Quando il Rap incontra gli Who | Intervista a YDFWN

YDFWN

YDFWN è l’acronimo di You Don’t Fuck With Niño: classe ’93, produttore, dj, rapper ed MC, ha rilasciato lo scorso 7 settembre Tommy, il suo primo disco da producer, che si sviluppa prendendo le mosse dall’omonimo album degli Who. L’album vanta importanti collaborazioni con gli MCs più popolari della scena rap romana – e non solo: YDFWN ha messo a disposizione il suo arsenale di beats, spaziando dal rap più classico alla trap, permettendo ad ogni suo ospite di sentirsi a proprio agio nel poter dire la sua.

Che storia volevi raccontare con questi artisti?

Nessuna. Gli artisti che ho scelto raccontano la storia che preferiscono, ispirati dal beat che io confeziono per loro.
Non è un disco che ha una sua storia ma concettualmente si rifà a Tommy degli Who, che racconta la storia di questo ragazzino che assiste all’omicidio del padre attraverso lo specchio di casa. La cosa ovviamente lo traumatizza e la madre, carnefice insieme all’amante, lo minaccia di non dire nulla e lui reagisce diventando sordo cieco e muto. Il ragazzino, abusato e maltrattato, riacquisisce i sensi attraverso la rottura di uno specchio.
La morale del disco è che devi distruggere quello che nella vita ti frena, uscire dalla tua comfort zone.
Questo è ciò da cui sono partito per fare il mio Tommy.

Con chi ti sarebbe piaciuto collaborare, oltre a tutti gli artisti presenti nel disco? 

Ce ne sono almeno tre o quattro che volevo inserire nel disco ma, per motivi lavorativi e tempistiche sballate, non ce l’abbiamo fatta. Doveva esserci Yamba insieme a Leslie nel pezzo “Sushi Roll”, Suarez di GDB (Gente de Borgata) che è prenotato per Tommy Vol.2, ti faccio questo spoiler. Davide Sace ha già un beat pronto, sempre per Vol.2 e poi ci sarebbero un paio di artisti di Milano, ma finché non mi danno conferma preferisco non dire gatto finché non ce l’ho nel sacco.

Come fai a capire se un pezzo sta prendendo la direzione giusta? Segui l’istinto o hai uno schema fisso?

Diciamo che per ogni pezzo che chiudo, ne seguono almeno tre o quattro che non porto mai a termine. Non sono mai continuo con quello che faccio perché, parlandoci chiaro, sono un fattone .
Per quanto riguarda le modalità di creazione, ti rispondo che dipende molto dal genere che vado a fare.
Se devo fare un beat con un ritmo molto boom bap tra gli 80 e i 100 bpm, che sono tempistiche molto care agli jihadisti dell’hip hop old school, parto dal campione aggiungendo poi eventuali altri strumenti, finendo con la cassa.
Per beat con tempistiche e suoni più moderni tripponi, faccio esattamente il contrario. Per beat trap utilizzo pochi campioni.
L’ho fatto in questo disco per cercare di dimostrare che si può fare trap anche con il metodo di produzione dei beat old school. Solitamente uso sintetizzatori e parto dalla cassa.

Qual è il pezzo che ti ha soddisfatto di più nel produrlo, e qual è stato quello più difficile?

Il pezzo che mi ha dato più soddisfazione è stato “Ciao Nì” perché dovevamo vederci per scegliere il beat in una cartella tra quelli già fatti, ma alla fine l’ho fatto partendo da zero, in 20 minuti, con Prisma e William Pascal lì con me.
Secondo me è uscita una bomba nucleare.
Quello più difficile è stato “Tasto Rosso” con Lucci e White Boy: un vero parto gemellare.

Come nasce la voglia di voler produrre beat?

Da ragazzino facevo il batterista in un gruppo black metal di pippe. Doppio pedale a cannone, tutta roba un sacco veloce.
Non ero neanche male col doppio pedale, ma dopo un po’ la coordinazione occhio-mano mi mancava e siccome nel black metal è fondamentale, ho capito che non era la mia strada.
Poi ho conosciuto vari ragazzi più grandi che mi hanno introdotto in quest’ambiente.
Il mio mentore assoluto è stato Hyst: il primo pezzo l’ho registrato da lui, il primo disco l’ho fatto con lui, abbiamo fatto anche un featuring insieme. La persona che mi ha insegnato più di tutti a livello musicale in assoluto.

Un beatmaker cosa ascolta frequentemente? Si chiude nel mondo del beatmaking cercando ispirazione da altri o si apre a generi totalmente diversi?

Secondo me se ti chiudi in quello, sbagli di grosso. Più ascolti roba variegata e più c’è possibilità di trovare un particolare campione che prendi e porti a casa. Ascoltando solo rap è difficile che tu te ne esca con qualcosa di nuovo e tenderai sempre a fare le stesse cose.

L’idea di fondere l’old school con la trap è stata una necessità di che tipo? Volevi avere entrambe le sonorità nel disco?

