Matteo Fiorino | L’intervista per conoscere “Fosforo”

Matteo Fiorino
© Bruno Pecchioli

Uscito il 6 febbraio per Phonarchia Dischi, Fosforo è il secondo album firmato Matteo Fiorino e prodotto da Nicola Baronti. Lo abbiamo intervistato nel giorno del live romano, co-organizzato dalla redazione, a Le Mura per conoscere cosa è accaduto dietro le quinte in questi tre anni di scrittura, tra influenze dei grandi della musica italiana ed internazionale, collaborazioni di enorme sostanza, il suo personale e variegato mondo artistico/musicale e i viaggi che hanno portato ad un nuovo immaginario.

Secondo album a distanza di tre anni. Quanto c’è di nuovo inteso come cambiamento di ascolti personali e quanto invece c’era già allora ma magari non avevi voluto “azzardare”? Lo descriveresti un album più coraggioso del primo? 

Non so se nell’attuale panorama musicale italiano, così dominato dall’elettronica e dal pop, sia più coraggioso uscirsene con un disco di cantautorato acustico o con un disco ricco di sonorità e di riferimenti.

Posso dire che con questo album mi sono voluto scrollare di dosso la patina folk cantautorale del disco precedente per indossare una veste sonora più internazionale, più fedele ai miei vecchi ascolti: i vari Vecchioni, Graziani, Battiato, Dalla ecc., li ho scoperti dopo aver ascoltato artisti come Thelonious Monk, Jobim, Steve Wonder, Beatles, Pink Floyd, Supertramp. Ma a indicarmi questa nuova strada, tracciata con grande lucidità dal produttore artistico Nicola Baronti, sono stati i nuovi brani, che hanno fatto emergere appunto il mio background musicale in tutto il suo eclettismo.

Usi dei testi molto ricchi di parole. Come avviene la ricerca del tuo linguaggio in musica? 

Altri mi hanno detto esattamente l’opposto… ragazzi, decidetevi!

Non ho un criterio nella ricerca del linguaggio, la musica e il testo si scelgono a vicenda, parola per parola, durante la stesura del testo. L’unica costante che mi ha accompagnato fino ad ora è stata quella di dare priorità alle necessità espressive della canzone, affinché questa possa rappresentare se stessa, cantare se stessa e vivere di vita propria. Mi interessa di più suggerire che raccontare testualmente.

Cosa rappresenta nel tuo quotidiano la parola fosforo? 

Prima che questa parola diventasse il titolo dell’album, era semplicemente l’elemento chimico che assieme all’azoto e al potassio serve a concimare i terreni. Questa è una delle poche cose che mi ricordo di quando frequentavo l’istituto agrario. Oltretutto all’agrario non si faceva greco, per cui ho scoperto la sua etimologia (“portatore di luce”) parecchio tempo dopo.

Diciamo che non l’ho mai associata alla memoria o al pesce, come vuole l’immaginario collettivo. E nemmeno al dentifricio, sebbene gliela associo nel brano che da il titolo all’album.

La collaborazione con Iosonouncane ha dato vita al brano “Madrigale”. Com’è nata questa collaborazione e come è stata strutturata la scrittura del pezzo? (A quattro mani o innamoramento post ascolto, ti ha scelto lui, lo hai scelto tu?) 

Ho pensato per la prima volta a un intervento di Iosonouncane quando ancora stavo scrivendo le prime bozze di Madrigale. Mi immaginavo un solo di synth sul finale e pensavo che, se l’avessi mai incisa, Jacopo sarebbe stata la persona giusta per quel solo. Non era ancora uscito DIE, e conoscevo Iosonouncane per il primo disco, La macarena su Roma. Già allora avevo parecchia stima del suo lavoro. Poi, due estati fa, durante le registrazioni del nuovo disco, è stato Nicola Baronti, folgorato dall’ascolto di DIE, a suggerire che Jacopo intervenisse su un brano del disco. Così lo abbiamo contattato e gli abbiamo proposto tre brani, tra cui Madrigale. Lui ha scelto esattamente quello, e ha suonato di tutto: clap, percussioni, mellotron, arpeggiatore, voci e cori ecc.

Matteo Fiorino | Le Mura
© Bruno Pecchioli

Ho trovato incredibile il video del suddetto brano: un legame con l’immaginario di Frida Kahlo. Ti senti legato in qualche modo al folklore messicano, soprattutto relativamente ad alcuni temi come quello della morte, inteso come ricordo che per una volta all’anno viene riportato totalmente in vita, apparecchiando l’assenza? Si voleva celebrare anche questo o era tutt’altro lo scopo? 

Mezzacapa, il videomaker, ha optato per degli ex voto messicani, tra cui alcuni dipinti proprio da Frida Kahlo, soprattutto perché la matrice surrealista della pittura messicana del primo Novecento lo avrebbe alimentato maggiormente a ricomporre i dipinti ex voto in chiave sarcastica.

Partendo dal messaggio anticattolico della canzone, Mezzacapa ha ricomposto e animato in chiave surrealista alcuni ex-voto messicani di primo Novecento, prendendo spunto proprio da quelli dipinti da Frida Kahlo, ampiamente citati nel video. Ribaltandone lo scopo fino al paradosso, in questi quadri votivi si celebrano doni mancati “per grazia ricevuta” e si sdrammatizza rimpiangendo un amore, un’insalata di mare, una pasta e fagioli mancata. Lo scopo del video era proprio questo: adottare un linguaggio visivo dissacrante in linea con il brano, che critica la morale indotta di stampo cattolico e le sue nefaste conseguenze sulla libido.

Immagina che ti venga proposto un feauturing con un artista dove puoi scegliere, oltre a questo, anche un produttore e un chitarrista. Chi sceglieresti in tutto il panorama internazionale? E che titolo daresti al brano in questo caso?

Te lo saprò dire dopo aver scritto il brano!

Si ringraziano Matteo Fiorino, Le Mura ed Agnese Ermacora per la disponibilità.

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