Gold Mass | «La mia elettronica, scura e intima»

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“Happiness in a way” è il primo singolo di Gold Mass: musica elettronica che vede il magico intervento di Paul Savage dei Mogwai, e che ci viene raccontata dall’artista stessa in questa intervista.

Il suo primo disco Transitions è stato prodotto da Paul Savage dei Mogwai, uscirà ad aprile 2019 e, proprio come la sua autrice, ha già qualcosa di magnetico: non so dirvi esattamente cosa, ma l’album porta con sé un’aura di mistero e di fervida attesa che ce lo fa già amare. Emanuela Ligarò, in arte Gold Mass, lavora nel laboratorio di una multinazionale dove fa misurazioni di acustica e nel frattempo, tra Italia e Scozia, ha registrato il suo primo lavoro del quale abbiamo avuto il piacere di ascoltare già qualche traccia. 
Oggi è uscito “Happiness in a way”, il primo singolo, e noi abbiamo fatto due chiacchere con lei, provando a scavare nel suo mondo impenetrabile.

Cosa si prova a passare dall’invio sfiduciato di una demo che al 99% rischia di rimanere inascoltata al poter scegliere tra produttori come Luke Smith (Foals, Depeche Mode), John Hughes di Chicago, Howie B (Björk, U2, Tricky) e Marc Urselli (Lou Reed, Mike Patton, Nick Cave, John Zorn)? Ci hai raccontato di non avere contatti o conoscenze particolari e in questo mondo disilluso è difficile credere a una storia così perfetta! Nessuna polemica, solo bisogno di storie belle…

Si prova meraviglia e paura assieme. E credo che sia bene lasciare inconfessate entrambe sul momento. Davvero poche persone, anche tra quelle che ti sono vicine, possono capire cosa significhi ricevere l’attenzione di professionisti di tale spessore. La meraviglia che si prova è come una ricompensa per l’amore e l’onestà con cui sai di aver lavorato. Tutti in fondo tendiamo a sentirci inadeguati alla felicità: l’unico modo per proseguire è continuare a lavorare con estrema serietà e vivere il raggiungimento di una meta difficile come un’occasione di miglioramento di sé stessi. È vero che non avevo contatti o conoscenze speciali nel mondo della musica; nella vita infatti mi occupo di tutt’altro, almeno per il momento: quello che ho fatto è stato cercare online tracce che mi permettessero di raggiungere i produttori che avevano lavorato ad album che adoro. A loro o ai loro manager, ho inviato la mia musica ed atteso risposta, tutto qui. Per come sono fatta, l’unica via per presentarmi era attraverso la mia musica, ho messo quella davanti a tutto: se piace piace, se non piace si prosegue. È piaciuta. Ma quello che può sembrare un sogno esaudito, nel mio caso è piuttosto il risultato di un impegno e di una dedizione che ha poco a che fare con la fortuna e l’inconsapevolezza.

Sei laureata in fisica e ti occupi di acustica nel reparto ricerca e sviluppo di una multinazionale tedesca.  Raccontaci le speciali connessioni esistenti tra questo lavoro e la tua musica.

Si tratta di vivere sempre con la testa alle frequenze. Non ci sono interruzioni: un campo aiuta l’altro. Sapere come viene generato un suono da parte di uno strumento musicale è una facilitazione enorme quando si deve ragionare, capire e poi spiegare ad altri l’emissione acustica di una sorgente generica di cui si vuole minimizzare il rumore. Viceversa, le conoscenze di teoria dei segnali, degli spettri di frequenza e dei filtri, sono un valido aiuto quando si ha a che fare con la musica e specialmente con l’elettronica; ti rende più consapevole di quello che stai facendo. Ti permette anche di intrattenerti in chiacchiere esclusive con l’accordatore del tuo pianoforte e tormentarlo di domande e commenti di tanto in tanto.

Il lavoro ti ha permesso di finanziare il tuo progetto, rendendolo completamente autoprodotto e indipendente nel senso letterale del termine. Hai preferito non rivolgerti ad etichette discografiche o campagne di crowdfunding. Credi che se non avessi avuto un’indipendenza economica avresti lasciato perdere o, pur di fare un disco, saresti scesa a compromessi?

La verità è che ho fatto in modo che non succedesse di trovarmi ad affrontare la pubblicazione di un disco senza avere un budget adeguato e dover accettare l’eventualità di stare al compromesso. L’arte tutta, non dovrebbe mai conoscere compromessi: al di là del suo valore, piccolo o grande che sia, bisognerebbe sempre lasciare che l’espressione di sé stessi sia la più onesta e libera possibile. Io ho sempre avuto la passione per la musica, quello di pubblicare un album è rimasto un sogno nel cassetto per diversi anni, durante i quali ho studiato, mi sono laureata ed ho trovato un lavoro che mi consentisse di avere la stabilità economica per poter sostenere un progetto musicale in modo professionale. Il mio percorso è stato progettato in questo modo, fin dall’inizio. 
Credo poco nel muoversi allo sbaraglio, nell’improvvisarsi rincorrendo il proprio sogno affidando la buona riuscita di questo solo alla fortuna e al caso. Credo poco anche nel crowdfunding come aiuto per i progetti al debutto, lo vedo più indicato nei casi in cui si ha già un nome ed una base di fan su cui poter contare. Per cui, per come vanno le cose oggi, o si dispone già di un budget oppure bisogna trovarsi un lavoro per poter sostenere il proprio progetto in modo indipendente. Nel mio caso, questo mi ha consentito anche di cercare ed ottenere per il mio album un suono che rispecchia esattamente quello che desideravo e che non è influenzato minimamente dalla tendenza del momento, soprattutto italiana.

