Ascoltarsi dentro per raccontarsi fuori | Intervista a The Leading Guy

The Leading Guy

Simone Zampieri, in arte The Leading Guy, è un cantautore italiano con alle spalle un bellissimo album folk in inglese, e davanti un nuovo progetto in collaborazione con Sony. Il 26 novembre partirà il suo nuovo tour da Campo Teatrale a Milano. Nel frattempo, lo abbiamo raggiunto telefonicamente per fare due chiacchiere.

The Leading Guy. Cosa ti ha portato a scegliere questo nome?

Stavo cercando un acronimo per il progetto. In quel periodo ascoltavo molto Micah P. Hinson e c’era questa sua canzone che si chiamava “The Leading Guy”. Il testo era molto forte e raccontava di questo ragazzo che viene crocifisso nel nome del rock’n’roll. Quello che mi piaceva, più che altro, era l’idea di potermi chiamare The Leading Guy e suonare da solo.

Cos’hai trovato nel folk? In cosa riesce a capirti e perché hai deciso di dare voce alla tua interiorità attraverso questo genere musicale?

Rispetto alla musica nostrana, a livello di comunicazione, il folk ha voglia di raccontare. Il tutto parte da una tradizione orale per poi arrivare a trasformarsi in musica. Questa voglia di raccontare a me piaceva, e metricamente è molto più semplice raccontare una storia, come provo a fare io, con la lingua inglese. Non è stata una scelta, ma una cosa molto naturale. Con l’italiano non riesco proprio a farlo. Ho iniziato a scrivere quando abitavo in Irlanda, e quando inizi a fare una cosa così poi ti rimane.

Infatti, ho letto altre interviste in cui hai dichiarato che cantare e scrivere in italiano, sono cose che non ti fanno stare bene…

Io scrivo canzoni perché è una cosa che mi piace, ma fondamentalmente non sono obbligato. Scrivere in italiano mi è difficile, se non pesante. Arrivo da ascolti italiani che sono dei macigni come De André e Guccini, e quindi quando scrivo mi autocensuro. Il cantare per me è in inglese. Quando parlo penso in italiano ma quando canto penso in inglese.
Anche a livello di immagini: la lingua inglese a livello poetico, se vogliamo, ha molte più immagini forti. Anche De André ne creava molte ma, rispetto all’inglese, l’italiano perde un po’ in melodia, e secondo me è facile cadere nel neomelodico.

Quali sono i tuoi mostri sacri e i tuoi ascolti maggiori nell’ultimo periodo?

Ti faccio tre nomi che mi hanno cambiato totalmente: il primo è Bob Dylan, ovviamente, poi i Wilco e recentemente, da circa cinque anni, i Villagers. Ho deciso di scrivere il primo disco, Memorandum, dopo aver visto i Villagers in concerto, ed ho dedicato il disco al cantante. È stata una vera folgorazione.
In questo momento non sto ascoltando molta musica, visto che esco dalla scrittura del disco. Di quello che gira adesso ho ascoltato poca roba, anche se di artisti ne ho sentiti veramente molti, ma non riesco a dirtene uno di riferimento. È un periodo in cui non sono innamorato di qualcuno in particolar modo.
Del mondo pop mi è piaciuto l’ultimo disco di St. Vincent, anche se è molto diverso da quello che faccio io. Facendo questo tipo di musica, quando devo ascoltare qualcosa, cerco di spaziare il più possibile. Ho proprio bisogno di allontanarmi da quello che faccio io. Quando ascolti il tuo genere, rischi di smascherare il trucco. Sai benissimo come si scrive quel tipo di canzone, o comunque pensi di saperlo, e quindi non hai il senso della novità.

Quando sei in fase di scrittura, come avviene la magia? Come si sviluppa la tua fase creativa?

Ho una tecnica strana. Ogni giorno suono almeno un paio d’ore e butto giù qualsiasi idea mi venga in mente. Poi passano anche sei, sette mesi e cancello tutti file audio che ho salvato nel telefonino perché sento che sta per succedere qualcosa, e riparto da zero. Solitamente i dischi mi escono in dieci giorni. È una cosa strana: raccolgo, raccolgo, raccolgo finché non divento saturo e poi scrivo. Memorandum è nato così. Ho raccolto tantissime cose che non ho mai usato e poi in una settimana, quindici giorni, ho scritto tutto il disco.

Come definiresti Memorandum?

Terapeutico e un colpo di fortuna perché è un disco che non volevo scrivere.
Dopo averlo scritto, l’ho fatto sentire a un po’ di amici tra cui Enrico Decolle, in arte DEKO, che è un musicista anche lui.
«Devi registrarlo. Vieni a Berlino. Se vuoi lo usi, altrimenti te lo tieni per te», mi disse. Quando sono tornato da Berlino con il disco, gli amici cercavano di convincermi a pubblicarlo.
Ho sempre voluto far questo nella vita, e non avrei mai immaginato che quel disco fosse così importante. Il fatto che io mi sia fatto convincere è stata una fortuna perché poi ho iniziato a fare questo nella vita, grazie ai miei amici e a Memorandum.
In quel disco ho scritto cose così personali che non avrei mai immaginato di cantare su dei palchi.
È come aver scritto un diario segreto che nessuno leggerà mai, ed è proprio questa, secondo me, la forza del disco: l’onestà di dire cose.

