La fuga degli artisti: cap. 1 “Parigi”

Viviamo in un paese in cui a priori è difficile dar spazio ai giovani. In qualsiasi tipo di lavoro, emergere, sembra un traguardo irraggiungibile. Se poi appartieni ad un ambito artistico è quasi impossibile riuscire a dimostrare che il tuo lavoro abbia l’importanza necessaria per poter essere definito tale . Sembra che, l’Italia, pur essendo per antonomasia il paese dell’arte, non abbia spazio per chi voglia crearla o studiarla.
Nel Bel Paese  la figura del musicista è spesso equiparata a quella di un guitto di corte, di un cantastorie, di un perditempo, di un sognatore. Creare arte sotto qualsiasi forma, viene considerata una perdita di tempo, un’azione non necessaria nella caotica routine quotidiana.
Essere un musicista o in generale un qualsiasi tipo di artista non significa chiudersi in una stanza pensando di essere un poeta maledetto. Il cliché dell’artista coi capelli lunghi, ubriaco di whisky dozzinale che pensa a quanto facciano schifo la vita, l’Italia ed a quanto se ne vorrebbe andare, è quanto di più lontano dalla realtà. Fare il musicista significa fare della propria passione un lavoro, consapevole del fatto di non avere uno stipendio fisso e tutti i rischi che ne conseguono. Sapendo che ci saranno giorni in cui alle 5 del mattino ancora ci sarà un palco da smontare in qualche locale di periferia. Significa non dover suonare sempre quello che vorresti ma talvolta quello che ti offrono, quindi suonare per essere pagato, per lavoro insomma! Lavoro, questa è la parola chiave. Ogni lavoratore, qualsiasi sia il suo campo, svolge le proprie mansioni per un massimo di 8 ore al giorno. Allo stesso modo un musicista, che per fare un concerto, a partire dal sound check  per arrivare al trasporto degli strumenti, impegna non meno di 7-8 ore.E non si tratta solo del giorno stesso del concerto, la preparazione è altrettanto impegnativa. Il problema, come é evidente, diventa concettuale, culturale. I più considerano il lavoro come una costrizione, un obbligo sociale di cui si farebbe volentieri a meno qualora se ne avessero i mezzi o le possibilità. In pochi amano a fondo la cosa che li fa alzare tutte le mattine. Questo perché spesso, e non si vuole con questo dare un giudizio di merito, le persone si accontentano di ciò che ‘passa il convento’, non si cerca o spesso si smette di cercare il lavoro gratificante. Di nuovo, nessun giudizio su chi lavora solo per portare i soldi a casa, ma allo stesso tempo non si può sottovalutare chi, nonostante tutto, insegue il suo sogno. L’artista dona alla collettivitá la sua creazione, la quale apprezza il prodotto ma non il produttore, meglio ama la musica non i musicisti, a meno che questi siano entrati nel dorato mondo dello star system. Questo a cosa porta? Quando sai di voler fare quell’unica cosa nella tua vita, quando non ti va di accontentarti di una triennale banale per tirare a campare. Quando non vuoi sentire il grillo parlante che ti dice ” Svegliati! La vita vera non è quella che sogni, rimboccati le maniche e apri il libro di statistica.”  Cosa fai? Chiaro. O ti arrendi e finisci a fare il frustrato in biblioteca per poi ritrovarti a rimpiangere tra 20 anni “tutto quello che sarei potuto diventare se solo avessi…”. Oppure te ne vai. Sia chiaro, l’isola che non c’è, non esiste veramente. Però è da ammettere che ci siano dei posti in cui c’è una sensibilità maggiore per l’arte. In cui è più facile trovare locali in cui suonare a pagamento e il background culturale artistico è radicato ed aperto a nuovi orizzonti. Non che esistano magiche città con uffici di collocamento per artisti, né paga assicurata ad ogni serata o esposizione, ma di sicuro ci sono posti in cui l’artista può avere la possibilità di fare dell’arte il suo lavoro. Chiaramente se sei incapace sei incapace in tutte le lingue del mondo, ma siamo pieni di bravi ragazzi emergenti che decidono di mollare per qualcosa di più sostanziale o che almeno venga ritenuto tale.