Veniamo proprio a questo. A parte l’amore per alcuni cantautori di cui ci hai parlato, sembri molto lontana dalla scena musicale italiana. C’è qualche nostro artista contemporaneo che ti ha colpito?

Sono decisamente lontana dalla scena italiana attuale. L’ho saputo da subito, anche per questo mi sono rivolta ad un produttore straniero. Però sono consapevole del fatto che la scena italiana, come tutte le scene, è il frutto di una polarizzazione momentanea dell’ascolto: ora stiamo vivendo un’esplosione di interesse verso un cantautorato italiano di nuova generazione, ma è verosimile pensare che questa realtà non sia eterna. In ogni caso al momento la situazione attuale è questa, ed il mio progetto si trova più rivolto verso l’estero e verso quegli italiani il cui gusto è vicino alla scena internazionale. In Italia, un discorso del tutto simile al mio, si può trovare in Erio, artista che conosco personalmente ed apprezzo molto e con il quale mi trovo a parlare e condividere impressioni ed esperienze personali del percorso musicale. Allo stesso modo posso citare Mr.Island, Yakamoto Kotzuga e Godblesscomputers.

Della tua musica hai detto: «È musica onesta». Raccontacela…

La musica che scrivo è onesta. Non potrebbe essere altrimenti. Non c’è malizia dietro, non nasce per raggiungere un obiettivo premeditato, non è costruita a tavolino, non scrivo per noia o per darmi un tono. Non faccio musica di intrattenimento, non è il mio intento, né faccio musica per guadagnare soldi, visto che ho già un lavoro ed anzi per il momento il progetto musicale è stata solo una spesa. Non scrivo per passare il tempo, piuttosto è vero il contrario – che rubo tempo ad altro per poter scrivere. I miei pezzi nascono sempre da una tensione che ho avuto bisogno di esprimere a parole e in suoni, per emanciparmi da essa. L’arte è sempre un esorcismo, questa è la verità. Ho capito molte cose di me e di quello che stavo vivendo. Il linguaggio musicale che uso non è di nicchia, ma il contenuto è profondo e di carattere. Lascio che siano la scrittura ed il suono a mostrare la mia personalità, la mia storia e la visione che ho delle cose.

Il disco uscirà ad aprile ma il tuo rapporto con la musica viene da molto lontano. Classica, lirica, rock anglosassone, latina tradizionale, progressive inglese, cantautori italiani, fino all’elettronica che dici averti «travolta». In che modo queste molteplici influenze rappresentano te e la musica che ascolteremo nell’album?

Nel modo più assoluto. Siamo quello che abbiamo ascoltato ed amato da sempre, tutto viene inevitabilmente assorbito, rielaborato ed inconsapevolmente riemerge in una forma del tutto inattesa e personale a creare quello che è una nuova autenticità. Vale per la musica che abbiamo ascoltato, ma vale allo stesso modo per le letture che abbiamo fatto, i viaggi, le persone che abbiamo conosciuto. Tutto contribuisce a lasciare una firma, che resta silente in noi stessi per poi riemergere in modo inconscio quando ci esprimiamo. 
Dalla tradizione classica e lirica italiana, che troppo spesso è un vanto dimenticato del nostro paese, ho ereditato l’amore per la melodia. Dal mondo anglosassone ho preso moltissimo, i più grandi maestri vengono da quella realtà, il rock è nato da una fusione tra la scena inglese e quella americana, in quegli anni il resto dei paesi specialmente in Europa è rimasto a guardare. Il progressive mi ha insegnato a non aver paura a lasciarsi andare a minuti interminabili di trance musicale. La stessa attitudine che mi ha aiutato ad entrare nel mondo dell’elettronica, per me ultima scoperta nel mio panorama d’ascolto. La musica latina, quella tradizionale, mi ha messo in contatto con la passionalità e la mia femminilità. Il cantautorato italiano, come quello americano, mi ha incoraggiato a dare sempre grandissima importanza al testo. Tutti questi ingredienti si ritrovano nella mia musica. Paul Savage stesso mi ha da subito incoraggiato a sottolineare le diverse influenze nell’album.

Una delle cose che più mi ha emozionato quando ci siamo presentate è stata la secchezza di questa frase: «La mia elettronica è scura ed intima. Il testo è tutto. Scrivo solo cose che vivo.»

La mia musica è scura, le atmosfere inquiete sono quelle che mi rappresentano meglio. È la tensione a muovere tutto. La lettura che do della realtà è sempre introspettiva. Mi interessa la musica in cui l’autore si spoglia e parla onestamente delle proprie inquietudini. 
Non vivo alcuna malizia o superficialità nel momento creativo. Non ho proprio il pensiero di un ascoltatore, scrivere per me è prima di tutto un atto intimo, non esiste altro.

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