L.A. Salami | Dance With Bad Grammar

L.A. Salami

Vado a Londra per lavorare ed imparare l’inglese, ma finirò in una pizzeria italiana e quando tornerò avrò imparato solo il napoletano”. Questo è quello che pensano gli Italiani di Londra. Ma per fortuna Londra non è solo Italia, per fortuna esiste anche altro, come ad esempio L.A. Salami.

L.A. Salami, pseudonimo di Lookman Adekunle Salami, è un giovane songwriter nero, che ha saputo prendere tutto il meglio dal suo meltin’ pot personale e dal suo retaggio e metterlo perfettamente in musica.

Dance With Bad Grammar è un disco che odora di blues, di campi di cotone, di country, di folk, di fumo di sigaretta, di hip hop, di soul, di buio e di luce insieme e di protesta. A suo modo, il giovane L.A. si fa portavoce di una protesta “moderna”, sulla scia di cantautori impegnati del passato (su tutti Dylan).

Non riesco a smettere di ascoltare “The City Nowadays”, primo singolo che ha anticipato l’uscita del disco. Canzone a dir poco eccezionale, fortissima, uno slow blues intermezzato da cori soul e gospel su cui L.A. sputa rime con il suo incredibile flow hip-hop e un ritornello che riprende toni più moderni e ricorda gruppi come gli ultimi Arctic Monkeys o i Black Keys. Il tutto egregiamente suonato dalla band che lo supporta, con suoni di chitarra acidi e una batteria sempre diversa da strofa a strofa.

E L.A. canta di protesta, una protesta moderna dicevo, poiché si fa portavoce di una generazione che vive una crisi di valori e soprattutto di identità: da schiavi di un padrone siamo diventati schiavi della società e di noi stessi, e dobbiamo andare alla ricerca costante di cose semplici: «That’s why slaves pay when the price of freedom won’t go down / I might be so glad when I see the sun go down

Il senso della schiavitù è dettato anche dalla grande città, la metropoli, che ci ingloba e uniforma in maniera devastante le nostre aspirazioni e la nostra cultura, portandole ad un livello di misera ordinarietà: «I’ve got heartache, headache, high cholesterol, low self esteem. The terrorists are out to get / Illegally downloading music’s become too easy / it’ s destroying the culture / But I don’ t wanna pay for it / fuck that / I’ve got bills to pay, I’ ve got food to eat / I don’t earn that much money».

E sul finire della canzone, ci lascia una fantastica riflessione, con un critico ed amaro retrogusto: «Fast food films / Fast food music / Fast food politics / Fast food ideologies / What’s the worth of working to live at the cost of your soul? So much so that you don’t want to live at all?»

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Altre costante del disco sono le ballad folk in acustico, solo chitarra e voce, e che voce. Tra tutte, la più incisiva nei nostri pensieri e nei nostri ricordi è senz’altro “Def(a)ormation days”; bellissima la parte di armonica a bocca alla fine della canzone.

Insomma, un gran bel disco, dove è possibile trovarci un po’ di tutto, da canzoni dolci da dedicare a ragazze un po’ irrequiete (“I can’t slow her down”), a canzoni ballabili ad una festa quando fuori piove (“I wear this because Life is a War”)

«I’m plagued by empty pockets pally,

empty heads and empty eyes.

They salute my growling stomach

‘cause they’re hungry for what’s on my mind.

But thoughtful men are first to find

that thinking free don’t mean you’re fine

La vita è una vera e propria guerra, e non c’è alcun vincitore né vinto, solo noi e i nostri piccoli momenti di felicità; ringrazio L.A. e il mio amico Maurizio che me l’ha segnalato, regalandomene uno.

 

Tracklist:

00. Pete The Monkey; The Baptism Of Petter The Youngl-a-salami-dancing-with-bad-grammar

01. Going Mad As The Street Bins

02. & Bird

03. No Hallelujahs Now

04. Anything’s Greener Than Burnt Grass

05. I Wear This Because Life Is War!

06. The City Nowadays

07. Papa Stokely (skit)

08. I Can’t Slow Her Down

09. Loosely On My Mind

10. Why Don’t You Help Me?

11. Day to Day (for 6 days a week)

12. Def(a)ormation Days

13. Aristotle Ponders The Sound

14. My Thoughts, They Too Will Tire

 

2016 (Sunday Best Recordings)

 

 

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