Esplorazione di ogni spazio possibile | Intervista a Fabio Cinti

Forze Elastiche è senza dubbio uno dei dischi italiani dell’anno e così, dopo avervi parlato della sua bellezza nella precedente recensione, ecco la graditissima chiacchierata con l’autore del “misfatto”: Fabio Cinti!

Come saprete non amo i giri di parole e quando ho particolarmente caro l’argomento in questione, vado ancora più diretto al punto: Fabio Cinti è attualmente il mio songwriter italiano preferito. I motivi? Una serie di dischi fantastici (Il minuto secondo, Madame Ugo, Tutto t’orna) in cui si miscela alla perfezione eclettismo strumentale ed un mirabile lavoro testuale. Un percorso  felicissimo che continua – e cresce –  con il recente Forze Elastiche: un’opera capace di delineare ed esaltare ancora di più il talento e l’unicità di questa preziosa e sfaccettata voce del panoramo italiano.

Godetevi allora quest’intervista che tra filosifi, confessioni e scatti censurati è forse più simile ad una piccola grande anteprima dell’universo-Cinti. E di tutte le forze elastiche in gioco. Buona lettura e buon ascolto!

Considerando che esiste l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, ogni cosa è al centro dell’Universo” appare all’interno dell’artwork ed è una delle frasi che più rimane impressa ascoltando il disco. Concretamente: cosa c’è adesso al centro del tuo universo? Quali forze elastiche sono in gioco?

Faccio fatica a concentrarmi su di una sola cosa, forse sono un po’ femmina in questo… nella quotidianità l’universo si rimpicciolisce (apparentemente) perché sono costretto a occuparmi di mandare avanti la baracca, come tutti del resto. In una recente intervista, Glicorov dice che si tornerà alla parola, alla poesia e alla filosofia dopo che abbiamo finito per considerare qualunque cosa un’opera d’arte e chiunque un artista. Ecco, questa mi pare una bella ricerca a cui tendere. Bisogna tentare di alzare il livello con la consapevolezza che si diventa bersagli facili.

Ascoltando la tua produzione ti percepisco sempre come un attentissimo osservatore della realtà e di ciò che ci circonda, situato sempre in disparte, come se sentissi il bisogno di essere un outsider per descrivere al meglio ciò che senti? Mi sbaglio?

No, non ti sbagli. Io però lo considero un difetto, in certi casi grave. Sono, in genere, molto socievole, mi accorgo di essere anche un buon intrattenitore, comico molto spesso. Ma l’esigenza di stare da solo è tremendamente più potente rispetto alla volontà di voler stare con gli altri, quindi la frequentazione degli altri dura poco. Qualche giorno fa ho chiesto a una pianta davanti casa, che si era ammalata per poi riprendersi dopo che l’ho liberata dall’edera che assediava il tronco, come stava. E, sapessi, ha risposto molto chiaramente.

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Come è nato il bellissimo – quanto discusso – scatto di copertina di Giuseppe Palmisano?

Giuseppe è uno tosto, sa benissimo quello fa e quello che vuole. È entrato nel mio mondo, ha appreso quanto necessario sull’album e sulla sua natura e poi lo ha fatto entrare nel suo mondo. Ha realizzato una bellissima performance, documentata e seguita da Davide Franceschini e realizzata in collaborazione con Marvis LabL, intitolata CTRL+Y dalla quale sono venuti fuori i due scatti per l’artwork. Dietro c’è un lavoro, intellettuale e pratico, che si può riassumere in questa frase di Kierkegaard: “…si può cadere in due direzioni: la noia della ripetizione, oppure la volontà di modificare un percorso sbagliato. O forse ci sono molti tipi di cadute.” (La ripetizione, 1843) Quando è arrivata la censura e tutto il resto, mi sono cadute le braccia.

Perdona la curiosità,  ma c’è un brano di Forze Elastiche che nel giro di qualche ascolto è diventato uno dei miei pezzi preferiti in assoluto: chi è il protagonista e come è nata  “La Gente che Mente”?

Ti ringrazio molto. Il protagonista è un mio amico molto caro, persona controversa, molto potente da un punto di vista energetico, un uomo raro, a volte completamente permeato da ogni sfumatura di affetto, altre volte distaccato e freddo. Ha questa dote che gli permette di sopravvivere, evidentemente. Ma io, con lui, sono entrato in confidenza tale che mi accorgo di questo suo stratagemma e non mi inganna più. È talmente intelligente da aver capito che ho questa coscienza, ma non è importante parlarne, discuterne. È così, e va benissimo così.

Raramente ho ascoltato una confessione così onesta e sincera come nel caso di “Come Bennett”…

Sì, in effetti fino all’ultimo non ero convinto di inserirla nell’album. Qualcuno, infatti, ha frainteso, ha letto la confessione come spocchiosa. Invece è semplicemente sincera. Bisogna considerare che spesso però le persone riflettono negli altri quello che sono…

Da Roma a Milano e poi in giro per l’Italia: quale scena musicale – se c’è – preferisci?

È rimasta qualche coda di stile, qua e là, ma tutto si sta uniformando, i livelli alti si abbassano, quelli bassi si alzano. Perciò credo sia necessario considerare qual è buona musica e quale non lo è. È assurdo parlare di indie e di mainstream, veramente fuori tempo, per esempio. Quindi direi che quando un album parte con l’essere “alla moda” in partenza, quando già vedi dalla copertina e dal titolo che c’è una ricerca del successo attraverso ampie concessioni al pubblico, allora cerco altro. Mi piacciono quelli coraggiosi, che hanno cose da dire e che non siano la voce del pubblico, anzi, che hanno uno sguardo nuovo. È molto difficile, ma necessario.

Come mai la scelta della cover di Peter Gabriel, “Biko”?

È una di quelle canzoni (ma anche uno di quegli album) che ha disegnato le pareti della mia infanzia. Poi ho incontrato quest’essere incredibile, un gatto che ha vissuto con me per tre anni e che poi è morto improvvisamente per una malattia. Difficile raccontare che rapporto c’era, forse la parola giusta è “disumano”, nel senso che abbiamo toccato vette di intesa magiche, molto intense, fori del comune. Non faccio differenza tra le anime, ognuno ha il suo daimon. Poteva essere un uomo, una donna, un cane. Era un gatto: Biko. Un inno all’amicizia.

Come è stato lavorare con Benvegnù? E riguardo agli illustri ospiti del disco, come sono entrati nella produzione di  Forze Elastiche?

Paolo Benvegnù è un uomo straordinario e al contempo un professionista che sa filtrare le sue conoscenze attraverso una comunicazione molto efficace. È stato fondamentale soprattutto per le scelte, ha indicato la strada in ogni momento, ha fatto in modo che io potessi decidere il meglio per me e per l’album. Il tempo trascorso assieme, più che il lavoro tecnico, è stato il fuoco della produzione. In definitiva, un’esperienza che vorrei ripetere.
Tutti gli ospiti sono entrati naturalmente, senza la minima forzatura: con alcuni sono molto amico, da tempo, con altri ho un rapporto di stima reciproca, anche con Nada, un anno prima di realizzare l’album ci siamo sentiti per fare altro e poi siamo arrivati a questa collaborazione, in totale armonia e senza nessun tipo di pressione.

Sei in giro per l’Italia con  Forze Elastiche Live: che musica ascolti tra una data e l’altra?

In questo momento non sto ascoltando musica, perché sarebbe di sottofondo. Ho tante cose nuove da ascoltare, però, anche se la tendenza, quando sono in casa è quella di ascoltare i quartetti di Brahms.

 

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