Quindi cosa succede ai nostri artisti quando si decide di cambiare aria?
Mi sono guardata intorno, essendo anche io un’ immigrata, e mi sono resa conto di quanto sia interessante il mondo degli italiani all’estero, quanto sia diverso il modo di concepire la musica tra una nazione e l’altra.  Ho iniziato ad indagare ed ho iniziato a fare qualche domanda in giro. Mi sono cominciata a chiedere come si vive la musica in tutte le città in cui non ho vissuto, perché alcune persone sentono il bisogno di andarsene, cosa significa essere un musicista in Italia e cosa significa esserlo fuori, perché alcuni gruppi decidono di trasferirsi all’estero. La prima tra le persone alle quali ho fatto delle domande, è una ragazza italiana italiana residente a Parigi da qualche anno. Ludovica De Santis è una studentessa di Storia dell’Arte ma con un vivido interesse per la musica indipendente e la cinematografia. Come coniugare le sue passioni? Semplicemente attraverso il videomaking. Infatti Ludovica ha da poco girato un video per i Mondrian gruppo indie parigino.

CHEAPSOUND: È uscito da poco il video del brano LHG tratto dall’EP Pop Shop del gruppo indie parigino i Mondrian, scritto e diretto da te, come sei entrata in contatto col gruppo?
LUDOVICA DE SANTIS
Mi hanno contattato per un video, io avevo già sentito la loro musica. E da cosa è nata cosa.

CS: La sceneggiatura l’avete decisa insieme o è stata frutto della tua fantasia?
LDS:
No, l’ho scritta io: i Mondrian hanno apprezzato il progetto, dicendomi che si avvicinava molto a la loro visione delle cose. E così mi sono messa a lavoro.

CS: Credi che sarebbe stato stato diverso fare questo lavoro in Italia?, avresti avuto le stesse possibilità di diffusione?
LDS:
Di certo voglio fare questo lavoro in Italia. Il mio progetto è di tornare una volta finiti gli studi. Comunque almeno nell’ambito cinematografico le cose sono un po’ diverse. In Italia l’attenzione per gli emergenti è quasi pari a zero. Non esistono produzioni indipendenti che li possano finanziare.
Ragion per cui l’età media di esordio di un regista qualunque è dopo i quaranta. Per quanto riguarda la diffusione, tra blog e social network, credo che sarebbe comunque stato possibile. Ma di certo, non penso che l’avrebbero trasmesso ufficialmente in televisione su un qualsiasi canale di musica.

CS: Il panorama underground parigino, come quello romano, è molto vivace ed eterogeneo, spesso da noi il problema è ”uscire dal ghetto”, un problema di diffusione. Anche c’è lo stesso problema?
LDS: Essendoci un interesse maggiore per gli emergenti, sicuramente è più facile che qualcuno possa uscire dal “ghetto”, come hai detto tu.

CS: La figura dell’artista in Italia e la figura dell’artista in Francia, possono essere equiparate o in Francia l’artista ha un considerazione sociale più alta o per lo meno non è considerato alla stregua di un nullafacente?
LDS: Credo che venga preso più in considerazione che in Italia ma non parlerei di condizione elevata. Anche se oggi si tende di più a fare l’artista che a esserlo, come se fosse una moda. Ma questo è presente ovunque.

CS: Perche hai deciso di spostarti all’estero?
LDS:
Mi andava di cambiare aria almeno per gli studi e poi questa città mi piace molto. Ma non ho intenzione di continuare il mio lavoro qui.

CS: Cosa c’è in Francia che manca in Italia e cosa c’è in Italia che manca in Francia?
LDS:
Non saprei rispondere esattamente alla domanda. Credo che oggi ci sia poca sincerità in quello che si fa. Parlo dell’ambito artistico in generale ovunque. In Italia quando vai al cinema, difficilmente sei spettatore di una realtà che si avvicina a quella che vivi. Come se il film fosse falsamente sincero: ispirato sicuramente a qualcosa di vero che però si perde tra espedienti narrativi di vario genere. Inoltre si parla spesso delle stesse cose.
Comunque se c’è una cosa che manca è di sicuro il rischio. E mi riferisco a tutti i produttori : quand’è che cominciate a investire negli emergenti?

 

E a Londra cosa succede? A questo mi ha saputo rispondere Andrea dei Kruk che nel mio prossimo articolo racconterà la differenza tra Londra e Roma attraverso gli occhi di un musicista.

E.M.

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