Un disco per uscire allo scoperto | Intervista a Maldestro

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  • Il nuovo disco di Maldestro, Mia madre odia tutti gli uomini, è uscito il 9 novembre ed è senza dubbio il suo lavoro più intimo e autobiografico. Abbiamo fatto due chiacchiere con lui dopo lo showcase alla Santeria Paladini di Milano: non siamo tornati sulla sua storia, sulla camorra e su tutto quello che forse già si conosce, ma abbiamo scavato parecchio a fondo e ci siamo fatti raccontare come queste cose siano diventate canzoni, in un album che è un ringraziamento alla madre per averlo portato via da una realtà che spesso non dà scampo.

La tua storia è abbastanza nota e non mi ci soffermerei, piuttosto rifletterei sul fatto che in questo disco finalmente ce la racconti in prima persona, mettendoti a nudo senza più “nasconderti” dietro le storie degli altri…

Credo sia perché negli ultimi due anni ho acquisito più consapevolezza sia artistica che umana e ho sentito che era arrivato il momento di uscire allo scoperto. Fino ad oggi avevo sempre vissuto la nudità come uno svantaggio, oggi invece la vedo come un punto di partenza per costruire la verità o almeno cercare di arrivarci il più vicino possibile.

Finora la nudità è stata uno svantaggio…

Si, mi ha sempre fatto paura. Sono cresciuto in fretta e con la sensazione costante di dovermi difendere dagli altri e dal fatto che potessero approfittare della mia sensibilità e fragilità. Così ho fatto sempre il duro ma oggi non ho più paura.

La traccia che apre il disco, “Il seme di Adamo”, ha un andamento blues che è difficile trovare altrove nella tua musica. C’è qualche nuovo ascolto che ultimamente ti ha influenzato o c’era già in te un amore per il blues?

Ho sempre amato il blues ed è sempre stato nei miei ascolti. Probabilmente ce l’ho dentro perché è nella mia voce, o almeno così dicono: quando facevo teatro mi dicevano sempre che avevo un bellissimo timbro scuro. Io invece mi sono sempre vergognato della mia voce e non avrei mai pensato di fare il cantante. Magari, chissà, un giorno farò un disco solo blues.

Quando dici «Cerco la bellezza come un cane ma poi la lascio andare sul portone o nelle mani degli altri»…

Ti odio (ride)… Beh, io ho un grande talento: quello di andarmene, di andarmene sempre anche quando amo follemente. Sono ossessionato dalla ricerca dell’amore e della bellezza ma poi quando sento di averla trovata è come se volessi a un certo punto restituirla al mondo, perché non può essere solo mia. Può sembrare folle quello che dico ma la bellezza deve essere di tutti: posso tenerne un pezzettino per me, ma la bellezza è del mondo.

Una band/artista italiano o straniero che ti piace ma che nessuno si aspetterebbe mai tra i tuoi ascolti?

Questa cosa non l’ho mai detta a nessuno (ride) ma ci sono alcune canzoni di Gigi D’Alessio che mi emozionano. Le vecchie, quelle neomelodiche. E c’è un motivo: ascoltare quei brani mi riporta a Scampia, a casa mia, a quando a 12 anni ascoltavo Fossati ma aprendo la finestra di casa c’erano le ragazzine che mentre facevano le pulizie domestiche ascoltavano le sue canzoni, e si emozionavano. Magari quelle ragazze non avevano gli strumenti, né qualcuno in casa che ascoltasse De André o Fossati, ma si emozionavano con D’Alessio. E se D’Alessio faceva emozionare quelle persone, allora lui ha motivo di esistere, perché la felicità è un diritto di tutti. Confessa, ora ti piace un po’ di più Gigi D’Alessio (ride).

Raccontaci della collaborazione con Taketo Gohara. Qual è la cosa più importante che ti ha restituito?

Avrei voluto fare già l’album I Muri di Berlino con lui, poi però ho lavorato con Filardo, che aveva già arrangiato il brano con cui ho partecipato a Sanremo e sono stata felicissimo. Ma Taketo era nei miei pensieri da sempre. Così, quando il tour è finito e ho cominciato a lavorare al nuovo disco, gliel’ho fatto ascoltare e ci siamo visti. Quel giorno abbiamo parlato ininterrottamente, un giorno intero senza mai parlare di musica, e dopo ventiquattro ore mi aveva già capito, aveva già capito la mia anima e tutti i momenti che avevo attraversato. Un vero produttore deve essere così: deve essere un artista. In due anni gli ho mandato centosessanta brani, ascoltandoli mi ha definito un cantautore a metà tra un Johnny Cash e un Tom Waits italiano, e così ho pensato che fosse ubriaco ad aver visto in me quelle cose. In realtà mi stava suggerendo di trovare una mia strada, di trovare veramente me stesso e uscire allo scoperto. Così da quei centosessanta pezzi ne abbiamo scelti trenta, e da questi le dieci tracce entrate nell’album.

C’è qualcosa in particolare della tua terra che pensi non troverai mai da nessun altra parte?

Tutto, e naturalmente i ricordi. Penso che se mi dessero la possibilità di vivere in un posto come New York ma portando con me la mia doccia, il mio amico d’infanzia, la ragazza a cui ho dato il primo bacio, il primo con cui ho fatto a cazzotti, mi ci potrei anche trasferire a New York. Non avrei però quei paesaggi, quella periferia, le baracche da cui vengo. Non troverò quelle sensazioni da nessun altra parte: ho vissuto a Scampia fino a quando avevo 13 anni e me lo porto addosso.

Nella tua presentazione del disco dici che bisogna cooperare con il dolore…

Io non conosco depressione, ansia, panico, perché ho sempre abbracciato il dolore, l’ho vissuto fino in fondo, l’ho anche amato. Solo se capisci il dolore e lo accetti, anziché cercare in tutti i modi di soffocarlo, fare finta che non ci sia, ignorarlo, solo così puoi veramente costruirci sopra te stesso. Credo che non si debba mai sentirsi più forti del dolore perché senza il dolore la felicità non ha ragione di esistere.

Mia madre odia tutti gli uomini è uscito il 9 novembre per Arealive.

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