Sadside Project | «Un disco punk-rock in italiano, per continuare a fare quello che ci piace»

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Lo scorso venerdì i Sadside Project (Gianluca Danaro, Domenico Migliaccio, Matteo Iacobis), al MONK, hanno presentato in anteprima i brani che andranno a comporre il loro prossimo disco – di cui ancora non conosciamo titolo e data di uscita. Si tratta delle prime composizioni in italiano per il gruppo garage-folk – militante in Bomba Dischi sin dagli albori dell’ “etichetta indipendente” per eccellenza – che all’attivo ha tre dischi interamente in lingua inglese.
Li abbiamo raggiunti nel backstage prima del concerto, per farci raccontare qualcosa in più su questa prossima fatica.

Il primo disco dei Sadside Project in italiano, dopo tre dischi in lingua inglese (Fairy Tales, Winter Whales War, Voyages Extraordinaires). Perché questo cambio, e perché proprio adesso?

In realtà, molto trasparentemente, abbiamo iniziato a scrivere in inglese perché non abbiamo mai ascoltato musica italiana prima dei 20-25 anni. Come in tutte le arti, uno “copia” quello che gli piace e prova a farlo suo: ascoltando i White Stripes, gli Strokes e ancor prima tutto il punk-rock – dai Blink 182 ai NOFX, passando per i Sum 41 – , quando scrivevamo era più naturale farlo in inglese. La ritenevamo anche una soluzione migliore dal punto di vista della metrica, i testi in italiano ci sembravano goffi. Pian piano, cominciando ad ascoltare tanta musica italiana, è arrivata una maggiore voglia di esprimerci: per quanto uno possa cantare in inglese, non è il tuo lessico e non è la tua lingua, e ci siamo resi conto che un po’ ci nascondevamo. Volevamo che i testi non si limitassero al solo suonare bene e abbiamo iniziato a badare di più al significato. Semplicemente questo: un bisogno di espressione più sincera, senza particolari filtri.

Dal punto di vista dei suoni, invece, siete un gruppo che ha sempre spaziato tantissimo: dal garage rock al folk, passando per una marea di contaminazioni non sempre – forse quasi mai – in linea con quelle che erano le tendenze del mercato. Avete mantenuto questo approccio anche nella scrittura di questo disco?

Noi siamo sempre stati piuttosto liberi da questi vincoli: quello che ci andava di suonare, l’abbiamo sempre suonato. Non è che se facevamo blues allora non potevamo fare un pezzo folk, o punk-rock, o viceversa. Ci sentiamo meglio con l’italiano? Facciamo musica in italiano. Portiamo avanti i pezzi usando come metro di paragone quanto ci piace suonarli, piuttosto che il parere esterno di terzi. Anche per questo disco stiamo facendo questo. Viviamo in un mondo musicale dove se ragioni così sei un bello sfigato: è difficile uscire, perché devi guardare sempre a cosa funziona, e purtroppo si vede che molta musica è prodotta per funzionare. Ci sono poche belle eccezioni, e noi ne vogliamo far parte: per noi non è un discorso da sognatori, ma un discorso pratico.

Dall’uscita del vostro ultimo disco Voyages Extraordinaires, sicuramente di matrice più folk rispetto ai lavori precedenti, sono passati tre anni. La sensazione che si ha avuto, ascoltandovi nelle vostre uscite live più recenti, è che vi fosse un ritorno alle sonorità più pesanti dei primi dischi: è questa la direzione del nuovo disco?

È una sensazione giustissima: siamo ritornati su una discesa elettrica e super fuzzosa. Consideriamo conclusa la nostra parentesi folk: Voyages Extraordinaires ce lo portiamo dentro, ma adesso stiamo tornando su una matrice molto più elettrica e, ci teniamo a dirlo, molto punk-rock. Il punk-rock per noi è importantissimo: i Sadside Project vengono dal punk rock e si vede nelle linee vocali, nelle parti di batteria e nei soliti tre accordi messi in quel modo lì, con cui fai tutto, che poi non è altro che “All the small things”.

Il nuovo disco vedrà il coinvolgimento, nella produzione, di Matteo Iacobis (Laago, Boxerin Club). Com’è nata questa collaborazione?