Hai aperto ad artisti come Jack Savoretti e 2Cellos ed ultimamente a Xavier Rudd nelle tre date italiane. Immagino sia stata un’esperienza emozionante.

Bellissima! Ero un po’ scettico riguardo la questione. Non conoscevo quel tipo di mondo ma è stato incredibile perché lui è la musica che fa, è quello che suona: legno puro.
Nel backstage c’era un clima che non ho mai visto nei grandi eventi. Tutto molto rilassato. Spesso ho conosciuto artisti che non coincidevano con quello che suonavano, ma Xavier è tutt’altro: come lo vedi sul palco, è così nella vita. È molto tranquillo e posato. Ha una storia assurda, e vivendo in Australia è molto legato alla natura. Era sempre scalzo nel backstage, nessuno alzava la voce. Sul palco porta un mondo e in quelle due ore di concerto sei vicino agli aborigeni con i quali lui vive nelle comunità in Australia.

Ultimamente The Leading Guy è salito su un palco in vesti diverse. Com’è stata l’esperienza teatrale?

La follia che ho fatto quest’anno.
Sono stato invitato al Festival del Coraggio di Cervignano del Friuli. Ero titubante all’inizio, poiché non mi sentivo importante abbastanza per chiudere un festival e parlare di coraggio, anche per gli ospiti che avevano avuto: dalla Famiglia Regeni a Gherardo Colombo. Mi sono detto che dovevo fare qualcosa di diverso ed ho scritto un monologo sul coraggio, raccogliendo più materiale possibile, testimonianze di personaggi famosi e non. Tutti sanno cos’è il coraggio, però quando vai a parlare con la gente, ti confronti con talmente tanti punti di vista che alla fine ti chiedi cosa sia in realtà.
È stata l’esperienza più emozionante che ho fatto ultimamente.
Ero terrorizzato: tenere un’ora e dieci di monologo non è il mio mestiere, ma è stato bellissimo.

L’adesivo di Bob Dylan sulla chitarra è un santino, credo. Anche io ne ho uno nel portafogli. A te ha portato fortuna ?

Devo dire di sì, e porta anche tanta responsabilità.
Tutti notano questa cosa pensando sia ricercatissima, ma in realtà no. Una sera ero con la chitarra e stavo scrivendo. Avevo una biografia enorme anni sessanta di Bob Dylan, trovata in qualche mercatino dell’usato in Irlanda, che aveva anche degli adesivi alla fine. Ero sbronzo. Ho attaccato quest’adesivo sulla chitarra senza pensarci, e poi ho provato subito a toglierlo. La colla era talmente forte che non veniva più via e stavo rischiando di grattare via la vernice della chitarra. Da quella volta è rimasto lì.
Quella chitarra ormai è diventata un simbolo. In un tour non l’avevo portata e tutti mi chiedevano dove fosse la chitarra con Bob Dylan.

“Land of Hope” e “Times” anticipano il nuovo album che uscirà nel 2019 per Sony. Com’è nata questa collaborazione?

Credo che loro mi abbiano “pedinato” per un bel po’ di tempo ai miei live.
Con Memorandum sono andato veramente ovunque. Mi hanno seguito e gli piaceva molto il progetto, ed hanno aspettato di capire se sarei cresciuto o meno. Quando ho scritto il secondo disco mi hanno contattato per sentire i provini, e da lì è nata la collaborazione per questo secondo album.

Un album raccoglie sempre delle canzoni che si basano su un tema comune, che sarebbe poi il messaggio che l’artista vorrebbe trasmettere al pubblico.
Cosa ti piacerebbe trasmettere con l’album che stai preparando?

Sicuramente una crescita a livello musicale. In Memorandum ho suonato solo in presa diretta, mentre in questo disco ci saranno circa dodici, tredici musicisti. Un cambio di marcia a livello sonoro importante che non è sempre un bene, ma in questo caso spero di sì.
Tutto il disco l’ho scritto intorno ai trent’anni, quindi quando si arriva ad una grossa crisi. Un disco bilancia a metà tra il primo disco e quello che verrà. Memorandum guardava molto al passato a differenza di questo che si ferma al presente. Quello che vorrebbe trasmettere è un senso di comunità che mancava nel disco precedente, in quanto più personale. Ha voglia di comunicare con gli altri, e questa è la chiave della crescita per una persona, per evitare di chiudersi in se stessi.

C’è qualche artista, italiano o estero, con cui ti piacerebbe confrontarti per collaborare?

Se ne avessi la possibilità mi butterei su una collaborazione con qualcuno che fa roba diversa dalla mia, come ad esempio Lorde.
Non è il mio idolo, ma è sicuramente un mondo molto bello e mi piacerebbe molto fare un brano con lei.
Di italiani non saprei. Probabilmente con qualcuno di storico come la Vanoni (ride).
Se non la Vanoni, comunque, uno di quei personaggi di altri tempi con una certa esperienza, da cui potrei imparare qualcosa.

The Leading Guy

Memorandum è uscito nel 2015 per Lady Lovely Label.

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