Joe Victor | Lezioni di Dance ed Errori Notturni

© Francesca Romana Abbonato

Seguo i Joe Victor dagli inizi. Se ascolti “Love Me” la prima volta, non ti emozoni e cominci a fremere, c’è qualcosa che non va. Dovesse succedere, la band rilancia e consiglia una sana dose di Night Mistakes (Bravo Dischi), loro secondo lavoro in studio. Dopo l’ascolto, se non vi è ancora venuta voglia di ballare, uscire e far danni, lasciate perdere l’intervista qui sotto: per voi non c’è speranza, o comunque solo Netflix.

Roma, Via Marmorata, il Gianfornaio

2 giorni prima del live all’Atlantico 

19:30 circa…

Vivo sopra al “Gianfo” di Testaccio: il proprietario, Marco Troni, è anche il manager dei Joe Victor. L’intervista ad una delle band più forti in circolazione, tra un vassoio di pizza e l’altro. Loro sono: Gabriele Amalfitano (chitarra e voce), Valerio Roscioni (tastiere), Guglielmo Senatore (batteria), e Michele Amoruso (basso).

Partiamo da Night Mistakes, un album molto atteso. Adesso mancano due giorni ad una delle date più importante del tour: sensazioni? Aspettative?

Gabriele: I secondi dischi sono molto difficili e questo non ha quattro accordi. Spero di non aver scritto canzoni prive di carattere. L’aspettativa è quella di andare a suonare fuori e di piacere anche in Italia. Entrambe le cose devono esser fatte nel miglior modo possibile.

Penso che Night Mistakes sia un disco fantastico, e catalogarlo come dance sia molto riduttivo. Ma l’Atlantico è un posto enorme, una venue difficile, e forse una scelta azzardata, così come Londra…” 

Valerio: In realtà io e Gab già ci siamo esibiti li e la gente è impazzita.

Gabriele: E poi l’ambizione non è quella di riempire posti come l’Atlantico in giro per l’Europa. Venue con capacità simili al Monk, quelle si. Per la data a Roma, però, volevamo organizzare la festa più grande possibile, e non stiamo più nella pelle.

Considero la “personalità” uno dei punti di forza di Night Mistakes, oltre ad essere il carattere distintivo di tutti i vostri live. Questo disco non corrisponde a quasi nessun canone della “scena” attuale…

Gabriele: Siamo da soli in questa battaglia. In realtà gruppi che cantano in inglese e che fanno veramente come gli dice la testa ce ne sono, ma almeno io a Roma non è conosciuti tanti. Ho conosciuto molti progetti che cantando in inglese mantengono un’organicità comunque meritevole, ma pochi vogliono eccedere nel kitch, nella stranezza, nella follia di alcuni istituzioni musicali, insomma, rompere gli schemi.

Piccola provocazione: vuoi esportare la tua musica all’estero – magari propio in Inghilterra – cantando la disco kitch in inglese?

Gabriele: Me lo chiedi come se provassi ad esportare un genere che già gli appartiene. In realtà, tra i più grandi artisti di disco fine anni 70′  ci sono stati due italiani…

Io: Moroder…

Gabriele: …e i Cerrone, un duo calabrese andato poi a vivere in Germania. “Give me your love” e “Supernature” mega hit…

I Cerrone?

Gabriele: Noi della nostra disco di fine anni ’70 dovremmo vantarcene. La verità è che quando la suonavano in quegl’anni, qui in Italia non se li filava nessuno, in Germania, al contrario..

Al Piper suonavano ancora con le band, in Germania/America già avevano i dj, magari pure con la vocalist.. il Piper che suonava i dischi e che voleva comunque in Italia l’atmosfera dello Studio54 e dei club berlinesi e/o di Amburgo, era il Piper della seconda metà anni ’80.. quindi l’Italia, che ha contribuito all’invenzione della disco (non dell’elettronica attenzione), l’ha capita solo più tardi reimportandola con i pezzi di Moroder negli Chick.

Gli italiani pensano che la nostra musica di fine anni ’70 appartenga alla categoria di musica catalogata come “anni ’80”. Le Freak degli Chic lascia molto spazio a chitarra e altri strumenti rispetto ad un synth tipico degli ’80 degli A-Ha o Cyndy Lauper, ma viene comunque (erroneamente) associata a quell’epoca.

