginare un Dio dalla barba lunga e spalle larghe, occhi infiniti (per vedere oltre) e mani giganti (con tutto quello che ha dovuto inventare). Un Dio che decide in un momento (che poi dove lo collochi un momento in una dimensione divina senza tempo?) di mettere come sottofondo un po’ di musica mentre lavora, crea, disfa e ricompone. Sulle note dei NOFX, preso da un impeto d’ira, questo Dio inizia a rovinare tutte le sue creazioni, rendendole però ancora più belle, proteggendo religiosamente il rifiuto di strutture e la libertà di uno spirito svincolato.

…Come lo immaginate voi invece figurativamente il Dio punk?

C’è stato un momento in cui pensavamo di creare un’immagine di questo Dio con l’aureola messa al posto della cresta, quindi spostata in verticale diciamo. In realtà inizialmente quasi mi stavo permettendo di proporre come nome per la band proprio Dio-Punk, poi giocando con le parole è uscito Dunk, anche se personalmente non sono ancora convinto. Tutti i significati legati alle traduzioni li abbiamo scoperti dopo.

Quindi c’è un Dio punkettone dalla cresta fluorescente…

Diciamo che è la versione cattiva del fricchettone, sicuramente anarchico. Se si vuole trovare qualcosa di positivo che hanno le religioni secondo me è proprio quel lato antisistemico, un tentativo di uscire dallo schema. Poi da noi si bestemmia molto, quindi in realtà “Dio punk” potrebbe quasi sembrare una bestemmia.

E se doveste spiegare cosa significa punk a un bambino come lo fareste?

La voglia di esprimersi senza dare troppa importanza alla forma. Per me è una cosa molto difficile quella di essere sempre libero. Abbiamo cercato di mantenere nel gruppo questa attitudine, soprattutto nella parte compositiva. Siamo quattro (ora cinque) persone molto sensibili che non riescono a rimanere dentro qualcosa che gli sta stretto.

È un progetto in divenire e senza pretese il vostro, ma adesso (specialmente in occasione dell’entrata di Riccardo Tesio dei Marlene Kuntz che dato un nuovo assetto al vostro equilibrio), pensate di continuare a vivere sulla scia della spontaneità e di ciò che si propone al momento? Oppure iniziate anche a figurarvi un futuro per la band?

Anche con Riccardo è stato tutto un po’ per caso, lui era presente al live di Brescia e poi siamo passati spesso per Cuneo. La prima volta era lì da spettatore, la seconda abbiamo mangiato insieme e lo abbiamo invitato a suonare “Intermezzo” con noi e la terza volta gli abbiamo fatto suonare anche il pezzo nuovo. Fino a che si è creata l’opportunità di produrre questo 7’’, che era una fissa di Luca, e lo abbiamo coinvolto. C’è anche questo aspetto, quello di rincorrere e poter concretizzare quei sogni bizzarri che avremmo sempre voluto fare ma che alla fine non realizzavamo mai. Ovviamente bisogna tenere da conto anche l’aspetto economico: i costi ci sono, però ci piace questa follia che viene messa davanti all’economia. Dopo questo tour Carmelo parte con un suo progetto solista, Luca sta lavorando al disco nuovo dei Verdena, personalmente son curioso di vedere come si evolverà questa esperienza del mini tour. Potrebbe diventare un po’ una politica dunk: nei momenti che ognuno ha di pausa ci si riunisce e si dà vita a nuove collaborazioni e nuovi stimoli. È una parte pura e ludica di cui abbiamo bisogno.

Non vi disintegrerete in un anno quindi, come canta il nuovo brano?

Speriamo di no. Con i Dunk, abbiamo trovato un motivo per placare l’inquietudine.

A proposito del nuovo brano, “L’originale”. Che cosa rappresenta?

Nasce dalla lettura di Ermete Trismegisto, padre dell’ermetismo. Il libro l’ho letto durante il tour invernale, un periodo abbastanza zen. C’era questo concetto dell’alchimia che tornava: corpo e spirito, dualismo e bipolarismo. Mi affascinava come si parlava della parte materiale e di quella spirituale. Ho inserito nella canzone un pezzo in cui si dice «subordinato al mutamento, benché strumento per guadagnare l’originale, malvagio perché in movimento e perché mortale». Io mi sono immaginato un dio un po’ meschino e invidioso della condizione umana, un dio che ha creato l’uomo come strumento per accedere all’originale.

C’è un pezzo del testo che dice«non ce ne frega un cazzo delle parole dette bene», non è un po’ in contrasto con il forte citazionismo che si trova nelle liriche dell’album?

Quello è il verso punk.  Volevo dare un accento al concetto della forma: culturalmente mi da fastidio quando si parla troppo dell’aspetto o di cose superficiali. Ho utilizzato questa espressione quando in realtà per “parole dette bene” intendevo un po’ questo concetto: il contenitore rispetto al contenuto. Poi mi piace come finisce il testo, quando si parla di orgasmo alchemico: davvero potrebbe essere esplosivo il connubio di anima e corpo.

Tutti vi chiedono quanta influenza si sente delle vostre esperienze precedenti/parallele: quanto c’è dei Marta sui tubi, quanto dei Verdena, quanto dei fratelli Giuradei… ma cosa invece vi distanzia da quelle realtà? Cosa allontana i Dunk dagli altri progetti?

Dal mio punto di vista la differenza c’è soprattutto a livello visivo, cioè in come ci disponiamo sul palco. A livello fisico ho il pubblico a destra e mai di fronte, quindi canto guardando Carmelo diciamo. Inizialmente è nata come una scelta legata alla concentrazione, un po’ non vivevo bene la questione del frontman. Mi piace che in centro non ci sia nessuno, manca l’idolo, questo mette tutti sullo stesso piano. Si crea una sorta di continuità anche con il pubblico, in una dimensione circolare. Ancora non siamo una tribù unita finché ci dividono le transenne, ma chissà… Viene fuori una specie di cerimonia ritualistica dove poi torna a essere protagonista l’ascolto.

I riferimenti letterari li abbiamo sviscerati abbastanza, da Foscolo a Murakami, quali sono invece i riferimenti musicali che vi accomunano e che magari si possono intra-ascoltare nei vostri brani?

Io rimango impressionato dagli ascolti di Carmelo e Luca, sono dentro la musica in una maniera profonda e totale, e per me è una fortuna. Hanno una cultura infinita, già solo la roba che ci fa sentire Luca in furgone rappresenta una occasione di arricchimento incredibile.

Oggi, per esempio, che avete ascoltato nel viaggio verso Roma?

In realtà oggi niente di nuovo: Syd Barrett. Ogni volta però entro in un universo così sconosciuto che non riesco a ricordare neanche un nome adesso su due piedi, spesso me li segno.

Se doveste scegliere un artista da ascoltare o un live da vedere, chi consigliereste all’interno dello scenario che ci circonda? Ed è sulle ceneri di questa ultima domanda che Ettore viene richiamato e la band si prepara al live che inizierà poco più tardi.

Il 7″ L’Originale uscirà per Woodworm.

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