Kamasi Washington @Viteculture Festival 20/07/2017

Il jazz di Los Angeles è a Roma, il jazz di Los Angeles è per tutti

Non c’è storia, il talento di Kamasi Washington è cristallino. Ma badate bene, non stiamo parlando di perizia tecnica – ce ne sono di sassofonisti altrettanto abili, anche nel nostro Paese – né si può considerare il suo stile come particolarmente audace o avanguardistico, piuttosto la sua forza risiede nel fatto di essere sinceramente “pop”, nel senso più profondo del termine: piace a tanti ed è un bene, ma si fa piacere senza furbizie, proponendo, assieme ad una band fenomenale, tanto groove in una mistura irresistibile di jazz, funk e soul.

Mi perdonerete questa premessa, che sentivo necessaria e che parla sopratutto a coloro che considerano Kamasi Washington solo una questione di moda; è vero che c’è una componente di presenzialismo legata alla sua musica, ma è altrettanto vero che giovedì scorso, nello spazio romano dell’Ex Dogana, ci si è divertiti moltissimo.

Ma partiamo con ordine: arriviamo sotto al palco un attimo prima dell’esibizione di LNDFK – giovane produttrice italo-tunisina di stanza a Parigi – accompagnata dall’italiano Daryobass. Il duo, accarezza la platea con sonorità downtempo tinte di soul, jazz e r’n’b. L’atmosfera è quella giusta, limpida come la notte estiva, e introduce con morbidezza la super-band riunita dal sassofonista di Los Angeles.

Sono le 22.00 e salgono sul palco due batteristi, un bassista/contrabbassista, Brandon Coleman alle tastiere, Ryan Porter al trombone, la corista Patrice Quinn e infine Kamasi Washington con il sassofono in pugno. Si parte subito con il jazz targato LA: i musicisti alternano fraseggi solisti a battute collettive in modo preciso e potente; il piatto principale è l’album The Epic, dato alle stampe nel 2015. Dopo un paio di pezzi, e il saluto del gigante nero al pubblico, si comprende quale sarà la modalità di esecuzione: il tema principale dei brani viene eseguito integralmente, per poi lasciare spazio all’improvvisazione, salvo rientrare nei binari in conclusione.

Non vi sono pause, se non un attimo in cui Kamasi Washington introduce, con non poca emozione, il padre sul palco, che suonerà il sax soprano fino alla fine del concerto. L’incedere è impetuoso quando al centro della scena c’è il suono delle due batterie, che non raddoppiano quasi mai le battute bensì creano un tappeto ritmico dagli incastri perfetti; si tinge di funky quando a condurre sono le tastiere dell’incredibile Brandon Coleman – così in forma da assurgere a miglior musicista della serata – mentre il tutto diventa coloratissimo e groovy quando ci sono gli inserimenti di basso, sassofono, trombone e sax soprano.

Pezzi come “Askim”, “Isabelle” e “Re Run Home” si dilatano e divengono ancora più fascinosi; ma il pezzo la cui resa dal vivo ci ha colpito di più è “Cherokee”, in cui la voce di Patrice Quinn mostra tutta la sua ruvida dolcezza, mentre la band ricama melodie zuccherine rilanciando il tema principale in varianti sempre diverse.

C’è spazio anche per divagazioni “in solo” di tutti i membri della band, per quadretti dove viene sì mostrata la  tecnica dei singoli componenti, ma il tutto non è mai sopra le righe ma all’insegna del divertimento e della scoperta delle rispettive influenze e passioni musicali.

In un batter d’occhio è mezzanotte e le macchine non corrono più lungo la tangenziale est che si staglia sopra il palco; il concerto finisce e si va a letto con la consapevolezza di aver assistito ad una festa bellissima.

Nota a margine: che forza della natura Kamasi Washington dal vivo, vestito da santone ma con ai piedi delle Converse, che “suona” tutti gli strumenti della sua band con la faccia – sì, avete capito bene, è catturato a tal punto dal suono del suo sassofono e da quello di tutti gli altri strumenti dei suoi colleghi, che finisce per mimare ogni battuta sonora con l’espressività del proprio volto!

Foto di Gian Marco Volponi

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