Le Luci Della Centrale Elettrica | Terra

Nella scena indipendente nazionale c’è un solo Vasco, ha fatto un nuovo disco e finalmente anche Cheap Sound ha potuto mettere le mani su una delle uscite più attese di questo inizio 2017.

Con il suo primo disco Canzoni da spiaggia deturpata (2008) arrivato proprio sul finire del periodo appena precedente il “Rinascimento” della musica alternativa italiana, Vasco Brondi è riuscito di fatto a staccare all’ultimo un biglietto che ha catapultato il suo progetto Le Luci della Centrale Elettrica nell’Olimpo dei mostri sacri del genere, ed è quindi normale che ormai attorno ai suoi lavori si crei un’aspettativa di un certo livello.

Terra è il quarto LP firmato Le Luci della Centrale Elettrica, uscito lo scorso 3 marzo e presentato dallo stesso Brondi come “un disco etnico”.

Questo è evidente a un primo ascolto, non solo per i continui riferimenti folkloristici e cosmopoliti nei testi, ma anche negli arrangiamenti che attingono a sonorità dal sapore balcanico e africano: in particolare non può non saltare all’orecchio il preponderante uso di tamburi e percussioni, che fanno di Terra un disco prima di tutto ritmico.

Se però con i due lavori successivi all’esordio (Per ora noi la chiameremo felicità e Costellazioni) avevamo visto uno “stile Brondi” affermarsi in maniera quasi prepotente e farsi man mano più sperimentale, sembra invece che con questo album il cantautore ferrarese abbia raggiunto una nuova fase di maturità per cui si intravede una volontà di rendere lo stesso stile più accessibile al grande pubblico: ecco che quindi se da una parte continuiamo a trovare brani in cui, nonostante la presenza di molti elementi nell’arrangiamento, le sezioni puramente strumentali trovano pochissimo spazio visto il denso contenuto lirico, dall’altra questo non solo si adegua di più a metriche convenzionali rispetto al passato, ma è anche meno recitato e più cantato.

Il risultato sono dieci canzoni di spessore, perfettamente in grado di essere passate dalle maggiori emittenti radiofoniche nazionali e che suonano un po’ come se un De Gregori incontrasse il Jovanotti dei tempi migliori (non è un caso che Brondi non sia nuovo a collaborazioni con entrambi e in particolare con quest’ultimo, avendo aperto i suoi concerti nel 2011 per poi firmarne il brano del 2015 “L’Estate Addosso”).

Terra è un disco che parla della potenza del genere umano e delle conseguenze che questa può arrivare ad avere nel bene e nel male, all’interno di una sfera universale come anche in una più intima.

Comincia in grande, con quella che è forse la canzone più bella dell’album, la ballad “A Forma di Fulmine”: quasi un intro, per il suo essere un manifesto del disco dal punto di vista testuale ma allo stesso tempo musicalmente più distante da ciò che segue, con un arrangiamento più tradizionalmente pop che porta l’ascoltatore in una dimensione per cui è facile immaginarsi il sole sorgere su una valle deserta, in cui poi si svilupperanno i successivi brani. Si raggiungono altri picchi con “Coprifuoco”, la vagamente cremoniniana “Chakra” e “Stelle Marine”, una perfetta sintesi musicale e lirica del disco e non a caso il primo brano a essere stato presentato.

Alla fine dei giochi Terra stupisce, vince, convince e coinvolge in un viaggio curato nei minimi dettagli, con un’attenzione propria soltanto dei grandi artisti, e che arriva a concludersi fin troppo presto, pur non mancando di ricordarci che si tratta pur sempre, e inesorabilmente, di «una corsa a ostacoli».

Terra è uscito il 4 Marzo 2016 per La Tempesta Dischi.

Il tour arriverà a Roma il 7 Aprile all’Atlantico.

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