In Controluce le ombre urbane di Andrea Poggio

Ambientazioni nebbiose, tram, paesaggi tropicali si lasciano raccontare da con eleganza e ritmo dalle musiche e dai testi di Controluce, ultimo disco di Andrea Poggio.  Nove episodi, nove tracce, nove luoghi – fisici o mentali, chissà – in cui perdersi e magari risvegliarsi . Nell’intervista le luci e le ombre di Andrea Poggio.

Controluce, da poco uscito per La Tempesta Dischi, è la prima espressione del tuo progetto solista, che vede la luce dopo un percorso di circa 4 anni. Detto questo non credo sia un progetto guidato dall’istinto il tuo. Come è nato Controluce?

Confermo, Controluce non nasce dal puro istinto, al contrario è un disco minuziosamente studiato in ogni suo dettaglio. In un certo senso rappresenta un’inversione di rotta rispetto a quanto fatto con il mio progetto precedente, i Green Like July. Con i Green Like July le mie canzoni nascevano chitarra e voce e poi venivano lavorate ed arrangiate da un gruppo di persone, in sala prove. Questa volta invece le canzoni non sono nate dalla chitarra o in sala prove, il mio processo creativo consisteva nello svegliarmi presto la mattina, prepararmi un caffè e mettermi davanti al computer. Per la prima volta mi sono potuto avvalere di tutta una serie di strumenti che in realtà non so suonare, tipo flauti, violini e trombe. Ma soprattutto per la prima volta ho potuto definire direttamente e, per così dire, senza intermediari, la struttura ritmica delle mie canzoni.

Quali sono stati i tuoi riferimenti musicali in questo periodo, (abbastanza lungo), di gestazione di Controluce?

Sono molte e disparate le fonti di ispirazione, non si tratta soltanto di rifermenti musicali, ma anche di tutta una serie di stimoli provenienti da altre discipline, sicuramente dall’ambito letterario e cinematografico. Controluce è un disco che è stato scritto in quattro anni, onestamente faccio molta fatica a creare una gerarchia tra le varie fonti di ispirazione. Senza pensarci troppo, dico Haruomi Hosono, Kanye West e Dino Buzzati.

Controluce è un disco complesso che parla per immagini e racconta di luoghi. Sono luoghi che ti appartengono e in cui hai vissuto in questi anni?

Sono luoghi della mia vita e che mi appartengono, anche se spesso nel processo creativo si dissolvono e si trasformano in luoghi non identificabili. Detto questo, vivo a Milano da sei anni e ti mentirei se ti dicessi che Milano non sia, a suo modo, protagonista di questo disco.

Questo mi ispira una domanda marzulliana: quanto siamo influenzati dai luoghi e quanto dalle persone?

Dipende, non sono sicuro di riuscire a darti una risposta parlando in generale. Mi sto accorgendo progressivamente che forse i reali protagonisti di Controluce sono i luoghi piuttosto che le persone. Controluce è un disco che parla di un periodo di radicali cambiamenti, in cui i luoghi mi hanno influenzato sia in maniera positiva che negativa. È stato concepito nel periodo successivo al mio trasferimento a Milano, avevo da pochi mesi lasciato Pavia, città nella quale ho vissuto per dieci anni e che non ho mai particolarmente amato.

Parlando nel dettaglio del disco sembra che ci sia quasi una sovrapposizione di due piani: uno testuale più descrittivo che dipinge immagini e paesaggi attraverso un racconto sincopato, un filo di parole, e la parte emozionale delegata all’aspetto compositivo musicale. Ti ritrovi in questa lettura?

