Intervista a Joan Thiele

Salotto del Lanificio 159, ora del thè, luci soffuse e musica spenta : due donne nella penombra si confrontano tra sogni, ambizioni e consigli musicali (mai banali).

Da qualche mese a questa parte mi sono ritrovata  ad intervistare principalmente artiste e questa cosa mi rende estremamente felice , soprattutto perché ho lamentato a lungo l’assenza di ‘potenze rosa’ nel mondo della musica. Posso invece confermare che le artiste donne ci sono e si fanno sentire, anche se purtroppo non ancora abbastanza. Joan Thiele è reduce di un EP, e aspetta con ansia l’uscita del suo primo album, che avverrà a breve. Capelli lunghissimi, viso esotico, sognatrice e viaggiatrice, con lei l’intervista non poteva non diventare una chiacchierata (piacevolissima) da salotto.

Abbiamo parlato della musica di Joan Thiele e di tutto ciò che gira intorno a questo settore, dai produttori, ai musicisti, al doversi affermare con più determinazione in quanto donna, alle artiste che vivono di questo e che in qualche modo provano a cambiare la qualità ogni giorno, dando voce ai pensieri silenziosi e sempre veri di altre donne ancora. Per la mia estremissima gioia abbiamo parlato anche di botanica e del Sud America.

© Elisa Scapicchio

Domanda secca per Joan Thiele: scegli tre oggetti che ti rappresentano e raccontano la tua persona.

Il primo oggetto e’ sicuramente la chitarra perché mi ha aiutato a dare voce a delle storie che altrimenti non sarebbero nate e non avrei mai potuto raccontare, il secondo ( anche se un po’ più astratto) è il viaggio che è un elemento fondamentale per me come donna, come essere umano proprio! Anche il viaggio come la chitarra ha avuto il potere di farmi vivere esperienze che mi hanno decisamente cambiata. Il terzo elemento e’ una persona, ed e mio fratello. Lo amo troppo! (Ride) 

La tua musica ha tanto a che fare con la potenza delle donne della musica black ma hai anche venature più delicate. Quali sono gli ascolti che ti hanno più influenzato non solo artisticamente ma anche emotivamente nel tuo percorso?

Ho avuto una serie di influenze artistiche quindi sono sempre stata molto eclettica in questo, mai fissata per un solo genere. Come hai giustamente citato tu, un elemento sicuro molto importante e’ stata la musica di grandi donne o meglio sono proprio loro i miei “musicisti” preferiti in assoluto, donne in quanto essenza, forza e potenza del lavoro femminile in cui credo tantissimo tra l’altro. Tra queste in particolare Nina Simone, Joni Mitchell, Joan Baez, Lauryn Hill. Come vedi passo da generi totalmente diversi tra loro proprio perché credo che la musica non sia una questione di genere, nel senso che non è il genere a definire la sua importanza ma lo fa invece la storia che racconta. Se poi lo fa con venature folk, country, r’n’b o elettroniche poco importa.

© Elisa Scapicchio

Questo eclettismo di ascolti ti porta quindi a scrivere pezzi molto diversi tra loro anche a distanza di tempo?

Assolutamente sì, e forse il bello è proprio questo. Io innanzitutto amo tantissimo cambiare. Non devi essere tutti i giorni uguale, o almeno personalmente non mi piacerebbe neanche. Non giudico quei gruppi che seguono una sola e unica linea stilistica e riescono a produrre 10 dischi uguali,  perche magari per loro quella è spontaneità e verità quindi non avrebbe senso giudicarli. A volte mi rendo conto di quanto sono cambiata proprio grazie alla musica, nel senso che ho diverse fasi nella vita tutte molto diverse tra loro che allo stesso tempo coincidono con un tipo di musica. Alcune cose non le avrei mai scritte o ascoltate anni fa. 

Essere cittadina del mondo, per il tuo vissuto tra il Sud America, l’Inghilterra e l’Italia ti ha aiutata ad avere una coscienza musicale differente? Cosa rappresenta per te il viaggio in questo senso?

Il viaggio per me è sempre stato anche un po’ una scusa fin da piccola per allontanarmi non solo emotivamente ma anche fisicamente da un senso di routine. Per esempio da ragazzina magari mi lasciavo con il fidanzatino e avevo bisogno di andare anche solo a 10 km da casa per prendere coscienza di me stessa e ritrovare una serenità interiore. Fondamentalmente poi mi ha sempre spinto la curiosità. Tutti i paesi di cui hai parlato, quindi sia l’Inghilterra che la Colombia, sono dei posti a cui io mi sento profondamente legata. Il disco che ho scritto per esempio nasce proprio in Colombia da questo viaggio che ho dovuto fare per andare a trovare mio padre ,che vive tutt’ora lì, e che purtroppo era molto malato. Capisci quindi che non è un viaggio nato non con lo spirito avventuriero o di svago, ma forse proprio per questo motivo è nato qualcosa di ancora più inaspettato perché ho visto dei posti che normalmente non avrei visto, parlato con persone che non avrei incontrato, vissuto interiormente delle cose che sono state dettate da quel momento e quindi diversamente non avrei mai vissuto. 

Canzone che il tuo cervello ha totalmente rimosso?

(Ride). Allora nel senso negativo del termine , e cioè che mi ha devastata tutta l’estate perché ovunque andassi la sentivo, è “Despacido”! Una che invece non riesco più a sentire perché l’ho ascoltata troppo, amata troppo ecc, ecc. è “Stairway to heaven”. Infatti a Londra ho visto dei cartelli molto simpatici con scritto “Please don’t play Stairway to heaven ” quindi deduco da questo che è un sentimento condiviso.

Ringraziamo Joan!

Ringraziamo il Lanificio 159 per l’ospitalità.

© Elisa Scapicchio

 

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