Joe Victor

La prossima domanda va contestualizzata. Ho incontrato Gabriele Amalfitano la prima volta lo scorso Febbraio/Marzo, in un bar di San Lorenzo, intorno alle quattro di notte. Intrattenevo una sobria conversazione con Andrea Imperi, cantante de Le Mura, quando nel locale entra il cantante dei Joe Victor. Già amico di Andrea, lo avvicina e sempre in maniera molto sobria gli annuncia di aver appena finito di registrare il secondo disco. Cinque minuti dopo mi ritrovavo dentro una vecchia Panda con due dei miei cantanti romani preferiti, ad ascoltare uno degli album più attesi dell’anno. Usciti dal veicolo, Gabriele mi racconta un aneddoto: ai tempi dell’uscita di Love Me, fece ascoltare il brano in anteprima ad un amico, così come era appena successo per me. Quell’amico gli disse che la canzone non gli piaceva, e che con l’uscita del suo nuovo disco avrebbe fatto sicuramente meglio. Quell’amico era Tommaso Paradiso, poco prima dell’uscita di Fuori Campo. 

Mi hai raccontato questa storia. Solo in seguito ho scoperto che Matteo Cantaluppi ha prodotto Night Mistakes, così come Fuori Campo e Completamente Sold Out. Com’è stato lavorare con lui? E quanto ha influito il successo ottenuto con altre collaborazioni nella scelta del suo ruolo come produttore artistico?

Gabriele: Avevamo le idee ben chiare sul suono di questo album: la disco come collante tra generi diversi. Ma avevamo anche bisogno di qualcuno con l’esperienza necessaria per comprendere ed ampliare il progetto, e Matteo si è rivelata la scelta giusta. Ascolta cose molto diverse, come il kraut rock o il prog alla Genesis…

Valerio: Ma è molto curioso.

Gabriele: Esatto. Ha capito subito dove volevamo andare con questo disco e siamo rimasti sorpresi dalle sue capacità ed apertura mentale.

So che ti hanno messo dei pezzi di cartone in bocca per cantare Freaks…

Gabriele: No, quelli me li sono messi da solo. Ma c’era sicuramente un’atmsofera di “sperimentazione creativa”.  

Joe Victor
Joe Victor | Atlantico Live

Ed avere Ramòn Caraballo e Giorgio Maria Condemi come turnisti invece?

Gabriele: Una fortuna incredibile, due musicisti eccezionali. Una volta finito di registrare il disco ci siamo resi conto che avremmo avuto bisogno di qualcun altro per poterlo rendere al meglio dal vivo. Io, però, sono preoccupato.

Perchè?

Gabriele: penso che Giorgio prima o poi debba tornare in tour con Motta…

Torniamo al concetto di “personalità” per parlare dei vostri testi. Noto un certo super-ego, penso ad I was made to b the 1 e Bamboozled (“I’m the best baby…”).

Gabriele: Joe Victor è sicuramente una figura attoriale. La persofinicazione dell’eccesso e del kitch di cui abbiamo parlato.

Quando ti vedo sul palco mi viene sempre in mente la scena di James Brown in Blues Brothers: un misto tra un preacher gospel e l’energia del rock ‘n roll.  

Gabriele: Grazie. Purtroppo il rock ‘n roll, inteso come ideale, in Italia non è mai esistito.

Ultima domanda. Il rapporto con Marco Troni: come nasce e quanto è importante per la vostra carriera?

Gabriele: Fondamentale. Il Brian Epstein dei Victor. Lo abbiamo approcciato dopo averlo visto a vari dei nostri concerti e, una volta conosciuto meglio, siamo stati noi a chiedergli di diventare il nostro manager. Lui disse di non aver molta esperienza nel ruolo da manager di una band. Ma gestire gli affari extra musicali della band è difficilissimo e noi il suo amore per la causa andava più che bene. Da allora praticamente è  un altro membro della band.

Ad intervista conclusa, durante il passaggio in macchina di Gabriele verso altre zone della Capitale, il cantante mi svela un retroscena interessante. 

Io: Se non sfondate con questo disco, boh…

Gabriele: Mah, speriamo. Ho incontrato il direttore di “un’importante rivista di musica” a cui il disco ha fatto impazzire ma dice che siamo fuori da ogni moda.

Il direttore di questa importante rivista di musica ha sbagliato.

I Joe Victor non sono “fuori da ogni moda”. I Joe Victor sono una moda.  

Cheap Sound ringrazia:

I Joe Victor per la disponibilità.

Marco Troni ed il Gianfornaio per l’ospitalità e la pizza.

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *