L.A. Salami | Cavaliere del Postmodern Blues

salami

È un aereo? È un uccello? No! È L.A. Salami.
All’anagrafe Lookman Adekunle Salami, giovane cantautore cresciuto nello strato urbano londinese. Grande ascoltatore della città, ha assorbito tutti i tipi di suoni: dai clacson ai silenzi più assordanti che la metropoli potesse offrirgli.

La curiosità è stata il carburante che gli ha permesso di farsi spugna delle dinamiche popolari, di disagi e di gioie. Sicuramente il busking lo ha plasmato, facendo della quotidianità, il suo forte, rendendolo un menestrello che saltella tra presente e passato. Parla al futuro, indossando vesti di un tempo. Da entrambe le famiglie, naturale e adottiva, non ha mai avuto un contatto rilevante con la musica, nonostante il desiderio di suonare fosse come un cavallo selvaggio che corre libero nella steppa erbosa. Da piccolo, si esercitava nella creazione di melodie partendo da un singolo accordo. A 21 anni, ricevette come regalo di compleanno la sua prima chitarra, che cominciò a suonare, però, a 22.

Quella di scrivere canzoni, diventò per lui un’abitudine. In un’intervista per Fanpage, disse di non sapere chi realmente fosse. La sua passione per la regia, che vede come obiettivo principale, lo ha portato a lavorare per un’industria cinematografica. Sempre in quell’intervista, riflette riguardo la creatività senza vincoli degli artisti:
“Vengono ancora fatti grandi film e grande musica, solo che devi andare a cercartela. Nei ’60 c’erano Spielberg, Lucas, Coppola che erano studenti di cinema e che gli Studios prendevano a lavorare senza sapere cosa sarebbe successo: gli permettevano di fare ciò che volevano e abbiamo avuto film come “Apocalypse Now” e Lo “Squalo”. Oggi sarebbe un business troppo rischioso ed è così anche per la musica”.

Un coraggio e un’incoscienza che oggi non trovano più lo spazio che avevano un tempo. Curiosa la definizione che da alla sua musica: BLUES POSTMODERNO. Non sapendo mai cosa rispondere a chi gli chiedeva che musica facesse, rispose proprio così. Quando sente la sua musica, sente il blues ed avendo influenze provenienti da più mondi lo ha definito postmoderno. Lookman appare come una persona timida, ma nonostante questo, la necessità di doversi esibire è alta. La condivisione è una cosa importante.

Passiamo a fatti più concreti.
Nel 2012 apre le date del tour della cantautrice inglese Lianne La Havas, raccogliendo un esito tanto positivo da farlo scivolare tra le braccia dell’etichetta discografica Camouflage Recordings.
Nel 2013, tramite quest’ultima, pubblica il suo primo EP “Another Shade of Blue”. Acustico e rilassante, con chiari riferimenti ad un giovane Bob Dylan che arrivano sia con accompagnamenti tranquilli che frenetici.
Nel 2014 arriva “The Prelude”, con relativo tour che lo vede in giro per la Gran Bretagna, sempre sotto l’occhio della Camouflage Recordings.
EP molto più curato che non abbandona quell’urban folk che lo caratterizza.

“Nazis on the Northern Line” è la traccia d’apertura con dei controcanti piacevoli che trascinano l’ascoltatore in spazi rilassanti, in universi morbidi. “When the Poet Sings”, “The Scene” e “She Said Sorry” sono esempi che contribuiscono a facilitare il viaggio di chi ascolta, liberandolo da inutili zavorre per renderlo più leggero.

In “Aristotle Ponders the Sound”, un Tom Waits, venutogli in sogno, gli versa un bicchiere di rum e si interroga con lui sul perché fare del proprio meglio se tanto siamo destinati a morire.
“The Prelude” fa capire anche quanto una Joni Mitchell o un Neil Young, possano pesare sul suo bagaglio culturale.
Nel 2015 comincia a lavorare per il suo primo album, firmato con la Sunday Best Recordings & Domino Publishing, presso gli Urchin Studios di Londra.
Un anno di gestazione intenso, terminato ottimamente con la pubblicazione di “Dancing with Bad Grammar: The Directors Cut”.

Album d’esordio con testi più intensi e con influenze musicali più lontane, come per esempio l’hip hop. Si avverte sempre di più un dinamismo nella sua concezione di musica.

In “The City Nowadays”, possiamo intravedere uno Scott Heron, considerato uno dei primi a recitare poesie su basi musicali. Non per altro, viene considerato uno dei padri dell’hip hop e del rap. In questo disco, la scrittura è forte, diretta e senza paura alcuna di dire le cose come stanno. Un coraggio intelligente e una tranquillità emotiva nata dalla collisione di più sentimenti contrastanti. Una protesta, un corteo, una denuncia la sua (“The City Nowadays”). Polmoni gonfi di rabbia (“I wear this because Life is War!”), felicità (“Day to Day (for 6 days a week)”) e amore in tutte le sue sfumature (“I Can’t Slow Her Down”). Tutte emozioni che collaborano con una voce malinconica, antica ma allo stesso tempo squillante e fresca.

Uno sguardo volto ad un passato ed un presente divisi da un banale separè. Un occhio capace  di vedere contemporaneamente  le due cose, le quali non si escludono poiché coesistono. La musica subisce lo stesso tipo di dinamica: è un attimo sentire un’armonica a bocca per poi passare ad una chitarra distorta.
Quella che ci propone è un’alchimia molto profonda, intima, ma che deve necessariamente essere esternata, condivisa, fatta volare via, libera da qualsiasi catena. Zero strutture anche nella composizione delle canzoni, se non quella di scegliere chi partorire prima, se la musica o il testo. In entrambi i casi, gli ingranaggi girano insieme per far muovere questo dirigibile, questo animale mastodontico. La giusta cooperatività positiva, mirata ad aiutarlo ad esprimere ciò che bolle nella sua pentola.

Il secondo album, “The City of BootMakers”, vedrà la luce a metà Aprile, circa. Un altro EP, “L.A. Salami presents Lookman & The Bootmakers”, uscito nel 2017, e alcuni singoli, hanno anticipato la direzione della bussola, con brani del calibro di “Generation L(ost)”, “Jean is Gone”, “Terrorism! (The Isis Crisis)”. Sarà difficile, in futuro, accusarlo con la classica frase “Non sei più come quello di una volta!”. Risponderebbe, in scioltezza, con “Non so di che parli. Non sono mai stato nulla di definito.”
Scacco Matto.

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