Matteo ci ha sempre seguiti, e l’esperienza insieme a Bomba Dischi (Matteo era il frontman dei Boxerin Club) ha rafforzato questa cosa. Poi, non volendolo, è successo che lui e Gianluca sono diventati vicini di casa: sostanzialmente, l’avvicinamento vero e proprio ai Sadside Project è cominciato comprando una Playstation (ride, ndr). È successo tutto in maniera piuttosto naturale: ha ascoltato i pezzi, ha cominciato a dare delle opinioni e alla fine ha iniziato a investire il suo tempo per concretizzarle. Il disco nuovo andava ad affrontare in maniera molto immaginaria alcune cose che lo toccavano nel personale, e per noi è stata una fortuna.

La formazione dei Sadside Project è in continuo divenire: dal duo chitarra-batteria, che ne costituisce il nucleo, si sono aggiunti basso e violino con l’ultimo disco (Claudio Gatta, Andrea Ruggiero), e ora Matteo farà parte di quest’ulteriore nuovo assetto in trio, ai synth.

Quando abbiamo finito di scrivere, ci siamo resi conto che in due avevamo l’80 percento. Mancava quella componente del disco che nei provini c’era ma che live spariva, nonostante le chitarre loopate. I synth servivano anche live, e Matteo è stata la scelta più sensata, sia umanamente che musicalmente.

Bomba Dischi e Davide Caucci, raccontati dal punto di vista di chi li ha vissuti prima e dopo Calcutta.

L’etichetta in primis è un’azienda, che deve fare delle scelte per capire come muoversi all’interno di un panorama musicale: Davide ha avuto la bravura di fare delle scelte talmente buone e oculate, che è andato a piazzare gli artisti giusti nel momento giusto. È un talent scout e un imprenditore musicale con due palle tante, e si è fatto sempre il culo. Non ha mai smesso: da quando faceva le serate al Mads, al Dimmidisì, al Polimorfo, per poi arrivare al Circolo degli Artisti con La Tua Fottuta Musica Alternativa, che ai tempi sembrava fosse la cosa più bella del mondo. È stato il primo a chiamarci, e gli siamo molto grati per aver fatto diventare i Sadside Project lo #001 di Bomba Dischi. Anche dal punto di vista delle etichette è fondamentale produrre quello che ti piace, e Davide è decisamente una persona che promuove l’arte. Io ti posso garantire che qualche anno fa quando Edoardo (Calcutta) apriva i nostri concerti e si metteva sul lato del palco con una chitarra classica – davanti a 25 persone e senza nessun tipo di amplificazione – Davide era lì, e impazziva.

Siete fra i superstiti di un certo tipo di indie, che adesso sicuramente è una minoranza. Un nome dell’indie “vecchia scuola” che dovremmo riscoprire, e uno di quello attuale che fa parte di quelle «belle eccezioni» di cui parlavate prima.

A grandi linee, quello che adesso manca sono senza dubbio le chitarre. Alte, in faccia, distorte. Ci sono solo synth e batterie finte in tutto quello che si sente. I Vondelpark erano un grandissimo gruppo che lo stesso Davide avrebbe voluto produrre – decisamente improducibili, se consideriamo i “canoni” di quello che dovrebbe funzionare nel mercato – ma che purtroppo si era già sciolto. Noi siamo affezionati a un tipo di musica che vede le chitarre in prima linea per cui, per quanto ci possano piacere i synth (e per quanto questi siano entrati anche nel nostro progetto), ci dispiace sentirle di meno. Non si tratta di nostalgia, ma di gusto personale. Per questo ci piacciono, per esempio, i Fast Animals and Slow Kids: perché all’interno della loro musica le chitarre hanno proprio quel tipo di ruolo.

La vostra produzione in inglese risulta – sorprendentemente, per degli italiani – molto credibile, dal punto di vista della pronuncia e del sound. C’è stato modo, per i Sadside Project, di suonare e avere qualche riscontro anche all’estero?

Abbiamo suonato tantissimo in Italia, ma mai all’estero. Non accadrà mai che un artista italiano attecchisca all’estero: il problema dell’italiano all’estero è che viene fortemente associato a uno stereotipo di bel canto, e sicuramente non ti verranno a sentire perché canti in inglese, anzi. Puoi pure essere fortissimo, ma ci sarà sempre qualcuno, madrelingua, che ti farà il culo in quello che fai. Serve una macchina enorme dietro, che ancora non è fatta per gruppi indipendenti come il nostro.

I Sadside Project sono:

Gianluca Danaro – Voce, Chitarra
Domenico Migliaccio – Batteria
Matteo Iacobis – Tastiere e Synth

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