Mi interessa molto la tua interpretazione. Avendo lavorato al disco per così tanto tempo penso che mi manchi la giusta prospettiva per fare un’analisi equilibrata. Risetto a quanto dici, sono in parte d’accordo e in parte invece mi sento di dissentire dalla tua lettura. Certamente i testi hanno un lato descrittivo che è predominante, ma sono così strutturati per dare maggior risalto a quei piccoli o grandi scorci di emotività ben presenti nel disco non solo a livello musicale, ma anche a livello testuale. Credo che l’emotività pura e priva di alcun controllo sia volgare o che, quantomeno, l’emotività debba essere intesa soltanto come uno tra i tanti ingredienti necessari per comporre una canzone. Forse questa impostazione è figlia del mio essere piemontese o del fatto che nella vita cerchi di essere, ammesso che ci riesca, una persona equilibrata? A questo non so rispondere… ma quindi, fammi capire, mi stai dicendo che sono una persona anaffettiva? (ride).

Assolutamente mai! Invece a livello musicale mi ha colto la ricchezza sonora del tuo disco merito anche delle preziose collaborazioni che ha avuto. Tra i quali Enrico Gabrielli. Come è andata?

Enrico ha avuto un ruolo fondamentale nella definizione del suono di Controluce. Quando si è trattato di registrare il disco, a lungo ci siamo interrogati su chi fosse la persona adatta. La decisione è caduta su Eli Crews perché sia Enrico che io eravamo rimasti molto colpiti dal lavoro che Eli aveva svolto su “Whokill” e “Nikki Nack” di Tune-Yards. Per quanto riguarda i musicisti coinvolti nelle registrazioni, Enrico ha chiamato a lavorare al progetto Sebastiano De Gennaro e Yoko Morimyo, che sono due musicisti incredibilmente talentuosi e che, con Enrico, fanno parte dell’ensemble Esecutori di Metallo su Carta. A livello di arrangiamento, alcuni brani erano già in buona parte definiti ed il lavoro che Enrico ha dovuto svolgere è stato, per usare le sue stesse parole, di riempimento degli spazi con i colori, come nei libri per bambini. Altri brani invece hanno visto Enrico intervenire in misura più massiccia e decisiva. Penso ad esempio a “Vento d’Africa”, ma anche all’intermezzo strumentale di “Controluce”.

Anche Adele Nigro ha avuto un ruolo importante. Sbaglio?

Ho conosciuto Adele prima di Any Other, quando ancora suonava nelle Lovecats. Da subito sono stato colpito dalla sua voce, dal suo talento e dal suo approccio al songwriting, all’epoca forse acerbo, ma nel quale rivedevo il me degli inizi. Ho chiesto ad Adele di prender parte alle registrazioni di Controluce molto prima che le canzoni del disco avessero una forma vera e propria, quindi, in un certo senso, è stata la prima persona ad essere coinvolta nel processo creativo. Devo molto ad Adele, non è facile trovare una voce così posata, elegante e, allo stesso tempo, emotivamente intensa.

“Fantasma d’Amore” è un brano molto interessante, a me ha colpito. Come mai l’hai scelto tra le prime uscite?

Penso che sia il brano più malinconico e introspettivo del disco. Una parte di me non voleva scegliere “Fantasma d’Amore” come apripista, Controluce ha un’anima certamente più solare rispetto a quel brano. Allo stesso tempo, da un punto di vista musicale e di arrangiamento, mi sembrava che “Fantasma d’Amore” fosse un buon biglietto da visita, una buona fotografia della ricerca che ho fatto in questi anni.

Il tuo linguaggio molto ricercato, un song writing che tende al cantautorale, si accompagna a incursioni di musica più elettronica. Come si intrecciano questi aspetti per te?

In Italia a parlare di cantautorato si rischia sempre di cadere in fallo, il termine “cantautore” è un termine pesante. Quindi per favore lasciamo stare i cantautori e diciamo piuttosto che io sono autore di canzoni pop. Rispetto a quanto fatto in passato con i Green Like July, Controluce non è nato in sala prove, ma al computer. In fase di scrittura mi sono divertito ad utilizzare fiati, sintetizzatori e a delineare le bozze degli arrangiamenti senza limite alcuno in termini di sonorità. L’unico vero obiettivo che mi sono posto è stato quello di suonare contemporaneo.

Ringraziamo Andrea Poggio e vi lasciamo a Fantasma d’Amore

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