In realtà è stato più un riflesso della mia reazione emotiva a quello che sta accadendo intorno a noi, anche dal punto di vista politico. Io sono per l’inclusione e non ho mai voluto essere estremista da nessuna delle due parti politiche.
Chiaramente sono antifascista, ma questo è un altro discorso. Vedendo quello che sta accadendo intorno a noi ho notato che la gente sta diventando sempre più arroccata in quelle che sono le loro posizioni, e siccome la musica è quella cosa che deve unire e l’ultima cosa che serve nel rap è questa faida tra boom bappari e trappettoni, dico: non rompete il cazzo.
È musica e non siete voi che dovete giudicare cosa è fico, cosa no, cosa è moralmente giusto e cosa è moralmente sbagliato nella musica. Pija la musica e fai la musica.
Con questo disco ho voluto proprio fare questo. Tra l’altro, riuscendo a far trappare Lucci.

Se ti chiedessi di descrivermi il mondo underground rap romano?

Diciamo che sulla carta ci vogliamo tutti bene e fortunatamente questa cosa nella realtà è vera ma altre volte, invece, sono un branco di prime donne con sorrisi finti che vogliono semplicemente dimostrare di essere migliori degli altri, e se poi vedono la possibilità di grattare qualcosa sfruttandoti, lo fanno.

Quindi c’è competitività?

Sì, ma è malsana.
Per farti un esempio, in ambito serate, tra Roma e Milano c’è una differenza agghiacciante. A Milano, se tu organizzi serate ed io organizzo serate, io vengo alla tua serata e mi porto dieci persone. Quando io faccio serata, tu vieni portandoti dietro 20 persone e così via, facendo progredire la scena. A Roma, invece, è il contrario: se tu organizzi serate allora io ti faccio la contro serata, cerco di tagliarti le gambe perché devo andare meglio di te.
Questo voler essere migliore di tutti ha portato ad una competizione stupida e inutile.

È difficile riuscire ad emergere nella scena? 

Se ti trovi in città come Roma e Milano, non molto. Io mi ritengo molto fortunato ad essere a Roma perché sicuramente ci sono molte più opportunità rispetto a realtà più piccole. Se non le sfrutti è come sputare in faccia a chi non ce l’ha.

La trap, in Italia, è vista come un genere per bambini e gli esponenti sono spesso presi di mira. Tu invece come giudichi questa cosa?

In Italia, secondo me, le persone che criticano la trap sono di due tipi: il primo tipo sono quelli che hanno paura di perdere quella poca fetta di pubblico che gli è rimasto perché non se lo sono saputi tenere; il secondo tipo, invece, sono quelle persone che vedono un messaggio sbagliato in questo genere musicale nuovo che tu propini ai ragazzini di 14 anni. Ma è lo stesso tipo di dissenso che si era venuto a creare nei primi anni 2000 intorno al TruceKlan.
È anche vero che l’età della coscienza si sta abbassando notevolmente: se prima avevi coscienza di ciò che ti accadeva intorno a 18 anni, ora ce l’hai a 15. Quindi gli artisti possono essere responsabili del messaggio che mandano, fino a una certa. E poi guardiamoci intorno: non c’è più un messaggio morale. Perché dovremmo fare i moralisti quando poi torniamo a casa e siamo peggio di quello che critichiamo?

Prima mi hai spoilerato che ci sarà l’uscita di Tommy Vol.2.

Sto preparando Tommy Vol.2 ed ho vari singoli con video in programma, con vari rappers. Non voglio far uscire un album anche perché l’attenzione della gente ormai è calata molto. Si distrae con molta facilità. Se fai uscire un singolo che dura più di due minuti, storce il naso. Quindi singoli di meno di due minuti, con video.

Ormai fare un album è un suicidio?

A meno che tu non sia Salmo. Poi io non sono mai stato una persona che ha voluto accollarsi agli altri, quindi figuriamoci con la musica. Perché devo fare un disco di dieci, quindici pezzi tutti uguali, con la stessa voce che ci rappa sopra, con le basi simili etc.?
Secondo me è inutile perché non dai varietà a quello che fai e ti accolli alle persone. Per lo meno, ora come ora, nessuno ha più la pazienza di sentirsi un album intero o se ci sono, sono quei pochi che lo fanno per il loro idolo.
Magari la cosa cambierà, spero.

Ora credo sia così per il semplice fatto che la vita scorre più velocemente rispetto a prima. Siamo pieni di stimoli e continuamente sottoposti a prodotti di qualsiasi tipo. Prima, non essendoci internet, usciva un album e lo consumavi il più possibile.

Sì, è vero. Anche perché i discografici investivano di più su progetti di cui non sapevano nulla. Ora su Facebook sta girando nuovamente una vecchia intervista a Frank Zappa che diceva, appunto, che il male della musica sono i giovani produttori delle etichette con i soldi. Prima c’era il vecchio col sigaro che non sapeva di cosa stessi parlando ma faceva «Ehi! C’è possibilità di fare dei soldi! Stampiamone mille copie e vediamo come va!». Adesso ci sono i ragazzini che essendo giovani pensano di avere in mano la chiave della conoscenza, di sapere cosa deve esserci sul mercato e cosa piace o non piace alla gente. Questo sta uccidendo il mercato perché stanno facendo cose tutte uguali.

Tommy è uscito il 7 settembre 2018.

 

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